Verso i Congressi 2010

Inserito da casoledelsa il 18 Giugno 2010

Ho partecipato Sabato 12 a Firenze all’Assemblea Regionale  del Partito Democratico. Un evento per fare un passo decisivo verso il radicamento del Partito Democratico.

 

Come ricordava il Segretario Regionale Manciulli nel corso del suo intervento di apertura, il titolo del Congresso è “Fare Politica. In Toscana per l’Italia” tema ripreso da una frase di Nelson Mandela, quando ricordava che ciò che lo ha sorretto nei suoi 18 anni di carcere è stata la “passione di fare Politica”.

I delegati si sono suddivisi in commissioni con il compito di discutere tre documenti che saranno la base del dibattito nei Congressi locali che nei prossimi mesi si svolgeranno nei Circoli della Toscana.

Un elemento forte è emerso da questa Assemblea, la grande voglia della”base” del Partito di confrontarsi, di discutere, di proporre.

La Commissione “Radicamento del Partito” alla quale ho partecipato, ha visto oltre 30 interventi. Segretari di Circolo, Territoriali, Provinciali ed Amministratori hanno espresso una serie di valutazioni sul Partito che vorrebbero. Punti qualificanti della discussione sono stati, il  richiamo al Codice Etico, al finanziamento dei Circoli, la comunicazione e il dibattito  attraverso la Rete, la legge Toscana sulle Primarie, il rapporto Circoli – Esecutivo Territoriale – Amministratori.

Credo, che, solo se verranno recepite le indicazioni emerse, facendole proprie  nel documento per i Congressi, potremo dire che una vera nuova stagione è iniziata per il Partito Democratico.

Questo cambio di passo, nei  Circoli senesi, purtroppo non avverrà e la  discussione dovrà essere fatta a posteriori, dato che i Congressi si svolgeranno in tutta la Provincia il 25 Giugno.

Un primo fatto importante è che la candidatura a Segretario Territoriale  Siena di Elisa Meloni, è unitaria. Mi aspetto quindi un programma  con proposte innovative, dove il ruolo dei Circoli e il Codice etico, trovino quella considerazione che il dibattito ha fatto emergere.

              Bruno Melani (Segretario Comunale del PD)

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Rappresentanti Eletti all’Assemblea Nazionale e Regionale del PD

Inserito da casoledelsa il 31 Ottobre 2009

DELEGATI  REGIONALI

Siliani per Marino Segretario Simone Siliani Benenati Sabrina
Siliani per Marino Segretario Simone Siliani Carnesecchi Francesco
Siliani per Marino Segretario Simone Siliani De Angelis Giuliana
Siliani per Marino Segretario Simone Siliani Boschi Leonardo
Siliani per Marino Segretario Simone Siliani Banchi Marta
Siliani per Marino Segretario S. Siliani Melani Bruno
Siliani per Marino Segretario Simone Siliani Scarfiello Chiara
Con Bersani 09 per Manciulli Andrea Manciulli Foti Claudia
Con Bersani 09 per Manciulli Andrea Manciulli Ceccobao Luca
Con Bersani 09 per Manciulli Andrea Manciulli Bartoli Bianca
Con Bersani 09 per Manciulli Andrea Manciulli Carli Giulio
Con Bersani 09 per Manciulli Andrea Manciulli Mannucci Laura
Con Bersani 09 per Manciulli Andrea Manciulli Franceschelli Silvio
Con Bersani 09 per Manciulli Andrea Manciulli Moggi Massari Raffaella
Con Bersani 09 per Manciulli Andrea Manciulli Periccioli Moreno
Con Bersani 09 per Manciulli Andrea Manciulli Betti Anna Maria
Democratici Made in Toscana Andrea Manciulli Burresi Riccardo
Democratici Made in Toscana Andrea Manciulli Gioia Anna
Democratici Made in Toscana Andrea Manciulli Piccinini Alessandro
Democratici Made in Toscana Andrea Manciulli Farnetani M. Angela
Democratici Made in Toscana Andrea Manciulli Battisti Graziano
Democratici Made in Toscana Andrea Manciulli Cresti Daniela
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Petri Fabio
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Boccini Caterina
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Fiorenzani Pierpaolo
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Rosi Antonella
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Pollara Michele
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Degl’Innocenti Simona
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Morellini Mario
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Cataldo Fiamma
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Mafodda Giovanni
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Becattelli Rossana
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Zoppi Maurizio
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Chiarucci Isabella
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Trezzi Umberto
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Boffa Cristina
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Governi Giulio
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Scopelliti Anna
Democratici con Dario Franceschini Agostino Fragai Panti Marco
Con David Sassoli Agostino Fragai Brogi Simone
Con David Sassoli Agostino Fragai Bittarello Paola

 

                 DELEGATI NAZIONALI

Con Bersani 09 Pier Luigi Bersani Meloni Elisa
Con Bersani 09 Pier Luigi Bersani Armini Jacopo
Con Bersani 09 Pier Luigi Bersani Coccheri Lucia
Democratici con Dario Franceschini Dario Franceschini Bartaletti Luciana
Democratici con Dario Franceschini Dario Franceschini Trapassi Alessandro
Per Marino segretario Ignazio Marino Dallai Luigi

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Primarie - Risultati

Inserito da casoledelsa il 26 Ottobre 2009

Nel comunicare i risultati del Comune di Casole delle Primarie per l’elezione del Segretario Nazionale e Regionale, voglio esprimere il mio personale ringraziamento e quello del Partito Democratico del Comune di Casole per l’eccezionale affluenza ai seggi che per il Circolo di Casole è stata superiore a quella per l’elezione di Veltroni. 

 GRAZIE!! GRAZIE!! GRAZIE!!   Il segretario unione comunale  Bruno Melani

SEGRETARIO NAZIONE

                                                  BERSANI                               FRANCESCHINI                  MARINO

 CASOLE                                      81                                              60                                        67

PIEVESCOLA                              56                                              25                                        15

MONTEGUIDI                             3                                                8                                           9

MENSANO                                 27                                               5                                           6

  

                                                                      SEGRETARIO  REGIONALE

                                                            MANCIULLI              FRAGAI                     SILANI

 CASOLE                                                  80                             46                               80

PIEVESCOLA                                         59                              24                               12

MONTEGUIDI                                         3                               6                                  10

MENSANO                                             28                               5                                  5 

 

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Congresso PD - I risultati della Toscana

Inserito da casoledelsa il 2 Ottobre 2009

Votanti 42.894, pari al 57,67% dei 74.376  iscritti aventi diritto.

Dei 42.643 voti validi, per la Segreteria Nazionale Bersani 21.372 (50,12%) Franceschini 18.072 (42,38%), Marino 3.199 (7,5%)

Per la segreteria Regionale votanti 42.495 pari al 57,14% degli aventi diritto.

Manciulli  24.309, Fragai 12.571, Silani 4.595 (11,08%)

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Congresso - Lettera di Marino agli iscritti PD

Inserito da casoledelsa il 15 Settembre 2009

Cara iscritta, caro iscritto,
sono Ignazio Marino, il terzo uomo: il candidato fuori dagli schemi, fuori dagli apparati, fuori dalle correnti e dalle appartenenze passate.

   
Due anni fa abbiamo dato vita al PD per guardare al futuro, per riportare giustizia, affermare il merito, per mettere al centro le persone, dare loro coraggio. Ma non ci siamo riusciti, non abbiamo ancora identità, idee e proposte chiare. Perdiamo consensi anziché guadagnarne. Ecco perché ho deciso di candidarmi: voglio un PD capace di sostenere idee chiare e forti, efficaci nel rispondere alle paure delle persone e nel dare loro nuove speranze.
Non mi riconosco in questo PD che parla con tante voci quante sono le correnti. Chi mi sostiene parla con una voce sola, dice si e no netti: si al contratto unico, al salario minimo garantito, al reddito di solidarietà; no al nucleare; no ai respingimenti e si a regole chiare per l´immigrazione; si alle unioni civili, si al testamento biologico. E, ancora, si al diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia, si all´energia rinnovabile, si alle pari opportunità e al merito, si al rapporto diretto tra elettori ed eletti con primarie e collegi uninominali.
È con questo spirito che affronto il congresso, senza paura, senza rendite di posizione, consapevole che serve un salto in avanti e che dal confronto democratico uscirà un PD più forte e unito. Ho stima di Dario Franceschini e Pierluigi Bersani, hanno un´esperienza politica molto più lunga della mia, rappresentano elementi importanti della nostra storia, hanno avuto responsabilità politiche e di governo già nel secolo scorso.
Ma alla mia proposta di un confronto pubblico per permettere agli iscritti di valutare cosa abbiamo da dire e scegliere quali idee preferiscono, Franceschini e Bersani hanno detto no: propongono di confrontarsi solo dopo l´11 ottobre, invocando il rispetto per gli iscritti. Ma proprio non capisco: è più rispettoso degli iscritti fare un confronto prima che si chiudano i congressi dei circoli o quando tutto è finito?
Il partito che ho in mente è laico, federale, decentra le risorse sul territorio, considera iscritti e circoli i veri “capi” dell´unica corrente che vorrei: la corrente dei circoli.
Vi invito a leggere le nostre proposte, a partecipare tutti ai congressi di circolo, a scegliere su idee e valori che preferite.
Bersani e Franceschini hanno dalla loro strutture e apparati invidiabili, e tuttavia penso che il significato della mia candidatura sia più forte e capace di parlare al cuore e al cervello di quei tanti italiani che non fanno ancora parte del nostro PD. È arrivato il momento in cui il coraggio deve prevalere sulla timidezza, è arrivato il momento di rischiare con entusiasmo, di investire sul futuro, per vivere il PD e cambiare l´Italia.

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Congresso - Lettera di Franceschini iscritti Pd

Inserito da casoledelsa il 13 Settembre 2009

Care iscritte, cari iscritti, in questi giorni si sta votando in tutti i circoli d´Italia.

Mi rivolgo direttamente a voi perché conosco la vostra passione e il vostro
attaccamento al partito.

In ogni Festa, in ogni assemblea, in ognuno dei mille circoli di tutte le
province italiane in cui sono andato da segretario, ho ascoltato le vostre
speranze e ho capito le delusioni per quello che si poteva fare meglio e non
è stato fatto.

Perché di certo abbiamo fatto errori ma ora dobbiamo rimboccarci le maniche
e correggerli, andando però avanti nella nuova storia comune che abbiamo
appena iniziato a vivere.

Il mio impegno è questo: non tornare indietro.

Non tornare indietro rispetto alla scelta di un partito radicato nel
territorio, con un Circolo in ogni comune e in ogni quartiere. Un partito
aperto, che unisce la straordinaria forza dei nostri iscritti e dei nostri
militanti alle energie di tanti elettori pronti a lavorare con loro per un
progetto in cui credono.

Non tornare indietro rispetto all´idea di un partito ricco di diversità come
tutti i grandi partiti nel mondo. Abbiamo scelto noi di chiudere una lunga
stagione di divisioni per far nascere il Pd, la casa di tutti i
progressisti: laici, cattolici, di sinistra, ambientalisti, liberal,
socialisti. E così deve restare il Pd: il partito in cui quelle diversità
sono la ricchezza che permette di costruire la sintesi e la linea comune.

Per questo sono orgoglioso che a sostenere la mia candidatura vi sia tutta
questa varietà di storie.

Per questo sono orgoglioso che il Coordinatore della mia mozione
congressuale sia Piero Fassino.

Per questo mi si è aperto il cuore quando alla fine di agosto un vecchio
signore ha attraversato la folla che riempiva la piazza, mi ha abbracciato e
mi ha detto: “Sono l´ultimo segretario del Partito Comunista di Gallipoli ma
voterò per te, perché non mi interessa da dove vieni ma dove vuoi andare”.

Questo è il Pd che abbiamo sognato e che ora dobbiamo costruire: un luogo in
cui ognuno ha portato l´orgoglio della propria storia precedente ma in cui
si sta insieme per il futuro che si vuole costruire, per l´idea di Italia
che abbiamo.

Come sapete, quando 6 mesi fa tutti mi hanno chiesto di fare il Segretario
del Pd, in un momento molto difficile, avevo detto che il mio lavoro sarebbe
finito in ottobre. Poi ho riflettuto molto su quelle parole di Berlusconi
appena sono stato eletto: “Ecco l´ottavo leader del centrosinistra. Tra un
po´ ci sarà il nono”. Ho masticato amaro quel giorno perché ho pensato che
purtroppo non aveva torto: in quindici anni di là c´è stato sempre lui, di
qua tutti i leader che si sono susseguiti sono stati più ostacolati dal
fuoco amico che da quello avversario.

Allora mi sono detto: questa volta a decidere se devo smettere o se dopo sei
mesi devo continuare a fare il Segretario del Pd, non saranno quattro o
cinque capi chiusi in una stanza ma saranno gli iscritti e gli elettori del
Pd.

Ecco, solo questo vi chiedo: quando voterete nei Circoli e poi alle Primarie
del 25 ottobre, tra noi candidati scegliete chi vi convince di più, chi
immaginate potrà fare meglio l´opposizione e preparare le future vittorie,
ma scegliete liberi.

E´ troppo importante la scelta per seguire l´indicazione di qualcuno che
conta o per restare legati alle antiche appartenenze.

Seguite solo la vostra coscienza, fate come quel vecchio segretario del Pci:
scegliete uno di noi, ma non per la storia da cui proviene ma per quella
futura che propone al partito e al Paese.

Se farete così, chiunque vinca avrà vinto tutto il Pd.
Dario Franceschini

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Congresso - Lettera di Bersani iscritti Pd

Inserito da casoledelsa il 13 Settembre 2009

Cara iscritta, Caro iscritto,

in questi giorni il nostro congresso comincerà a vivere in tutti i circoli. È
il primo congresso del Pd, un congresso davvero fondativo. Abbiamo tutti la
responsabilità di costruire uno strumento utile all´Italia e agli interessi e
ai valori che vogliamo rappresentare. Il compito dei candidati è quello di
dire con chiarezza se ci sia qualcosa da correggere di ciò che abbiamo fatto
fin qui e che cosa ci sia da correggere per guardare avanti e dare nuova
forza al nostro grande progetto.
Le candidature non sono contrapposizioni; sono diverse proposte che si
sottopongono agli iscritti e ai cittadini elettori. Loro decideranno, e tutti
ci rimetteremo alle loro decisioni. Per questo la discussione può essere
serena, chiara e vera. Un partito, infatti, è una comunità di protagonisti.
Alla fine del nostro percorso congressuale dovremo dire parole chiare e nuove
all´Italia e avviare un ciclo politico che porti ad una alternativa di
governo. Questo è il nostro compito, questa è la nostra responsabilità.

Comunque la pensiate, voglio salutarvi tutti con grande amicizia e
solidarietà e augurarvi (e augurarci) buon lavoro.
Pier Luigi Bersani

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Congresso Nazionale PD

Inserito da Bruno il 28 Agosto 2009

Sono a disposizione di tutti i cittadini( per consultazioni),  presso i Circoli di Casole, Mensano,Monteguidi e Pievescola le 3 Mozioni congressuali (Bersani,Franceschini, Marino ordine di presentazione).

Nei prossimi giorni il Segretario Bruno Melani accompagnato da membri dei singoli Circoli consegnerà copia degli stessi agli iscritti.

                                Il Segretario PD  Casole  Bruno M.

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Congresso - Mozione Franceschini

Inserito da Bruno il 17 Agosto 2009

Fiducia, Regole, Uguaglianza, Merito, Qualità
Le cinque parole chiave del nostro PD Attorno a noi sta cambiando tutto.
Quando ho pensato al mondo in cui si muove il Partito Democratico, la mia mente è stata assalita da una quantità di immagini, di scatti, di oggetti, di istanti, che segnano la spaventosa velocità del cambiamento in cui ha agito politicamente l’ultima generazione e che ci obbligano a pensare in termini nuovi.
E’ un mondo che ha impiegato 10.000 anni per raggiungere nel 1900 un miliardo di abitanti e che ne ha messi solo altri 110 per moltiplicarsi per 7 (e due su cinque di quegli abitanti sono o indiani o cinesi).
Un mondo che corre così veloce che i padri spesso non sanno usare i giochi dei loro figli, in cui i computer costano 1000 volte meno di 30 anni fa; un mondo che riscopre una identità nomade dove il recapito telefonico e l’indirizzo postale non sono più associate al territorio ma viaggiano con te. Tutto corre nell’economia, nell’informazione, nelle nostre vite. E questa velocità sempre più folle sembra travolgere le nostre certezze, come se ci togliesse ogni appiglio, come se ci togliesse fiato, spingendo anche noi a correre. A correre senza una meta, a correre perché tutto si consuma in fretta attorno a noi e quindi bisogna vivere in fretta. Sembriamo condannati a vivere nel presente, incapaci di guardare lontano, nelle nostre vite individuali come nelle scelte collettive e nella politica. Incapaci di programmare, di fare oggi una scelta che non darà frutti domani ma fra qualche anno, per noi o per chi verrà dopo di noi. E’ come camminare guardando la terra che si calpesta anziché tenendo lo sguardo sull’orizzonte che si vuole raggiungere. E’ stato il modello di globalizzazione che è apparso trionfalmente vincente e indistruttibile sino alla crisi di settembre, a trascinarci in questo incapacità di cercare il futuro.
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I miti della crescita inarrestabile, della competizione e del mercato senza regole, hanno spinto a costruire sulla sabbia, a volere tutto e subito, perché tutto è sembrato possibile e facile. In effetti, il mondo emerso dal crollo del Muro di Berlino, il mondo del terzo millennio, è un mondo che si è messo a correre, come mai era successo prima. In meno di un quarto di secolo, il prodotto globale è raddoppiato due volte. In questo stesso periodo, in Asia, 400 milioni di persone sono uscite dalla povertà. Tra il 2003 e il 2007, il reddito medio mondiale è cresciuto ad un ritmo superiore al 3 per cento annuo, il tasso più alto dell’intera storia umana. La crescita dell’economia mondiale, sino alla crisi, è stata impetuosa, come mai era stata prima. Ma è stata anche il frutto di una contraddizione profonda. E’ stata alimentata da tre grandi, crescenti debiti americani: l’indebitamento delle famiglie, il deficit commerciale, il debito pubblico, cui va aggiunto un quarto debito: quello energetico ed ambientale con i suoi enormi costi, in termini ecologici e climatici. La crescita costruita scaricando il benessere raggiunto nel presente sulle prossime generazioni, sul futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. Dunque la crisi nella quale l’economia globale è entrata nell’ultimo anno, al di là dei fattori contingenti che l’hanno provocata, è la crisi di un modello di capitalismo, miope e profondamente egoista. Il modello che, esplodendo, ha consegnato al mondo il gigantesco problema di riorganizzare il sistema economico mondiale su basi meno squilibrate, cioè senza accumulare debito, senza penalizzare chi verrà dopo di noi, con meno diseguaglianze fra le persone e fra i paesi. E’ stato detto che il populista pensa alle prossime elezioni, il riformista alle prossime generazioni. Ecco. La destra italiana pensa sempre e solo alle prossime elezioni. Noi democratici pensiamo prima di tutto alle prossime generazioni. Qui si apre lo spazio per un nuovo riformismo. Un riformismo che abbia il coraggio di sfidare le destre non rincorrendole, non limitandosi a proporre correttivi ai modelli economici e sociali che ha imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori alternativa e proiettata sul futuro.
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Questa deve essere la nostra sfida e la sfida dei riformisti europei.
Il nostro principale campo di gioco, infatti, si chiama Europa.
Non è un’idea fuori moda.
Occorre tornare al coraggio e alla visione dei padri fondatori per capire la grandezza del disegno.
L’obiettivo di una piena integrazione politica, di un’Europa che decide a maggioranza anche su politica estera e difesa, che interviene nel momento della crisi sui settori più deboli, che decide di più dove serve e un po’ meno dove non serve più, quello è il nostro obiettivo.
E ovunque sia stato nel mondo, fuori dall’Europa, dove lo Stato confinante è ancora percepito come una minaccia potenziale, dove in una capitale vicina si può ancora andare a combattere invece che come in Europa a visitare un museo, studiare per un programma Erasmus, fidanzarsi, là ho capito la grandezza del progetto europeo. E far ripartire la crescita su binari nuovi dovrebbe essere anche il compito di un’Europa che vuole tornare ad essere protagonista nella ridefinizione del modello di crescita globale. E invece l’Europa rischia di restare confinata in un ruolo secondario, non solo perché è politicamente debole ma perché le manca una missione collettiva. E, non a caso, le elezioni europee hanno messo in evidenza, nel Vecchio Continente, una tendenza politica assai diversa rispetto a quella che tante speranze ha suscitato nel mondo. Le due più grandi democrazie del pianeta, di fronte alla crisi economica, si sono affidate ai riformisti: ai democratici americani di Obama o ai progressisti indiani di Sonia Gandhi. In Europa hanno invece vinto i partiti di centrodestra e le elezioni hanno anche fatto registrare un inquietante rafforzamento delle formazioni populiste o xenofobe. Dinanzi alla crisi, insomma, Stati Uniti e India si aprono, l’Europa si difende e si arrocca. E’ la paura che vince. Paura della crisi, paura dell’immigrazione e delle società multietniche, paura del futuro che spinge una società che invecchia a cercare chi offre più conservazione, chi punta tutto sulla protezione individuale, esaltando e rendendo assoluto il valore della libertà, a scapito della coesione sociale.
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E noi riformisti abbiamo sottovalutato per molto tempo la suggestione che questa cultura ha esercitato sulle nostre società e la profondità delle sue radici. La crisi mette ora in discussione le forme economiche del pensiero politico della destra, ma ancora non sembra scalfire le premesse su cui si regge quella cultura. In un tempo che resta segnato dal conflitto e dominato da insicurezza e paura del futuro, la destra cerca una sua nuova versione rassicurante e difensiva. Dalla stagione dell’ultraliberismo, del consumismo individualista, dell’esaltazione del privato contro ogni idea di pubblico, si passa al ritorno alla tradizione, all’ordine naturale, all’uso della religione come strumento di governo e come baluardo della civiltà occidentale, alla piccola comunità chiusa come antidoto alla globalizzazione. Insomma una versione corretta di Dio, patria e famiglia. Il voto italiano va collocato dentro questo vento di destra che ha attraversato l’Europa. Berlusconi stesso nel 1994 rappresentava una proposta di cambiamento. Illusoria, ma era una proposta di cambiamento. Oggi anche la sua proposta è solo di protezione e conservazione. Per questo non farà, non potrà fare nessuna riforma vera per tutta la legislatura ma produrrà solo provvedimenti tampone che trasmettano il messaggio di stare tranquilli, che dopo la crisi tutto tornerà come prima. Noi riteniamo invece che la profondità della crisi richiede non solo risposte specifiche alle paure e ai bisogni dei cittadini ma una visione nuova, che adegui le strutture portanti del nostro sistema economico sociale e istituzionale. Siamo consapevoli della necessità di misure di emergenza per evitare l’aggravarsi della crisi in autunno. Per questo abbiamo proposto provvedimenti immediati cogliendo istanze avanzate anche dalle forze sociali: misure a favore delle imprese (vera accessibilità al credito specie per le piccole e medie imprese, accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione, incentivi per rilanciare gli investimenti), dei lavoratori (ammortizzatori per tutelare il reddito e favorire il reimpiego, sostegno ai redditi da lavoro e da
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pensioni che soffrono per la crisi) e degli enti locali per garantire le risorse necessarie agli investimenti e ai servizi che solo loro possono fare. Se il governo avesse attuato per tempo una contromanovra di un punto di Pil, come richiesto da noi, non saremmo al crollo attuale del 5% e si sarebbe almeno dato un senso all’aumento del deficit e del debito. E gli italiani avrebbero visto che qualcuno si occupava di loro. Ma, oltre che all’emergenza, occorre pensare subito a interventi strutturali, a quelle riforme lungimiranti che sono necessarie per prepararci a uscire dalla crisi; perché servono a combatterne le radici, che non sono solo finanziarie, ma affondano negli squilibri economici e nelle disuguaglianze sociali. Abbiamo bisogno di riforme che correggano le gravi distorsioni nella distribuzione del reddito e del mercato del lavoro, che rilancino la mobilità sociale; riforme per valorizzare un capitale umano e sociale che si sta impoverendo; scelte di politica industriale che sostengano l’innovazione e la ricerca, che sono beni pubblici e non solo requisiti di mercato. Serve una innovazione a 360° che diffonda l’uso intelligente delle tecnologie, e promuova forme di organizzazione produttiva adattabile e intelligente, oltre i modelli fordisti del secolo scorso; che superi la visione corta e speculativa all’origine della crisi, che rilanci i progetti di lungo periodo e dia valore ai contenuti immateriali e qualitativi tipici della conoscenza. Un’area di intervento particolarmente importante riguarda la modernizzazione dei vari settori dei servizi, che nella presente società sono sempre più decisivi per la vita delle persone e delle imprese. La responsabilità dell’attore pubblico e della politica è diretta nel caso dei servizi pubblici, centrali e locali. Non per perpetuare indebite ingerenze nella loro gestione, ma per dare un quadro stabile di regole e di indirizzi; per definire standard comuni di qualità a livello nazionale, da controllarsi con autorità indipendenti, per favorire la formazione di soggetti erogatori forti, capaci di operare in campo aperto, anche incentivando l’aggregazione di servizi e aziende, promuovendo le condizioni di concorrenzialità, o comunque l’adozione del sistema delle gare per la gestione dei servizi. Vogliamo innovare il ruolo dello Stato nell’economia, non per richiedere salvataggi di attività finanziarie e imprenditoriali insostenibili, ma perché sappia regolare in modo autorevole il mercato, ridisegnando le regole del gioco e rafforzando i controlli, adottando politiche di liberalizzazione, utili a migliorare la competitività dei servizi per i cittadini.
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Un intervento pubblico che sappia creare condizioni favorevoli di contesto, e che preveda un fisco più giusto per i cittadini e per le imprese necessari a uno sviluppo equilibrato e sostenibile: in primo luogo infrastrutture materiali e immateriali. L’innovazione economica si deve accompagnare con il cambiamento sociale, a cominciare dal welfare, che sappia rassicurare i cittadini, ridare prospettive e opportunità a persone e comunità, sostenere la coesione sociale che è una risorsa fondamentale anche per rilanciare il paese. Queste sono le sfide che noi vogliamo raccogliere. Ecco il punto per noi, per il Partito Democratico: a differenza della destra, vogliamo dire con forza che noi crediamo che dalla crisi possa uscire un’Italia migliore, non quella di prima. Un’Italia che proprio attraversando le difficoltà riscopre i valori fondanti della solidarietà, delle comunità locali, dell’essere una nazione. Che recupera il senso di una grande missione collettiva in cui i talenti di ognuno sono a disposizione non solo di se stessi ma del proprio Paese. Il Partito democratico allora come forza che crede nel futuro. Che crede nelle riforme come chiave per il cambiamento di cui l’Italia ha bisogno da anni per uscire dalla stagnazione e dall’immobilismo. Che tutela gli interessi ma solo se rispettano i valori. Perché rispettare un valore è spesso il modo migliore per difendere un interesse. Combattere la povertà, contrastare il degrado sociale non significa, forse, estirpare una delle radici più profonde dell’insicurezza? Come dicevano i laburisti inglesi all’inizio del loro ciclo vincente: “Combattere il crimine e le cause del crimine”. O come ci ricordano le parole di Victor Hugo che stanno incise nel marmo di uno degli ingressi della Sorbona: “Aprire una scuola è chiudere una prigione”.
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Questo è quello che dobbiamo fare: ricostruire una identità del nostro campo. La destra italiana in questi 15 anni ha avuto stabilità negli assetti e un leader unificante. Così ha potuto costruire una identità, percepita da tutti, attorno ad alcuni messaggi chiari: sicurezza, libertà di fare ogni cosa, meno Stato. Il nostro campo nello stesso periodo ha avuto instabilità totale nei leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti, nei governi fragili. E così non siamo riusciti a trasmettere che sensazioni indistinte, non messaggi chiari e univoci. Se voti destra sai cosa voti. Se voti di qua non sai cosa voti. E’ questo, più di ogni altra cosa, che spiega la sconfitta dello scorso anno e i risultati negativi delle amministrative e delle europee. Ricostruire una identità. Sarà un lavoro lungo e difficile ma il risultato delle europee ci mette in condizione di ripartire. Dobbiamo fare arrivare agli italiani messaggi comprensibili che facciano capire a tutti non solo la nostra proposta per il problema del giorno dopo ma quale è il modello di società che abbiamo in mente, qual è la diversità dei nostri valori di riferimento. Poche parole chiare, che caratterizzino il partito e che indichino la via lungo la quale costruire un programma di governo. Le parole di un riformismo moderno, che usa le radici e la memoria delle culture politiche del 900 italiano non per tornare nostalgicamente indietro, o per restare immobile, ma per immergersi in un cammino nuovo ed emozionante. La prima parola è FIDUCIA. Fiducia è la risposta alla paura che la destra alimenta e cavalca parlando di sicurezza.
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Paura della crisi, paura di perdere il lavoro, dell’immigrato, della criminalità, della povertà, della solitudine. Paura per il futuro del mondo e per i nostri figli che dovranno viverci. Quella paura che spinge alle ronde, a difendersi da soli, che spinge a rinchiudersi in casa, impauriti dagli altri che ti vivono vicini, e da come te li rappresenta la televisione. Servono allora misure e comportamenti che alimentino la fiducia personale e collettiva. Quella fiducia che tiene insieme la vita, le comunità, il mercato. Tutte le nostre politiche, tutte le nostre proposte concrete devono essere costruite attorno a questo messaggio positivo. Dalle misure per proteggere i lavoratori e i cittadini dalla crisi, alle riforme economiche necessarie a dare prospettive a famiglie e imprese. Fino alle riforme istituzionali che ridiano fiducia ai cittadini in uno Stato e in una politica che debbono essere basati sulla trasparenza e sull’efficienza.
Fiducia e coesione vanno sostenute nel mondo del lavoro, evitando di mettere, nella crisi, le difficoltà le une contro le altre, secondo antiche divisioni sociali.
Di fiducia e di sostegno hanno bisogno anche le imprese che sono investite da una competizione globale dura e spesso senza regole.
Noi dobbiamo dare risposte ai loro bisogni, che abbiamo trascurato, perdendo così la fiducia di questo mondo.
Non possiamo essere indifferenti di fronte a 1.600.000 lavoratori che, come ricorda il governatore della Banca d’Italia Draghi, non hanno alcun sostegno economico nella crisi e a oltre 500.000 che hanno solo pochi euro: una folla di poveri che è destinata purtroppo a crescere in autunno, se si continua a non fare niente, che avvilisce le persone e priva le imprese di risorse umane preziose.
Così rischiamo di lasciare un paesaggio produttivo e umano desertificato. Per noi il mondo del lavoro di oggi è fatto insieme da lavoratori e imprenditori. E gli imprenditori non hanno smesso, come è stato detto, di essere nostri nemici per diventare nostri amici se rispettano le regole.
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Gli imprenditori sono una parte del mondo del lavoro e una parte di noi democratici. In campagna elettorale sono stato a Prato, in una piccola impresa del tessile. Il proprietario mi ha parlato dei problemi gravi della sua azienda poi, indicando i suoi dipendenti, mi ha detto: “Io non licenzio nessuno. O ci salviamo tutti o chiudo”. Questa è l’Italia che sconfiggerà la crisi. Combattere la precarietà, migliorare le condizioni dei lavoratori e dare alle imprese protezione dalla crisi e sostegno per innovare, sono due pezzi della stessa politica, la nostra politica. Le proposte che abbiamo avanzato in questi mesi per fronteggiare l’emergenza, dall’assegno di disoccupazione al credito per le piccole e medie imprese, sono due piccole prove di come si possa spingere all’unità del mondo del lavoro e non alle divisioni e alla disgregazione sociale, come se la società fosse divisa tra le vecchie classi di un tempo finito. Anche per questo è giunto il tempo di ragionare su forme moderne di partecipazione dei lavoratori alle scelte delle imprese, come ci indica da decenni la nostra Costituzione. Dobbiamo ridare fiducia a milioni di persone impaurite. Per questo vogliamo cambiare il nostro welfare e renderlo uno strumento universale che accompagni tutte le persone e le famiglie nel corso della vita, proteggendole dai rischi della povertà e dell’ emarginazione. Un welfare che cominci dalla cura e dall’educazione dei bambini, e che dia un ruolo centrale alla formazione permanente, come leva fondamentale per valorizzare le capacità personali.
E vogliamo che riguardi non solo i lavoratori subordinati, come nel welfare storico, ma anche i lavoratori autonomi e gli imprenditori, specie quelli piccoli che oggi sono privi di difese sociali.
Per i lavoratori autonomi vanno ricercate, e discusse con loro, forme di protezione adatte ai loro bisogni. Vogliamo che gli ammortizzatori siano un diritto per tutti, non una concessione discrezionale del governo.
Solo diritti certi, non deroghe caso per caso e concessioni del governo, possono ridare prospettive e fiducia.
Per ridare fiducia non basta offrire protezione.
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Dobbiamo offrire prospettive di futuro e opportunità.
Questa è una lezione che ci viene dall’esperienza, dalle reazioni che registriamo di fronte alla crisi.
Non riusciremo a convincere neppure le persone più bisognose di aiuto e di sicurezza se ci limitiamo a promesse di assistenza.
Così non siamo competitivi con le proposte della destra che indicano, anche se in modo illusorio, prospettive di arricchimento, di affermazione e di autonomia personale.
Dobbiamo indicare una via più ambiziosa e più equa: quella di un welfare rassicurante, attivo e insieme solidale; politiche economiche e sociali che valorizzino non gli interessi egoistici di singoli o di territori, ma uno sviluppo equilibrato e sostenibile per tutta l’Italia. La fiducia va alimentata con un nuovo patto fra generazioni e generi in sostituzione di quello del secolo scorso che non è più sufficiente per le trasformazioni demografiche, dei cicli di vita e dei rapporti familiari. Un nuovo patto generazionale deve ridare fiducia alle famiglie. Dobbiamo prendere atto del ritardo con cui il nostro paese ha affrontato i cambiamenti intervenuti nella famiglia e dobbiamo raccogliere le sfide che da essi derivano.
Ogni aspetto della famiglia è cambiato: composizione, vita media, tipologia, rapporti tra uomini e donne e tra generazioni. Per non parlare delle famiglie immigrate.
E’ arrivato il momento di riaprire un grande confronto sulla legislazione per la famiglia, compresi la mediazione familiare, il tribunale per la famiglia e la persona.
Non dobbiamo aver paura di sviluppare un dibattito su temi rilevanti per la vita di ogni persona.
Partiamo da principi condivisi, e in particolare dalla consapevolezza che ogni persona va rispettata nel suo orientamento sessuale e nelle sue scelte di vita. Grazie al PD oggi è possibile creare una convergenza fra le diverse concezioni, culturali etiche e religiose per dare una risposta condivisa a tali sfide. Le nostre politiche partono dalla convinzione che la famiglia è un’opportunità per le persone e una risorsa fondamentale per la società.
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Ma essa non può essere lasciata sola, oggi meno che mai, di fronte a una crisi che aggrava le difficoltà di tutte le sue componenti, dai bambini, alle donne che trovano sempre più pesante conciliare i tempi di lavoro e della vita familiare, alle giovani coppie la cui precarietà blocca il desiderio di avere figli. A differenza della destra, che ha disinvestito sulla famiglia, noi vogliamo sostenere la famiglia che investe su se stessa, sul benessere dei figli, sul lavoro dei giovani, delle donne e degli uomini, che valorizza ogni stagione di vita degli anziani, che rispetta i diritti dei disabili e degli immigrati. Per ridare fiducia alle famiglie e sostenerle nel loro compito occorre riconsiderare a fondo le politiche familiari e incentrare sulla famiglia molti istituti del welfare. Bisogna regolare i diversi aspetti della convivenza civile attorno al dato delle esigenze della famiglia nelle sue varie forme, tradizionali e nuove, specie per quanto riguarda i figli. In tale direzione devono orientarsi misure diverse: quelle di welfare, servizi di cura, fondo per la non autosufficienza, asili nido. Ma anche il sistema tributario: non tanto il quoziente familiare, quanto un sistema di assegni organico e più sostanzioso di quelli attuali. La politica delle città: edilizia popolare, politica degli affitti, spazi comuni. Il sistema pensionistico che consideri ai fini contributivi i periodi di maternità e di cura. La politica della mobilità, con agevolazioni per il trasporto pubblico ai nuclei familiari molto numerosi. La fiducia va restituita anche dando risposte alle paure dei cittadini, alimentate dalla criminalità e dall’immigrazione clandestina. Le risposte sono credibili se sanno coniugare fermezza nel contrasto all’illegalità, da chiunque provenga, con politiche di integrazione sociale e di accoglienza. Su questi terreni la nostra politica tradizionale è stata perdente, e va corretta. Perché ha sottovalutato i problemi e le paure dei cittadini, non si è messa dalla loro parte, non si è disposta a capirli.
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La maggioranza degli italiani, e dei ceti popolari, se non riceve risposte, perde la fiducia nella buona politica e accetta le risposte della destra che assimila immigrazione a crimine, e ora indica l’immigrato anche come quello che ti toglie un posto di lavoro. Non si tratta di inseguire le ricette e i proclami repressivi della destra, inefficaci ma che intanto colpiscono l’immaginazione e il vissuto delle persone, anche dei nostri militanti. Bisogna recuperare fiducia dimostrando con i fatti che siamo in grado di difenderli, facendo rispettare l’ordine pubblico, se necessario con durezza come hanno fatto alcuni nostri sindaci, contrastando ogni forma di illegalità per evitare che l’impunità di pochi comporti la criminalizzazione di tutti.
Solo facendo così potremo spiegare le buone ragioni dell’integrazione e dell’accoglienza. E quelle della solidarietà umana con chi attraversa il mare umiliato dallo sfruttamento dei racket.
L’organizzazione criminale si deve contrastare con un impegno congiunto della società civile, delle istituzioni dello stato e delle autonomie locali: perché solo con questo sforzo comune se ne colpiscono le radici che sono profonde e si manifestano in forme diverse nei vari territori.
Non si tratta solo di prevenire e reprimere singoli comportamenti illeciti, ma di garantire il controllo del territorio, in modo capillare, visibile e stabile.
Tagliare le risorse essenziali e inventarsi le ronde è una grande contraddizione del governo, che indebolisce la lotta alla criminalità.
Occorrono misure concrete per rafforzare l’opera delle forze dell’ordine recuperandole da impieghi non essenziali (scorte, compiti d’ufficio, ad esempio per il rinnovo dei permessi di soggiorno delegandoli ai comuni), operando per il coordinamento reale delle forze di polizia, con una centrale operativa unica.
Nell’immediato la nostra priorità sul fronte sicurezza deve essere la lotta al ddl intercettazioni, che indebolirebbe in modo grave tutta l’attività investigativa.
Mostriamo con questo che a noi la sicurezza dei cittadini sta a cuore seriamente, mentre la destra la mette a rischio.
Occorre rigore e coerenza nell’aggredire i patrimoni della malavita organizzata, colpendo chi li protegge o è connivente.
Occorre recidere con decisione i rapporti, ancora esistenti, fra mafia e politica.
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Una misura parallela è la velocizzazione dei processi per una effettività delle pene, con un miglior utilizzo delle risorse umane e delle nuove tecnologie.
Bisogna difendere l’efficienza e l’autonomia non la politicizzazione della magistratura.
Serve costruire più carceri civili e dignitosi, quelli attuali sono di nuovo al limite della capienza, se vogliamo scongiurare il ritorno all’epoca della rivolta delle carceri.
Nel caso degli immigrati il rispetto della legge va imposto senza discriminazioni ma senza pietismi.
Cominciando con il contrasto degli ingressi clandestini.
Con un dimensionamento più realistico dei flussi.
Con strumenti adeguati per facilitare le presenze e il lavoro regolari, ripristinando la figura dello sponsor accreditato e responsabile, garantendo permessi per ricerca di lavoro di durata ragionevole.
E rafforzando gli accordi bilaterali con i paesi di più forte immigrazione, e con un’azione congiunta dell’intera Unione europea.
La fiducia è un bene durevole, da costruire nel tempo.
Per questo richiama la politica a comportamenti responsabili, che affrontino senza improvvisazioni i problemi delle persone e che ricerchino con coerenza soluzioni stabili.
Per questo vogliamo la stabilità politica e dei governi.
Per gli stessi motivi è necessario rigore nel controllo della spesa pubblica, che anche quest’anno è fuori controllo, nonostante i tagli del governo.
Non tagli indiscriminati ma lotta agli sprechi che sono ancora tanti e all’evasione fiscale, vero cancro della nostra vita economica e civile che corrode la fiducia fra cittadini e stato.
La lotta all’evasione va fatta senza pregiudizi “classisti”, per chiunque evada, sia l’imprenditore sia il dipendente che ha un altro lavoro in nero.
E’ necessaria una nuova cultura fiscale, per arrivare a un sistema più equo e meno oppressivo, che passi ad esempio dalle detrazioni, oggi prevalenti, ai bonus, ai servizi detassati, al contrasto di interessi.
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Controllare la spesa per ridurre il macigno del debito pubblico non è una mania di ragionieri, è necessario per rendere possibile la riduzione delle tasse; ed è un impegno decisivo per garantire il futuro delle nuove generazioni, per non spostare su di loro il peso di decisioni che spettano a noi.
La seconda parola del nuovo riformismo è REGOLE. Da anni la destra italiana predica la sregolatezza, che tollera o incentiva le irregolarità, che esalta l’individualismo, la furbizia “dell’ognuno per sé” in ogni campo. Ha fatto dimenticare che buone regole non sono ostacoli all’iniziativa e alla libertà di persone e imprese ma sono invece strumenti di tutela dalle ingiustizie e dalle disuguaglianze. Noi vogliamo buone regole che oltre a sancire diritti, stabiliscano doveri e responsabilità, garantiscano la sicurezza collettiva. Se ci fosse stato più rispetto delle regole non avremmo avuti i disastri di Viareggio e le conseguenze del terremoto che ha colpito l’Aquila e l’Abruzzo. Non avremmo 1300 morti sul lavoro sul lavoro ogni anno e oltre 6000 sulle strade; non avremmo i livelli spaventosi di evasione fiscale e di lavoro nero, che frodano il presente e sottraggono risorse al futuro. L’applicazione rigorosa delle regole è il presidio della legalità e del contrasto alla criminalità organizzata che uccide le potenzialità straordinarie di interi pezzi del Paese. Di regole ha bisogno l’economia perché la loro assenza è la causa principale della destabilizzazione dei mercati finanziari e degli squilibri nell’economia reale. E proprio all’economia e alle imprese servono regole semplici e stabili che garantiscano il corretto svolgersi della concorrenza, che rompano i conflitti di interessi che in Italia sono diventati silenziosamente accettati, come fossero normali, avendo davanti l’esempio della massima autorità di governo.
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Dobbiamo dirlo. Il centrosinistra ha colpe precise non aver approvato una normativa sul conflitto d’interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001, ma quella responsabilità non ci può spingere adesso a restare ancora fermi e silenti.
Abbiamo bisogno di nuove regole nello Stato e nella Pubblica Amministrazione, che funzionano male e peggio che negli altri grandi paesi europei.
Un partito come il nostro ha un interesse vitale a far funzionare meglio lo stato e le Pubbliche amministrazioni.
Perché un sistema pubblico funzionante è necessario per attuare le riforme, e per garantire la effettiva fruizione dei diritti dei cittadini, dalla giustizia all’istruzione, ai servizi pubblici.
Per regolare il mercato e integrarlo quando non funziona.
Un efficiente sistema pubblico è condizione anche per praticare senza squilibri la collaborazione con il settore privato, profit e non profit.
La gravissima crisi di affidabilità del sistema politico-istituzionale è squadernata ogni giorno sotto i nostri occhi dalle immagini televisive: le inchieste e gli scandali, la guerra tra le procure, i rifiuti campani, la lentezza della giustizia e della burocrazia che ostacola e sperpera. E potrei continuare. Lo stesso patto di lealtà fiscale ha come necessario presupposto che il cittadino sappia che i suoi soldi non vadano a finanziare spreco e inefficienza. E sappia che chi viola le leggi, esportando illegalmente capitali, non venga premiato anziché essere punito dalla legge. Per questo il PD deve impegnarsi per modernizzare lo Stato, anche stando all’opposizione.
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Noi non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche da subito, con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l’azione di governo e il ruolo del parlamento, cominciando dal passaggio ad una sola camera legislativa, con un senato federale ed un conseguente dimezzamento dei parlamentari eletti.
L’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di provincia e di regione, e delle stesse cariche monocratiche del nostro partito è diventata ormai parte del nostro sistema.
Ma occorre ricostruire il sistema di checks and balances fra i poteri dello Stato.
Riformare il bicameralismo, rafforzare il diritto dei cittadini di decidere sulle loro rappresentanze parlamentari e politiche, con un sistema elettorale che lo valorizzi, dare attuazione coerente alla scelta federalista, valorizzare l’autonomia della giustizia, ma pretendendone la efficacia e la distanza dalla politica.
Allo stesso fine è urgente il rinnovamento dei partiti, per valorizzarne la funzione di rappresentatività nei rapporti con i cittadini, anche sulla base di una riforma che dia finalmente attuazione all’articolo 49 della nostra Costituzione.
La riforma delle istituzioni da sola non basta: deve appoggiarsi sull’empowerment dei cittadini, cioè sulla loro possibilità di influire individualmente e collettivamente sulle decisioni.
La riforma federalista non deve essere un mero trasferimento di funzioni da Stato a regioni, ma deve valorizzare le autonomie di tutti i governi locali e costituire l’occasione per ripensare il rapporto cittadino - autorità nel nostro sistema.
Questo è il senso della regola di sussidiarietà cui ispiriamo la nostra azione politica: allargare gli spazi di partecipazione, non solo istituzionale ma sociale.
Sviluppare istituti di welfare non solo statali, ma territoriali e sociali.
Il mondo del non profit in molte realtà, soprattutto al Nord, sta rispondendo alla crisi economica puntando sul network, sperimentando welfare di comunità e consorzi il cui capitale è la solidarietà operativa e finanziaria.
Uscendo ormai anche dal più tradizionale e forte impegno nei servizi in campo sociale e sanitario.
Il non profit è diventato una sorta di spina dorsale invisibile del nostro paese e sta garantendo la coesione sociale anche nelle situazioni che la crisi economica ha messo in maggiore difficoltà divenendo esso stesso una risposta alla crisi.
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Per questo è necessario partire anche da quell’innovazione dal basso sperimentata da questo mondo che significa partecipazione attiva, centralità delle persone, valori come risposta culturale e concreta alle difficoltà politiche e sociali che abbiamo davanti.
La centralità del cittadino, il nesso libertà-responsabilità vale anche per la giustizia.
Il funzionamento della giustizia è una questione essenziale per la vita dei cittadini e per la stessa economia del paese.
Gli attuali tempi, lunghi e incerti, dei processi angosciano le persone, e opprimono le imprese.
Sono fra le ragioni che ostacolano gli investimenti esteri in Italia.
Non è quindi un tema che si possa lasciare agli addetti ai lavori, giudici e avvocati, come è stato fatto finora.
E’ prioritario garantire una ragionevole durata del processo.
Per questo servono modifiche alle procedure per renderle più semplici e più veloci, scoraggiando tutti i comportamenti dilatori, anche quelli concordati fra avvocati.
Occorre favorire mezzi alternativi di soluzione delle controversie (conciliazione e arbitrato), garantire costi ragionevoli per l’accesso a tutti i procedimenti e il gratuito patrocinio a chi ha bisogno, specie per le cause di lavoro, di previdenza e simili.
Occorre inoltre migliorare il funzionamento della “macchina” della giustizia, prevedendo gli strumenti tecnici e organizzativi necessari, distribuendo meglio gli organici e i carichi di lavoro, chiedendo anche ai magistrati un impegno maggiore e verificabile.
Noi vogliamo difendere l’autonomia della magistratura, e pretenderne l’efficienza per un migliore servizio ai cittadini. La terza parola è UGUAGLIANZA. Uguaglianza è stata la parola forte dei grandi movimenti riformisti del secolo scorso. Qualcuno pensa che sia caduta in “disuso” e superata. Ma non è così.
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E’ una parola moderna, centrale nel mondo globalizzato. Un mondo in cui senza gli anticorpi della politica le disuguaglianze sono destinate ad aumentare drammaticamente, dentro i paesi e tra i paesi del mondo. Uguaglianza non come appiattimento delle differenze ma come valorizzazione delle diverse capacità delle persone, come uguaglianza delle opportunità, da sostenere non solo nelle condizioni di partenza ma nel corso della vita di ciascuno. L’Italia ha purtroppo un primato negativo: ha visto crescere le diseguaglianze tra i redditi, ha visto aumentare le distanze tra pezzi del suo territorio. Ha permesso il persistere di vaste sacche di povertà, specie nel mezzogiorno. Ha registrato un blocco dell’ascensore sociale che ostacola la possibilità delle persone di sviluppare le proprie capacità. Sono queste le diseguaglianze che sottraggono ai nostri giovani le aspettative dei coetanei di altri paesi europei, che impediscono al figlio dell’operaio di avere le stesse opportunità nella sua vita del figlio del notaio. Noi vogliamo cambiare questo destino che la destra ritiene inevitabile. Vogliamo invertire la tendenza partendo da proposte immediate. Vogliamo correggere un assetto produttivo e distributivo che ha penalizzato i redditi da lavoro, soprattutto subordinato, rispetto alle rendite e ai redditi da capitale e che ha svalutato in particolare il lavoro operaio e manuale. Per questo serve una politica che da una parte riprenda la lotta all’evasione e all’elusione, dall’altra alleggerisca la pressione fiscale sui redditi da lavoro e sulle pensioni e prosegua la incentivazione del salario di produttività contrattato in azienda e sul territorio. Ma la tendenza alla disuguaglianza va invertita anche e soprattutto con proposte attive, che creino aperture sociali e ridiano dignità al lavoro in tutte le sue forme. Pensiamo allo sviluppo della rete, della banda larga, come all’investimento infrastrutturale più importante di questo decennio. Come vettore di crescita e di riduzione delle disuguaglianze territoriali.
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Pensiamo per i giovani studenti a un anno di presenza all’estero finanziata, un Erasmus obbligatorio nel proprio percorso formativo, ma anche a incentivi a studenti stranieri per studiare in Italia, per attrarre cervelli. E all’interno del paese pensiamo ad uno scambio fra studenti del Nord e del Sud per rafforzare esperienze e culture comuni, per aprire le comunità del mezzogiorno. Noi pensiamo al Mezzogiorno come la possibile risorsa dell’economia italiana. E’ la politica nazionale, siamo noi, non un partito del Sud, a dover credere che questo è possibile. Il Mezzogiorno è stato per decenni alla periferia del sistema economico. Oggi il cambiamento geopolitico del mondo, la centralità del Mediterraneo possono trasformarlo da periferia dell’Europa nella sua principale porta d’accesso.
Per riuscirci non ha bisogno di assistenza o di aiuti generici ma richiede risorse per ridurre il divario infrastrutturale, per sostenere le imprese che investono, per colmare i ritardi del sistema formativo e, soprattutto, per vincere la battaglia nazionale per la legalità e contro le mafie.
E’ necessario concentrare gli interventi su pochi obiettivi prioritari, per evitare l’attuale “polverizzazione” della politica di coesione nazionale e comunitaria, che ha finora ridotto fortemente l’efficacia degli interventi.
A tale scopo, deve prevedersi all’interno della Conferenza Stato - Regioni, un Comitato operativo delle Regioni meridionali che svolga funzioni di indirizzo e proposta al fine di definire interventi coerenti con strategie di sviluppo della macro-area meridionale.
“Terapia d’urto”: un primo pacchetto di misure immediate si basa su alcuni assi portanti.
Nell’immediato, occorre focalizzare le risorse (ordinarie e straordinarie) su un numero limitato di interventi, con l’obiettivo di dimezzare entro il 2013 l’inaccettabile divario esistente tra Nord e Sud nelle infrastrutture e nei servizi resi dall’amministrazione pubblica ai cittadini.
L’azione pubblica di sviluppo nel Mezzogiorno deve porre al centro l’impresa.
Gli interventi devono incentivare la nascita di nuove imprese, lo sviluppo e il consolidamento di quelle esistenti.
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In tale ottica, va reintrodotta da subito la automaticità nella fruizione del credito d’imposta per nuovi investimenti nel Mezzogiorno, cancellando la norma inserita dal Ministro Tremonti che, condizionandone la fruizione ad un complesso sistema burocratico di prenotazione e verifica ne ha di fatto compromesso l’operatività.
C’è una generazione di giovani meridionali che sta realizzando importanti progressi nei livelli di scolarizzazione, a cui dobbiamo dare risposte in termini di opportunità di impiego e di realizzazione individuale.
Tale esigenza diviene ancora più forte in un momento di crisi quale quello che stiamo vivendo che rischia di tenere molti giovani scolarizzati fuori dal mercato del lavoro. Dobbiamo impedire che continui l’esodo verso il Nord dei giovani laureati del Mezzogiorno.
Noi proponiamo un piano di 100 mila stage presso imprese private destinati a giovani diplomati e laureati del Mezzogiorno, al fine di favorire il loro inserimento lavorativo.
Un intervento volto a favorire l’accesso al lavoro e la formazione in aziende localizzate nel Mezzogiorno attraverso l’offerta di un periodo di esperienza a carico dello Stato presso imprese private che al termine di tale periodo vengano significativamente incentivate ad assumerli.
Uguaglianza significa poi valorizzare la libertà di scelta e di lavoro delle donne. Perché la libertà delle donne è la condizione essenziale per avere una società più dinamica e moderna, in cui la parità tra generi sia semplicemente garantita da una vera selezione sui talenti e le qualità personali.
Nel mondo la battaglia per i diritti umani delle donne come diritti universali attraversa continenti, etnie, culture. L’emancipazione di interi popoli, pensiamo all’Africa, da povertà, malattie, sopraffazioni sta avvenendo grazie alla capacità di governo delle donne.
L’ONU ha indicato fra gli obiettivi del millennio la libertà delle donne in ogni ambito della vita pubblica e ha individuato nella collaborazione fra uomini e donne la strada per ridefinire il valore della famiglia, i ruoli nella società, le responsabilità nella politica e nelle istituzioni.
Possiamo partire da queste indicazioni e iniziare un cammino inedito per risolvere i tanti problemi e rispondere alle attese delle donne del nostro paese.
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L’Italia non è in Europa, se guardiamo al tema della rappresentanza.
Le donne elette in tutte le istituzioni sono ancora pochissime, manca una legge sul riequilibrio della rappresentanza fra uomini e donne ad ogni livello nella vita pubblica.
L’articolo 51 della Costituzione parla chiaro, ma ha bisogno di strumenti applicativi.
Siamo lontanissimi da una democrazia paritaria, ma anche quella delle pari opportunità non è vicina.
Questo tema interpella direttamente un partito che ha l’ambizione di essere nuovo per davvero.
Per le donne serve una parola in più: il coraggio.
Il coraggio di investire sulle donne come forza di cambiamento della società.
Il coraggio di riconoscere la donna come essenziale per una cultura laica, aperta alla convivenza, che riconosce, accoglie, e valorizza le differenze.
La responsabilità politica delle donne sta nella capacità di essere squadra, nell’incontro e non nello scontro fra le generazioni, nella trasmissione dell’esperienza e nell’ascolto delle novità.
Sta nella capacità di mettere in discussione certezze per comprendere il punto di vista altro, nella caparbietà di far divenire le debolezze punti di forza, nel conflitto positivo che genera qualità della rappresentanza.
Le donne hanno cambiato il volto della politica, hanno criticato il potere fine a se stesso, hanno cercato di finalizzarlo alle conquiste civili e alla crescita di valori condivisi.
La politica italiana ha bisogno di più donne.
Pensiamo a come ricostruire luoghi plurali delle donne nel PD, inventando forme e modi, affinché sia possibile far vivere una nuova autonomia femminile che ha nell’incontro con la parte maschile del partito il compimento di un disegno, di una visione credibile da proporre al paese.
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Allora il rinnovamento che auspichiamo sarà davvero il frutto di una storia in cammino, in cui tutti, uomini e donne insieme, saranno protagonisti nella solidarietà, nella distinzione non gerarchica dei ruoli, nella comune passione di una nuova politica per il nostro paese.
Ma la libertà delle donne si misura anche e soprattutto in politiche attive. Per questo proponiamo misure di sostegno all’occupazione femminile, dirette alla condivisione dei ruoli nella famiglia e alla conciliazione fra lavoro e vita personale, e proponiamo un credito fiscale ai genitori che lavorano per le spese relative alla crescita e al mantenimento dei figli. E sono queste le basi su cui vogliamo costruire un nuovo patto fra generazioni e generi. Un patto che riguardi anche il sistema previdenziale. Oggi è possibile e giusto chiedere la disponibilità ai genitori di lavorare qualche anno di più, se viene data a loro la certezza che questo serve non per finanziare sprechi, ma per dare ai propri figli più ammortizzatori sociali e più certezze sul loro futuro previdenziale. La nostra proposta è di recuperare il principio della flessibilità del pensionamento proprio della legge Dini del 1995: in particolare fissando una fascia di età comune per uomini e donne, all’interno della quale ciascuno possa scegliere il pensionamento sulla base delle proprie condizioni di lavoro e di vita familiare e personale. L’equiparazione del sistema nel caso delle donne deve essere accompagnata da misure che considerino i periodi di maternità e il lavoro di cura ancora prevalentemente svolto dalle donne, ad esempio riconoscendo, come avviene in altri paesi europei, un certo ammontare di contributi figurativi in corrispondenza di tali periodi.
Serve un patto che allarghi le opportunità per tutti i cittadini nelle diverse fasi della vita, rispettandone e valorizzandone le diversità.
La promozione dell’eguaglianza implica valorizzare il lavoro come manifestazione essenziale della creatività e della dignità dell’autonomia delle persone.
Vogliamo valorizzare il lavoro in tutte le sue forme come richiede la Costituzione, anche quello autonomo e imprenditoriale.
Questo non significa ignorare le diversità di posizioni fra lavoro subordinato e impresa, né la possibilità di conflitto.
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Ma occorre riconoscere che oggi impresa e lavoratori sono esposti a sfide competitive comuni senza precedenti, che sono simili più di un tempo i bisogni di protezione dai rischi del futuro.
Queste sfide non si vincono senza un impegno congiunto: il che implica non solo di mettere da parte le ideologie della lotta di classe ma anche superare condizioni riduttive dei patti fra produttori, cioè fra soggetti che restano fondamentalmente divisi anche se occasionalmente disposti al compromesso.
Si tratta di ricercare forme di partecipazione sia su obiettivi specifici sia istituzionali, con la presenza dei lavoratori nei consigli di sorveglianza. Il test di questa partecipazione deve essere la capacità di servire alla crescita comune, non solo dei prodotti, ma della loro qualità, di promuovere una competitività basata non sulla precarietà del breve periodo, ma sulla valorizzazione delle risorse personali di tutti, dipendenti, manager, professionisti, sull’uso intelligente delle innovazioni tecnologiche e produttive.
La partecipazione diventa così uno strumento della eguaglianza delle opportunità economiche e sociali. Uguaglianza significa infatti tener conto delle diversità, anche di quelle interne al mondo del lavoro dipendente. Non vogliamo appiattirle ma vogliamo garantire a tutti i lavoratori una base comune di tutele e opportunità. Vogliamo contrastare la precarietà, non occuparcene soltanto per l’assenza di ammortizzatori sociali quando il lavoro è ormai perduto. Vogliamo contrastare l’abuso dei contratti a termine, rendere conveniente le assunzioni a tempo indeterminato con misure di incentivo/disincentivo, facilitare i percorsi di passaggio dal lavoro precario a quello stabile, anche sperimentando forme di contratti a tutele crescenti nel tempo, che riducano la pletora degli attuali strumenti di accesso, estendendo i diritti e facilitando l’entrata al lavoro stabile soprattutto dei soggetti più deboli. Le nostre proposte indicano chiaramente diverse misure: dal superamento delle forme di collaborazione professionale che coprono rapporti di lavoro subordinato alla estensione modulata dei fondamentali diritti e tutele alle collaborazioni genuine, con la progressiva parificazione degli oneri sociali rispetto al lavoro standard, agli ammortizzatori sociali universali per tutte le imprese e i lavoratori, compresa una tutela per chi non ha i requisiti assicurativi o ha esaurito gli ammortizzatori. Sino alla previsione di una soglia minima di salario, comune a tutti i tipi di contratto di lavoro.
Questo zoccolo sociale comune costituisce la base per una buona occupazione e per una flessibilità sostenibile.
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In coerenza con la nostra idea occorrono servizi efficienti per il sostegno dei lavoratori; e nello stesso tempo bisogna rendere effettiva la perdita di tutela per chi non accetta congrue offerte di lavoro e formazione.
L’eguaglianza in tema di lavoro richiede politiche per ampliare le opportunità di occupazione; necessarie anche oggi nella crisi, perché l’ampliamento del mondo del lavoro è altrettanto importante della sua riunificazione e la precarietà va combattuta anzitutto promuovendo la buona occupazione.
Per questo vogliamo sostenere con politiche attive l’innalzamento del tasso di occupazione ai livelli europei, a cominciare da sostegni specifici per i gruppi che sono più lontani dagli obiettivi comunitari.
Per le donne servono, come abbiamo detto, misure organiche che incidano nell’organizzazione dei servizi di cura e nella distribuzione dei ruoli.
Per questo sono destinate non solo alle donne ma anzitutto alla equilibrata ripartizione delle responsabilità. Politiche specifiche sono necessarie per sostenere l’occupazione e l’autonomia dei giovani: potenziamento degli obblighi/diritti di formazione, da quella di base a quella professionale e continua, rafforzamento dei contenuti formativi dell’apprendistato, che deve diventare lo strumento essenziale per la transizione tra scuola e lavoro; fondo per la dotazione di capitale per i giovani.
Un’analoga politica promozionale è necessaria per alzare il tasso di occupazione dei lavoratori over 55, anch’esso troppo basso.
Questi interventi sono particolarmente urgenti nel nostro paese che presenta un rapido invecchiamento della popolazione e un basso tasso di natalità e sono necessari per allargare la nostra base occupazionale anche ai fini pensionistici.
La promozione del lavoro, come di uno sviluppo più equo, richiede l’impegno comune delle forze sociali e politiche pur in una rigorosa autonomia reciproca.
Richiede la finalizzazione della concertazione sociale a migliorare la qualità e la produttività del nostro sistema produttivo, e alla valorizzazione professionale e retributiva del lavoro.
Deve basarsi su una autoriforma delle relazioni industriali, nel segno di un fecondo pluralismo sindacale, che dia seguito a un modello contrattuale condiviso articolato su due livelli, nazionale e decentrato, capace di tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni attraverso un’effettiva redistribuzione della produttività e di promuovere l’innovazione organizzativa, la qualità dei rapporti e la partecipazione dei lavoratori in azienda. L’uguaglianza infine deve essere la parola chiave anche nei rapporti internazionali, con nuove forme di governance multilaterali, che contrastino l’azione di un mercato e di un commercio senza regole e che diano voce a tutti i paesi, compresi quelli più svantaggiati.
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Per questo vigileremo che vengano mantenuti gli impegni presi dal nostro governo al G8 in materia di cooperazione allo sviluppo, la grande tradita di questo anno di governo. La quarta parola è MERITO. Una parola profondamente legata a quella precedente, a uguaglianza Per sottrarsi alla retorica della meritocrazia occorre che il merito divenga la chiave della vita sociale e sia concepito come la leva fondamentale per superare molte delle ingiustizie sociali che opprimono la nostra società, per rimettere in moto la mobilità sociale. Merito per noi significa riconoscere e valorizzare le capacità delle persone, significa avere la speranza di migliorare la propria vita e quella dei propri figli. Merito non vuol dire competizione sfrenata ma riconoscimento dei talenti, dell’impegno, del valore del lavoro. Non si contrappone ai bisogni. L’egualitarismo indifferenziato ha prodotto nel corso dei decenni più recenti, gravi e profonde ingiustizie sociali. Per questo l’affermazione del merito può tradursi, se declinato con rigore, in un fattore di forte discontinuità culturale, in una battaglia profondamente democratica. Per questo le nostre proposte si rivolgono a tutti, alle componenti più dinamiche della società, che non devono temere di essere penalizzate e a quelle più esposte ai rischi di emarginazione, che vanno sostenute nella loro crescita. Oggi la società italiana è prevalentemente organizzata su sistemi di cooptazione basati su relazioni familiari, professionali, politiche, sindacali, associative o di altro genere. Relazioni che condizionano l’accesso a carriere pubbliche e private, alle professioni come allo svolgimento di attività di impresa in una serie di settori protetti da potenti barriere.
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La nostra battaglia deve rompere questo immobilismo, settore per settore. Deve innestare radicali cambiamenti per aprire tutti i campi e per investire sulla intelligenza e la creatività dei ragazzi italiani. La creatività e i talenti si sviluppano a cominciare dalla scuola. Per questo occorre investire di più in educazione, a cominciare dalla prima infanzia e poi ai vari livelli della scuola, fino alla formazione permanente. Servono più risorse, non tagli. Risorse che tengano conto dei bisogni, ma anche della qualità dell’insegnamento per stimolare tutti, insegnanti e studenti a migliorare, per responsabilizzare ciascuno a mettere a frutto il tempo preziosissimo della scuola. La scuola è un luogo di servizio, di apprendimento e di responsabilità, non un parcheggio. Vogliamo una scuola autonoma, responsabile e valutabile nei risultati. Una scuola aperta al mondo esterno, non chiusa su se stessa, che favorisce la crescita sia delle conoscenze sia delle esperienze. Una scuola aperta e moderna deve investire nelle nuove tecnologie, insegnare la confidenza con i nuovi mezzi tecnologici pc, programmi, internet, da cui nascono nuove professioni. Occorre anche rilanciare le scuole dell’arte e le facoltà connesse alla cultura, all’arte, alla sua conservazione e recupero ed insieme ad esse anche le facoltà scientifiche. Il criterio del merito, associato a quello del dovere, deve riguardare in primo luogo la scuola e le università, gli studenti e le loro famiglie. Ma deve poi riguardare anche la progressione di carriera dei docenti e deve diventare il criterio per il trasferimento di risorse da parte dello Stato alle singole università, con certificazione di qualità in base a parametri europei. Solo praticando i principi del merito, dell’innovazione, della responsabilità, siamo credibili nel pretendere più autonomia alla nostra scuola e alla ricerca, nel chiedere maggiori investimenti in questi settori per portarli ai
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livelli di qualità necessari a competere nel mondo, a ridare prospettive ai giovani e a formare la futura classe dirigente del paese. L’università deve essere all’avanguardia nella valorizzazione dei talenti dei giovani. Quindi occorre combattere chiusure corporative e clientelari, introdurre criteri di merito nella selezione per gli accessi, per i ricercatori, nella valutazione dei docenti, delle università e dei loro dipartimenti. Ai giovani meritevoli vanno offerte, sulla base di valutazioni severe, borse di studio e poi contratti di ricerca di ammontare e durata adeguati, come in altri paesi. A chi mostra di avere capacità scientifica vanno offerte prospettive controllabili di carriera, cominciando da subito con il reclutamento “in campo aperto” di giovani ricercatori. Così si offrono vere opportunità e autonomia ai giovani che vogliono investire nell’educazione e nella ricerca di cui il nostro paese ha estremo bisogno. E per questo si possono anche far pagare più tasse universitarie a chi se lo può permettere. Questa impostazione mirata alla valorizzazione del merito va adottata in tutto il settore pubblico dove l’ottica attuale deve essere corretta: mettersi non soltanto dalla parte dei dipendenti o degli amministratori pubblici ma dalla parte dei cittadini. Non si può più attribuire le inefficienze solo e sempre alla mancanza di risorse. Non è vero che più soldi generano sempre più qualità. Molto dipende da una migliore organizzazione, da procedure semplificate, dall’impegno di chi vi opera. E chi opera bene va riconosciuto e premiato. Per migliorare il lavoro dei pubblici dipendenti non bastano i proclami e neppure le minacce. E’ importante motivare il personale con politiche incentivanti le buone pratiche, gestire con imparzialità i rapporti sindacali e di lavoro, assegnare alle unità amministrative obiettivi di qualità fornendo strumenti necessari. Per andare in queste direzioni non basta la legge, tanto meno leggine invasive della contrattazione dei vari contenuti del rapporto di lavoro. Le esperienze passate mostrano come questo uso legislativo sia stato distorsivo della buona amministrazione.
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Occorre invece responsabilizzare la dirigenza valorizzandone i poteri organizzativi, le responsabilità nella gestione dei rapporti di lavoro, e l’autonomia nell’interlocuzione con il sindacato, ma anche difendendoli dall’invadenza della politica che con questo governo è molto cresciuta. Sono le debolezze e la scarsa autorevolezza dell’interlocutore pubblico che hanno ridotto l’efficienza della Pubblica amministrazione, frustrato molti tentativi di riforma, e alterato il valore della contrattazione collettiva come strumento di regolazione e di riforma del lavoro pubblico. Noi siamo interessati a rafforzare la contrattazione, mantendone il compito essenziale di regolazione consensuale dei rapporti di lavoro, senza sconfinamenti nella responsabilità della dirigenza, ma difendendolo dalle incursioni legislative. Vogliamo migliorare i processi negoziali secondo le proposte da noi avanzate in parlamento. Il merito deve affermarsi anche nello spazio dell’attività economica privata. Un’idea meritocratica del mercato non vuol dire affatto liberismo. Vuol dire affermare, anche nei rapporti economici una nuova etica della responsabilità, regole dei mercati e trasparenza a tutela delle imprese e dei cittadini. Valorizzare il merito nelle imprese vuol dire anche superare le prassi scandalose che vedono stipendi d’oro per molti dirigenti e speculatori convivere con stipendi ingiustamente bassi di tanti collaboratori, giovani e meno giovani. Sta alle forze progressiste mostrare che la risposta conservatrice, apparentemente protettiva e tranquillizzante, in realtà non crea un nuovo ordine ma cerca solo di rinviare il problema e di tenere tutto drammaticamente immobile. La quinta e ultima parola è QUALITA’ Nel mondo globalizzato ogni paese, ogni economia nazionale dovrà rinunciare ad essere competitiva su tutto e dovrà puntare sui terreni su cui è più forte e vincente.
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Alcune nazioni punteranno sul basso costo della mano d’opera, altre sulle grandi estensioni territoriali, altre sulle materie prime. L’Italia dovrà puntare sulla qualità. L’economia di qualità basata sulla conoscenza è la strada indicata dall’Europa e adottata ormai anche dai paesi emergenti. L’Italia deve imboccare questa strada, e anzi primeggiare. L’economia di qualità fa leva sulle risorse delle persone contro l’egemonia del consumismo di massa, sull’utilità di uso dei prodotti piuttosto che sul loro valore di mercato e sulla loro ostentazione, che tiene conto della sostenibilità ambientale e di tutte le scelte e utilizza le conoscenze scientifiche per migliorare gli equilibri ecologici. Puntare sulla qualità indica una nuova direzione dello sviluppo, che supera l’idea della crescita quantitativa fine se stessa, dimostratasi spesso distorsiva e illusoria. Comporta un diverso modo di concepire il successo economico. Questo non può consistere solo nella crescita del Pil ma deve risultare da indicatori più complessi che misurino lo “sviluppo umano”: la qualità delle relazioni personali e dell’ambiente, la distribuzione delle ricchezze e delle opportunità, l’accesso ai saperi e alla mobilità sociale, le aspettative di vita, le possibilità effettive delle persone di realizzare le proprie aspirazioni. Nella nostra concezione la qualità economica si congiunge e si rafforza con la qualità sociale. La crescita si deve basare non sullo sfruttamento indiscriminato dei fattori produttivi, ma su una elevata qualificazione professionale del lavoro, su condizioni produttive e normative rispettose delle persone e delle comunità. Questi sono gli orizzonti con cui vogliamo che il nostro paese si misuri. Puntare sulla qualità significa puntare sull’eccellenza, sulla parte alta della filiera produttiva, dove contano di più la creatività e il capitale umano. Significa investire in conoscenza. Scuola, scuola, scuola e poi università, ricerca, innovazione, cultura. Significa valorizzare la capacità di produrre o di inventare cose che piacciono a un mondo voglioso di qualità.
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Alle Olimpiadi di Pechino erano piemontesi le pavimentazioni degli impianti sportivi, bresciani i fucili che hanno vinto medaglie, marchigiane le macchine elettriche, lombarde le piscine, toscani gli scafi del canottaggio, del CNR la centrale di monitoraggio ambientale più grande al mondo. Qualità significa valorizzare la bellezza del proprio territorio, delle coste, delle nostre montagne, delle città e dei borghi italiani, della loro storia e del loro patrimonio culturale. Valorizzare un tessuto di piccole e medie imprese legate al territorio e attente alla qualità. Valorizzare le radici e le nostre tradizioni, un intreccio unico di storia e cultura, di agricoltura e prodotti tipici, di buona cucina, di coesione sociale e qualità della vita. Tornare a investire in beni culturali invece di tagliare le risorse come fa il governo. E promuovere una politica moderna del turismo, che valorizzi le sue grandi potenzialità per il Paese. L’Italia è la risorsa dell’economia italiana. Difenderla dalla devastazione e dal saccheggio è come per l’economia di un paese arabo tutelare le proprie risorse petrolifere. Anche per questo valorizzare e investire sull’ambiente e l’economia verde deve essere la nostra priorità. La green economy sarà nel prossimo decennio ciò che è stata la rivoluzione informatica negli anni 80, il nuovo motore dell’economia mondiale. Chi raccoglierà questa sfida sarà protagonista, chi si attarderà è destinato a rimanere ai margini. I risultati del recente G8 hanno segnato una timida inversione di tendenza nell’impegno per le energie rinnovabili e contro il riscaldamento globale. Occorre fare di più. Noi vogliamo che l’Italia faccia proprio il programma della presidenza Svedese dell’Unione europea e per questo proponiamo che si alleggeriscano le tasse sulle imprese che mettono in atto comportamenti meno inquinanti. Noi vogliamo che l’Italia guidi una rivoluzione verde, vogliamo estenderne le grandi opportunità a tutti i territori, a cominciare da quelli del Sud, che su questi temi potrebbe riscoprire una vocazione che traini il suo sviluppo.
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La ricerca della qualità nella sua dimensione più ampia deve riguardare tutte le condizioni materiali e ambientali che determinano la vita delle persone e la convivenza civile: dagli assetti del territorio e delle città, alla fruizione dei beni e delle occasioni culturali, all’accesso ai servizi personali e collettivi (mobilità, assistenza, abitazione). Politica e amministrazione sono chiamate in causa per creare le condizioni di contesto necessarie a sostenere queste scelte di qualità. Lo insegnano le esperienze di altri paesi e di grandi città i cui amministratori sono intervenuti attivamente su questi terreni, fino ai dettagli del vivere quotidiano, dalla qualità dei trasporti pubblici, agli asili per bambini, al recupero dei centri storici, alla cura delle aree verdi e dei luoghi del vivere comune. Per centrare questo obiettivo serve un Partito Democratico più coraggioso e più netto nei suoi sì e nei suoi no. Sì a una radicale riconversione del nostro sistema energetico verso l’efficienza, il risparmio, le fonti rinnovabili. No al nucleare del passato, pericoloso e costosissimo. Sì a una rivoluzione fiscale che alleggerisca il prelievo su lavoro e imprese che inquinano e consumano meno. No all’abusivismo e al consumo spregiudicato di territorio. Sì all’edilizia di qualità, alla sicurezza antisismica e al recupero e alla riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. No a tutte le forme di illegalità ambientale, cominciando da una lotta senza quartiere alle ecomafie e dall’inserimento dei reati ambientali nel codice penale. Sì a uno sviluppo locale e urbano che scelga una mobilità più sostenibile e meno soffocata dal trasporto su strada, che opti per sistemi moderni di smaltimento dei rifiuti. E’ su questa rotta che oggi deve muoversi l’Italia. Dobbiamo avere fiducia nei nostri talenti.
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Abbiamo territori ricchi di saperi, di creatività, di comunità che conservano qualità della vita e forte coesione sociale. Dobbiamo valorizzare questi talenti con l’innovazione, sfruttando le grandissime opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Ma dobbiamo farlo. Ricostruire un’identità del nostro campo e farci capire dagli italiani con parole chiare Sarà un lavoro lungo e difficile. Serviranno passione e tempo. Un lavoro importante anche perché su questa base poi costruiremo la nuova alleanza con cui candidarci alla guida del Paese e vincere. Vogliamo tornare a vincere e quindi sceglieremo la strada delle alleanze anche per il governo nazionale, come abbiamo fatto nei comuni e nelle province e come faremo il prossimo anno nelle regioni. Ma dobbiamo dire con chiarezza che non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico. Quel tipo di coalizione che ha sempre colpevolmente coperto la qualità dell’azione dei governi di centrosinistra. Formeremo una alleanza che dia agli italiani la garanzia di un programma condiviso e realizzabile. Credibile non solo per vincere ma anche per poi riuscire a governare. E difenderemo i principi del bipolarismo e dell’alternanza tanto faticosamente conquistati. Non torneremo indietro, ad un centro-sinistra col trattino, basato su una divisione di compiti nel raccogliere consenso o nel rappresentare pezzi di società e che circoscriva la nostra capacità espansiva. Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l’esperienza del Pd, che è nato proprio sul superamento di quella divisione di compiti e significa non avere capito che quello schema si trascina forse in pezzi di classe dirigente ma non esiste più da tempo nel nostro popolo. Un unico popolo fin da prima che nascesse il Partito democratico.
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Non torneremo nemmeno indietro a scelte politiche né accetteremo leggi elettorali che spostino a dopo il voto la scelta delle alleanze, sottraendo ai cittadini il diritto di conoscerle e sceglierle prima. Dopo che gli è stato già tolto il diritto di scegliere le persone da eleggere. Diritto che noi vogliamo venga restituito a loro, con il ritorno ai collegi uninominali, compatibili con diversi modelli di legge elettorale, ma sempre in grado di mantenere il migliore rapporto tra un eletto e il suo territorio. Per preparare una nuova alleanza servono pazienza e lavoro. Oggi caratterizzarsi e scontrarsi nel dibattito congressuale soltanto sulla scelta dei possibili alleati di domani sarebbe prova di una sconcertante povertà di idee. Fare l’opposizione insieme con altri partiti, individuare battaglie comuni, in Parlamento e nel Paese, sui contenuti dell’azione di governo, sarà il terreno migliore per sperimentare la possibilità di formare una alleanza coesa e credibile. Fare l’opposizione. Parliamo troppo poco di questo. Eppure questo oggi è il nostro compito principale. Il compito che dobbiamo svolgere anche in questi mesi di congresso, tenendo distinto il piano del dibattito interno dall’esigenza di rappresentare le posizioni del partito all’esterno in modo unitario e condiviso. Dobbiamo continuare a mettere in campo proposte per risolvere i problemi del Paese ma questo non è in alcun modo in contrasto con quello che fanno le opposizioni in tutte le democrazie del mondo: si oppongono. Criticano l’azione del governo, ne denunciano le omissioni e le colpe. Noi dobbiamo riuscire a farlo con più determinazione. Non dobbiamo farci condizionare dalle parole dei nostri avversari o di quei politologi interessati che ci accusano di antiberlusconismo ad ogni critica che facciamo. Contrastare il governo non è antiberlusconismo. Essere riformisti non significa restare zitti. Un riformista alza la voce, batte i pugni sul tavolo quando vede violentati lo stato di diritto e le istituzioni democratiche, quando vede un governo che nega la crisi e le difficoltà di milioni di italiani, che non approva né riforme strutturali né misure per fronteggiare l’emergenza.
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Un riformista alza la voce e batte i pugni sul tavolo quando un capo del governo attacca la stampa libera e il diritto di cronaca, quando intimidisce imprenditori e editori, quando offende le istituzioni internazionali, colpevoli solo di dire la verità. La verità. Questa cosa per lui così strana e pericolosa. Fare l’opposizione con fermezza e contemporaneamente mettere in campo proposte per fronteggiare la crisi. E poi fare il partito. Perché il partito lo stiamo ancora costruendo. E il congresso sarà l’occasione per fargli fare un grande passo in avanti. Per questo non dobbiamo temerlo o viverlo come una lacerazione, o addirittura come l’anticamera di una scissione. Qualsiasi cosa accada noi resteremo insieme. Ma abbiamo bisogno di un confronto vero e onesto tra visioni differenti sul futuro e su quello che abbiamo fatto da quando il PD è nato. Ci sono certamente stati limiti e abbiamo fatto errori, abbiamo già attraversato sconfitte e risultati positivi, come sempre è stato e sempre sarà. Ma per una volta vorrei che tutti noi rivendicassimo il lavoro che insieme abbiamo fatto. Rivendicassimo con orgoglio il lavoro straordinario che insieme abbiamo fatto. In venti mesi abbiamo dovuto sciogliere i partiti precedenti, darci regole e statuti, radicare i circoli. Abbiamo fatto le primarie, gestito due campagne elettorali. In venti mesi abbiamo costruito uno dei più grandi partiti del campo progressista. Alle elezioni europee di quel campo siamo diventati il primo partito, il partito che ha preso più voti. Abbiamo cambiato la politica italiana, chiudendo la stagione della frammentazione politica e delle coalizioni contro.
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Abbiamo fatto nascere oltre 6000 circoli, abbiamo ormai incrociato e mescolato le nostre provenienze, come questo congresso sta dimostrando, abbiamo oltre mezzo milione di iscritti e migliaia di quadri e amministratori. Su questo lavoro oggi possiamo investire. Da questo lavoro, anche dai nostri errori, possiamo ripartire per costruire il partito. Un partito che coltiva le diversità culturali al suo interno come una ricchezza, ma che cerca e trova la sintesi. Diversità non significa galleggiare e non scegliere. Significa dialogare, accettarsi e poi decidere. Nel modo più semplice e antico, quello che per noi sembrava un tabù: votando. In questi quasi cinque mesi da Segretario ho cercato di fare così: su temi che sui giornali sembravano destinati a spaccarci drammaticamente, abbiamo discusso e votato. Dalla scelta sul referendum, alla convocazione del congresso sino alla nascita del nuovo gruppo parlamentare al parlamento europeo, l’Alleanza progressista. E fatemi dire che questa è la nostra vittoria politica più bella. Sul terreno che a tutti sembrava il più insidioso e insormontabile, abbiamo fatto fare un passo enorme a tutte le forze democratiche e socialiste europee verso una nuova casa comune. E così continueremo a fare: discutere e decidere, anche sui temi più difficili, a cominciare da quelli eticamente sensibili. Diremo no a chi pensa che su un terreno così nuovo e delicato, che interroga e riempie di paure e di speranze le coscienze di laici e cattolici allo stesso modo, il confronto voglia dire soltanto sbattersi reciprocamente in faccia la propria verità. Ci aspetta alla Camera il lavoro sul testamento biologico. Ci ascolteremo, dialogando. Ma alla fine decideremo la posizione del partito. Rispetteremo fino in fondo chi non si sentirà di condividerla, ma decideremo. Sarà il modo più onesto di interpretare la laicità del nostro partito e di rispettare il principio intoccabile della laicità dello stato. Quello che sta scritto nella nostra Costituzione e che appartiene a tutti noi, laici e cattolici del PD.
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Lo hanno detto molto chiaramente i 60 parlamentari cattolico- democratici nella lettera con cui due anni fa hanno spiegato il rapporto tra la loro scelta di fede e la laicità nelle scelte politiche e parlamentari. E non dobbiamo cadere nella tentazione di far diventare questo tema il terreno dello scontro e delle divisioni congressuali. Deve essere invece la base condivisa del nostro percorso comune. La laicità oggi non è più soltanto il principio che regola il rapporto tra Chiesa cattolica e Stato. Nella società aperta, nel mondo globale e plurale, il tema della laicità va declinato in modo più ampio. Non si può parlare al singolare: esistono fedi e culture diverse che sono chiamate a convivere. E questo pluralismo è caratterizzato da valori e tradizioni a loro volta diversi, che talvolta possono essere in conflitto. Essere laici nelle società contemporanee significa accettare che nessuna scelta politica sia sottratta alla faticosa strada delle necessarie sintesi. Sapendo con certezza che nessuna legge potrà mai essere l’automatica traduzione di un valore religioso. La laicità, dunque, oggi è la garanzia della libertà di tutti, credenti in una fede o non credenti, nello spazio pubblico, nei loro diritti civili. E non si può pensare ad un baluardo più solido, a difesa dello Stato laico, di un grande partito come il PD. Un partito forte perché radicato nella complessità del popolo italiano, e quindi capace di resistere ad ogni tentativo di condizionarne le scelte. E un partito plurale. Un partito che fa della contaminazione tra le visioni del mondo e le culture politiche al proprio interno, un argine efficace contro tutti gli integralismi e i fondamentalismi, religiosi come ideologici. Poi vogliamo un partito aperto. Che spalanca i propri gruppi dirigenti a quelle persone, soprattutto a quei giovani e quelle donne, che non hanno appartenenze precedenti e che hanno scelto di cominciare il loro impegno politico con il Pd. Quelli che vorrebbero entrare e impegnarsi ma spesso non sanno nemmeno a che porta bussare e invece abbiamo un bisogno enorme della loro freschezza e delle loro energie.
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Un partito che investe e spende nella formazione politica. Questa cosa preziosa e dimenticata. Indispensabile per spazzare l’idea superficiale che si possano avere responsabilità politiche senza un percorso di preparazione e di studio che comincia dal basso, dalla gavetta. Un partito in cui il rinnovamento necessario dei gruppi dirigenti non ha nulla a che vedere col “nuovismo” scelto dall’alto, ma significa valorizzare e investire sull’esperienza e sul radicamento territoriale di sindaci, di amministratori, di segretari provinciali e coordinatori di circolo, di parlamentari e quadri del partito. Appena eletto segretario ho pensato di dover fare così, ho sciolto i vecchi organi collegiali e ho formato una segreteria costituita da un Sindaco, un Presidente di Provincia e uno di Regione, un segretario regionale e uno provinciale, una parlamentare e un consigliere regionale. Per questo non devo fare promesse, ma soltanto dire che con questi stessi criteri comporrò la mia futura squadra. Un partito che difende come oro la forza dei propri militanti. Tutte quelle persone che hanno scelto, iscrivendosi al partito, di dedicare una parte della propria vita a un ideale, tenendo aperti i circoli, distribuendo volantini e giornali, animando le feste di partito, appassionandosi per la politica. Ma un partito che sa anche che nella società di questo secolo esistono altre forme di partecipazione a un progetto politico, meno stabili ma non per questo meno vere e appassionate. Cambiamo lo statuto dove non funziona. Rivediamo le regole del tesseramento per avere più apertura e più trasparenza insieme. Mettiamo un po’ d’ordine nelle regole ma non rinunciamo alla scelta che abbiamo fatto alla nascita del Pd, di affidare agli iscritti le scelte del partito e l’elezione degli organi territoriali, affiancando a loro gli elettori, da chiamare nei momenti delle grandi scelte, com’è certamente l’elezione di un segretario nazionale. Non alziamo barriere. Gli elettori del Pd non sono estranei, sono parte di noi. Sono quelli che arrivano nelle grandi mobilitazioni civili, che ci sostengono nelle campagne elettorali, che riempiono le piazze e i comitati. Ecco perché difendo questo equilibrio e perché penso che le primarie del 25 ottobre saranno un’altra momento importante per noi e per la democrazia italiana.
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Io voglio un partito solido. Ma fare un partito solido nel 2009 non significa rispolverare i modelli di cinquant’anni fa. Poi un partito nazionale e federale insieme che, dentro una missione unitaria, lasci ai partiti regionali autonomia politica e statutaria nella scelta del modello organizzativo, delle alleanze, dei candidati, delle priorità programmatiche. Partiti regionali che, come prevede il nostro statuto, possano decidere di aggregarsi per aree geografiche omogenee, nel nord o nel sud del paese, per dare più forza, organizzativa e politica alla nostra azione, tenendo conto delle specificità dei territori e degli attori istituzionali e politici che vi operano.
Un partito che valorizzi i suoi legami con le comunità italiane nel mondo e che metta in campo strumenti nuovi per potenziare il collegamento e il coinvolgimento strategico di quelle realtà. Un partito infine radicato sul territorio, che vuole avere un circolo in ogni paese, in ogni quartiere con una sede aperta. Circoli che non siano solo luoghi per misurare i rapporti di forza nei congressi o per comporre organi e giunte, ma che si occupino del territorio e dei problemi delle comunità locali in cui sono. Questo è il radicamento. Circoli come antenne per ascoltare e capire l’Italia. Ce ne sono migliaia che sono nati così e che vogliono restare così. Li ho incontrati dappertutto girando città e comuni, prima e durante la campagna elettorale. Circoli e iscritti che rifiutano di appartenere a tizio o a caio, a un capo o all’altro. Che sono nati liberi e vogliono restare liberi. Che al congresso voteranno il Segretario nazionale non in base all’indicazione ricevuta da qualcuno che conta ma secondo coscienza, scegliendo il candidato per pensano farà meglio per il loro partito. Guardando non da dove viene ma dove vuole andare. Un Patto con i Circoli. Questa è la mia proposta per il congresso.
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Un Patto che rispetti la pluralità di culture che arricchiscono il partito. Che non le teme. Che non cerca di fare prevalere una identità sulle altre. Avere scelto di fare un grande partito significa necessariamente imparare ad accettare le diversità che ci sono ancora tra noi. Sentirsi come un fiume, come un grande fiume che raccoglie e mescola le acque di tanti affluenti e le porta verso il mare lontano. L’arcipelago di storie e provenienze che sostengono la mia candidatura non è un limite è una ricchezza. Sarà mia la responsabilità di fare sintesi, e di trasformare in un messaggio condiviso e unico questa varietà di posizioni. Che sono però, voglio dirlo con chiarezza, la migliore garanzia che il Partito Democratico resterà fedele all’idea che l’ha fatto nascere. Che non torneremo indietro. Che non torneremo a riconoscerci nelle provenienze che abbiamo scelto liberamente e consapevolmente di lasciare alle nostre spalle. Ci vuole sempre più coraggio quando si sceglie di andare avanti. Fermarsi o tornare indietro può essere più tranquillo e rassicurante, soprattutto in un tempo di paure e incertezze. Ma noi vogliamo un partito che ha il coraggio di rischiare. Un partito che ha coraggio nel costruire se stesso e il proprio radicamento con pulizia e con rigore, che ha coraggio sia nell’ammettere i propri errori che nel rivendicare con orgoglio i risultati della sua giovane storia. Un partito che ha coraggio nel fare l’opposizione, sfidando la prepotenza e il potere di questa destra con la forza delle ideali, della voce, delle mani e delle braccia di migliaia di donne e di uomini. Un partito che ha coraggio nello svegliare la coscienza civile di un paese che sotto la crosta è pieno di forza e di energia positiva, di talenti e di voglia di futuro. Un partito che propone all’Italia il cambiamento contro la conservazione. Oggi, davanti a voi, assumo l’impegno di mettercela tutta.
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Ho cominciato ad amare la politica a 16 anni, in una assemblea studentesca che non potrò mai dimenticare, piena di giovani che si infuocavano di amore per le loro idee, così lontane, così diverse, così assolute. Credevamo tutti che la politica fosse la chiave per cambiare il mondo. Da allora ho incrociato speranze e amarezze, ho iniziato a 20 anni in consiglio comunale e mi sono trovato segretario del partito che ho sempre sognato, ho fatto errori, ho conosciuto l’entusiasmo e la disillusione. Ma sono ancora convinto che la politica sia quella chiave per cambiare il mondo, sia la chiave per costruire il giorno che viene. “Ogni mattina -ha scritto David Maria Turoldo- quando si leva il sole, inizia un giorno che non ha mai vissuto nessuno”. Abbiamo davanti a noi un tempo che vale la pena vivere. Sarà un tempo di sfide dure e bellissime. Sarà il nostro nuovo giorno. E noi lo vivremo.

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Congresso - Mozione Bersani

Inserito da Bruno il 17 Agosto 2009

 

PER IL PD PER L’ITALIA e 1′IDEE PER IL PD E PER L’ITALIAIl Partito Democratico è la più grande intuizione degli ultimi venti anni. Noi crediamo nel progetto
cresciuto sulle radici dell’Ulivo. Desideriamo alimentarlo con le passioni e le intelligenze di donne e
uomini pronti a rinnovare la politica italiana.
Ciò che abbiamo realizzato nei primi venti mesi è al di sotto del progetto che intendevamo
perseguire.
Ciò che il Pd aveva di meglio da dire agli italiani non lo ha ancora detto.
Il non ancora del Pd indica ciò che possiamo diventare: il grande partito riformista che milioni di
italiani non hanno avuto, la forza capace di unire Sud e Nord e di portare l’Italia nel XXI secolo,
l’energia civile per arricchire la nostra democrazia, il fermento di una nuova cittadinanza italiana
ed europea. Davanti a noi sono anche stringenti compiti politici: il Pd è nato per rendere possibile il
cambiamento nell’Italia di oggi, per rendere convincente la proposta di governo.
Vogliamo rivolgerci ai nostri aderenti e agli elettori, a coloro che abbiamo smarrito per strada e a
coloro che sono impegnati ad attuare il progetto. Vogliamo che il PD sappia convincere e vincere.
Tutto ciò è nelle nostre possibilità, è a carico della nostra responsabilità ed è l’obiettivo di questa
mozione.
Come realizzarlo è sintetizzato nelle seguenti proposte politiche, culturali e organizzative che
chiediamo a tutti gli iscritti di sostenere e di proporre agli elettori.
Siamo tutti fondatori. Nessuno può dire io sono il Pd e gli altri non ne sono parte. Ecco l’essenza del
Pd: amalgamare e unire persone diverse, incrociare percorsi che vengono da lontano con la
freschezza di chi si è appena messo in cammino, intendersi parlando anche lingue differenti.
E per prima cosa dobbiamo porci una domanda: perché il Pd ha deluso le aspettative che aveva
suscitato, perdendo voti, invece di allargare i consensi in tutte le direzioni?
E’ successo perché la vocazione maggioritaria si è ridotta alla scorciatoia del nuovismo politico,
mentre avrebbe richiesto un paziente lavoro di radicamento rivolgendosi con concretezza ai ceti
popolari, alle categorie produttive e ai veri innovatori.
E’ successo perché invece di fondare un partito mai visto nella storia italiana, si è preferita spesso
la suggestione mediatica alla definizione di una riconoscibile identità politica.
E’ successo soprattutto perché, dopo aver invocato la partecipazione popolare alle Primarie ed aver
ottenuto la risposta formidabile di quasi quattro milioni di cittadini, non si è riusciti a costruire una
organizzazione plurale e aperta in grado di coinvolgerli .
Non si dica che i nostri problemi sono venuti dal presunto tradimento di un’ispirazione originaria.
Sono venuti dal non aver collocato il progetto su basi solide. Questo è il nodo che il Congresso deve
sciogliere. Un Congresso, quindi, fondativo del nostro partito.
2
Il nuovo mondo
Si chiude un ciclo della storia mondiale. Le ideologie, le relazioni internazionali, i poteri reali e gli
stili di vita che hanno dominato l’ultimo trentennio sono in affanno. Il vecchio mondo non c’è più e
il nuovo non ha ancora un volto.
Chi avrebbe mai potuto immaginare soltanto qualche anno fa che un presidente degli Stati Uniti di
origini africane avrebbe richiamato i doveri dell’Occidente e delle responsabilità dell’Africa proprio
nel luogo da cui partivano le navi cariche di schiavi?
Nessuno ragionevolmente pensa più che si possa dislocare un esercito in ogni parte del mondo, che
la grande finanza possa decidere la ricchezza delle nazioni, che la Terra possa sopportare un modello
di sviluppo fondato sulla distruzione delle risorse. Il senso del limite sta diventando senso comune.
Un atteggiamento più riflessivo verso i grandi squilibri del mondo va diffondendosi in aree culturali
diverse, in soggetti politici e nelle chiese, come dimostra anche l’ultima enciclica papale. E’ il
momento di rimettere mano ad accordi globali sulla regolazione della finanza chiamando al tavolo i
paesi emergenti, di porre sotto controllo la speculazione sulle materie prime, in particolare quelle
alimentari, di tendere una mano alle nazioni più povere.
Quanta diseguaglianza può reggere la società? Fino a quando le oligarchie economiche potranno
tenere in scacco le istituzioni della democrazia? Come si può dare vita ad un modello di sviluppo che
rispetti l’ambiente e non distrugga il pianeta? Sono interrogativi che chiamano in campo la grande
politica: la politica che sa indicare un orizzonte, che riorganizza le forze, che muove interessi e
gruppi sociali, che induce un nuovo modo di pensare. Solo su questo si può fondare un nuovo partito,
sulla ricerca di una base comune per condividere i pensieri e le azioni con i quali vivere il mondo
nuovo, altrimenti si scivola nelle dispute della gestione dell’esistente.
Democratici del XXI secolo
L’impeto della trasformazione ha sopravanzato il potere di regolazione e di controllo; la crisi tuttavia
dimostra che senza regole né controlli non esiste vero sviluppo. Si è dimostrata impraticabile la via
di una crescita economica che non tenga conto dei limiti dell’ecosistema, costringendoci ora ad una
impegnativa corsa alla riduzione delle emissioni per affrontare la crisi climatica.
La causa fondamentale della crisi viene da lontano: da oltre un quarto di secolo, infatti, i redditi da
lavoro perdono potere d’acquisto ed esplodono le disuguaglianze. Col prevalere di una finanza
sempre più spregiudicata, la ricerca del profitto si è separata dalla creazione di valore economico e
sociale. La speculazione ha vinto sulla produzione e l’appropriazione sregolata in economia è
divenuta oligarchia in politica, spesso in versione tecnocratica. Si è incrinato il grande patto
nazionale tra capitalismo e democrazia che aveva segnato il Novecento e si è imposto quel “pensiero
unico” neoliberista che ha influenzato anche tanti riformisti.
La globalizzazione ha inciso sulla vita di ciascuno di noi, offrendo straordinarie opportunità e
aprendo nuovi orizzonti alla conoscenza. Il ruolo della donna nella società misura ormai il livello
della democrazia in tante parti del mondo, come si è visto anche nella recente rivolta democratica in
Iran. Ma la globalizzazione ci ha portato anche le paure sotto casa e ci ha spinto ad una competizione
senza limiti e a volte senza diritti. In ogni campo, ci mette di fronte a nuove impegnative questioni
che impongono un ritorno alle radici dell’umanesimo.
Perché dunque abbiamo chiamato “democratico” il nostro partito? Solo per evitare di pronunciare
parole più impegnative o per segnare il campo post-ideologico? No, il partito si chiama
“democratico” perché si misura con i problemi fondamentali della democrazia del nostro tempo.
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L’Europa e i riformisti
La crisi restituisce attualità alle idee di fondo del riformismo: non c’è crescita senza qualità sociale e
giusta redistribuzione delle risorse; ci vuole cura dei beni collettivi e dell’ambiente; le politiche
pubbliche devono regolare lo sviluppo e assicurarne la sostenibilità; la cooperazione internazionale è
la via maestra per promuovere la pace. Nessun cittadino, nessun ceto sociale, nessun Paese può
progredire davvero bene se anche gli altri non trovano la strada per stare un po’ meglio. Tutto ciò fa
appello ai riformisti, ma, al contempo, rivela l’esaurimento delle risposte che essi hanno dato nel
corso del Novecento. Ritrovare l’orgoglio della tradizione e affrontare con coraggio la strada
dell’innovazione è il doppio imperativo che ci sta di fronte. Non aver perseguito né l’uno né l’altro
ha lasciato campo libero alle destre in Europa.
Gli Stati Uniti hanno saputo reagire al pericolo di una crisi di egemonia dando vita ad una leadership
democratica capace di imprimere un nuovo senso alle relazioni internazionali. Lo stesso avviene in
tanti altri paesi, dal Brasile all’India. Perché l’Europa va in senso contrario? C’è una causa materiale,
perché il grande compromesso sociale realizzato dal riformismo europeo è stato scosso dalla
competizione globale che ha aggredito i diritti del lavoro. Ma c’è anche una responsabilità delle forze
progressiste che hanno governato quasi tutti i paesi europei negli anni Novanta. Anziché procedere
con un balzo in avanti dalla moneta unica all’unità politica dell’Europa, quasi tutte le sinistre, anche
le più coraggiose nella revisione ideologica, sono rimaste prigioniere del limite più grave
dell’esperienza socialdemocratica: la dimensione nazionale. Le forze progressiste del continente
devono compiere oggi il passo che mancò allora: iscrivere all’ordine del giorno il rilancio dell’unità
politica europea e il rafforzamento della sua legittimità democratica e istituzionale
L’Alleanza dei democratici e dei socialisti nel Parlamento europeo non è solo un felice approdo, ma
un punto di partenza e un orizzonte per una ricerca comune, oltre i confini delle culture politiche del
Novecento. I progressisti in Europa hanno bisogno di innovazione. Noi, il Pd, siamo nati da una
grande innovazione politica e possiamo quindi dare un contributo originale. Qui abbiamo un merito e
una responsabilità.
In Europa per l’Italia
L’orizzonte europeo è la certezza dei riformisti italiani. Il nostro europeismo nasce dalla necessità di
contribuire al governo democratico mondiale e, insieme, di promuovere la modernizzazione
dell’Italia.
Non aver dato attuazione al piano Delors e al trattato di Lisbona rischia di causare una disaffezione e
un ripiegamento del progetto europeo, che mantiene invece intatte le sue potenzialità.
L’Unione Europea è la forma più avanzata di governo multilaterale e democratico della
globalizzazione; il suo modello sociale è visto in tante parti del mondo come la migliore risposta alla
crisi. Per non smarrire le opportunità serve una ripresa coraggiosa della politica comune: una
cooperazione per il governo dei flussi immigratori, specie nel Mediterraneo; un’azione diplomatica
congiunta, innanzitutto per la soluzione dei conflitti mediorientali; una rigorosa applicazione degli
obiettivi di riduzione dell’inquinamento; il finanziamento di progetti europei per la ricerca e le
tecnologie.
Ma la vera novità deve essere un Piano Europeo per il lavoro, per rilanciare la crescita economica e
lo sviluppo sostenibile, cioè un patto politico tra governi, forze sindacali e produttive per finanziare
ristrutturazioni nel settore bancario e manifatturiero; promuovere una politica industriale condivisa;
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realizzare infrastrutture europee; sostenere la nuova occupazione e le piccole e medie imprese;
attuare un programma di sostegno al reddito e di formazione per i lavoratori coinvolti nei processi di
ristrutturazione industriale.
L’Italia a sua volta ha bisogno dell’Europa, perché in questa dimensione le sue virtù vengono esaltate
e i difetti avviati a soluzione. Non a caso l’adesione all’Euro, voluta da Prodi e Ciampi, è stata la più
grande riforma italiana dell’ultimo quindicennio. L’Europa può oggi aiutarci a valorizzare merito e
responsabilità, accelerare il ricambio generazionale, modernizzare le reti tecnologiche, promuovere
la parità fra i sessi, migliorare le politiche ambientali e ampliare la sfera dei diritti.
Un Paese che merita di più
I tessuti connettivi del Paese sono sempre stati deboli. In assenza di profonde riforme rischiano ora di
sfilacciarsi sotto la pressione della globalizzazione. E’ a rischio la coesione del Paese, non solo
nell’antico squilibrio tra Sud e Nord, ma nell’intera organizzazione sociale: tra un’aristocrazia
economica da una parte e classi medie impaurite dall’altra, tra chi si arricchisce con le rendite e chi si
impoverisce lavorando, tra chi sa e chi non saprà mai, tra chi scommette sul futuro e chi recinta
l’esistente.
Lavoro e cittadinanza
La prima, fondamentale frattura nasce dall’indebolimento del lavoro, in netto contrasto con la sua
rilevanza nell’economia della conoscenza. Le conseguenze si sono sentite sui redditi dei lavoratori
dipendenti, rimasti bloccati in termini reali, sulle donne trattate spesso come anello debole, e sui
giovani che hanno subito una precarizzazione senza diritti. Troppe volte, in primis con le
inaccettabili morti bianche, è venuta meno quella dignità del lavoro che la Costituzione pone a
fondamento della cittadinanza. Se il lavoro perde dignità, anche la democrazia si indebolisce. E per
dare forza al lavoro è decisivo il rinnovamento delle forze sindacali, insostituibili fattori di
arricchimento della democrazia.
Nella cittadinanza il lavoro si esprime come attività umana che contribuisce a regolare le relazioni
sociali, oltre la contrapposizione tra lavoratore e impresa.
Noi italiani conosciamo meglio di altri il nesso profondo fra lavoro e cittadinanza, perché è alla base
di quelle strutture economiche che il mondo ci invidia, i distretti e le filiere produttive dove la cultura
del lavoro è radicata nelle reti sociali, nei rapporti tra imprenditori e dipendenti, nelle identità del
territorio e nella cooperazione dei saperi.
Ci sono natura, storia e conoscenza nella crescita italiana.
Curare l’ambiente in cui viviamo richiede un cambiamento di comportamenti, di priorità e di
convenienze. Tutto ciò è anche occasione per nuovi investimenti e crescita economica. Una vera
green economy è anche una green society, cioè in definitiva società della conoscenza: nuove
produzioni e nuovi consumi, saperi e diffusione di tecnologie, formazione e buone pratiche. Per
questo bisogna curare i preziosi giacimenti di ricerca scientifica e di produzioni culturali che
contengono la principale ricchezza del Paese. E’ una sfida impegnativa, resa ancora più urgente dalla
crisi climatica e che vede in prima fila nel mondo le forze democratiche.
Non partiamo da zero. Grazie ai governi di centrosinistra milioni di italiani hanno scoperto i vantaggi
dei pannelli solari, del recupero edilizio e del risparmio energetico, mentre migliaia di piccole
imprese si sono giovate con il programma Industria 2015 di filiere produttive per le energie
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rinnovabili, per la mobilità sostenibile, per i beni culturali e il “Made in Italy”. Ora è maturo un salto
di qualità: l’Italia può diventare un Paese all’avanguardia nell’utilizzo delle fonti rinnovabili e per il
risparmio energetico e su queste basi si può assegnare al Mezzogiorno una missione di crescita
tecnologica e di sviluppo economico. Tutto ciò implica il ritorno di efficienti politiche pubbliche per
l’innovazione e lo sviluppo sostenibile. Sono indispensabili per sostenere la domanda interna di
consumi collettivi e beni comuni, aumentare la richiesta di nuove tecnologie che non viene
sufficientemente dal tessuto produttivo, migliorare la qualità dell’organizzazione sociale, ridurre la
dipendenza energetica e in alcuni casi anche per riqualificare la spesa pubblica.
Campo di applicazione ideale di tali politiche sono le città, i borghi e i territori italiani. La bellezza
italiana si sposa con le produzioni immateriali dell’economia della conoscenza. E’ indispensabile una
politica nazionale del territorio in grado di cogliere l’occasione: la cura del ferro nelle città,
l’innovazione dell’industria edilizia verso bassi consumi, l’abbattimento delle emissioni di carbonio,
politiche per la casa in affitto, le reti per le città digitali, la prevenzione dei rischi nell’assetto
idrogeologico, politiche per l’agricoltura di qualità e la sicurezza degli alimenti, promozione del
consumo responsabile. Sapendo che ci sono natura, storia e conoscenza nella crescita civile ed
economica dell’ Italia.
Fare le riforme
Una parte significativa del Paese prova a reagire alla crisi con i propri mezzi. Non è aiutata dalle
riforme, e anzi ha perso la speranza che si possano attuare davvero. Su questa delusione profonda
prospera la destra, proteggendo le rendite, perpetuando l’assistenzialismo, facendo finta di riformare
e offrendo solo scorciatoie di breve respiro alle legittime istanze dei settori produttivi
Su questa contraddizione il Pd e tutto il centrosinistra devono lavorare con serietà e impegno,
consapevoli che tanti elettori votano a destra perché ancora non percepiscono un’alternativa. Sono
lavoratori e professionisti, giovani e donne, innovatori e produttori che al Pd non chiedono urla e
proteste, ma una proposta praticabile per il governo del Paese. Sono imprese che hanno bisogno di
essere aiutate a superare la crisi e possono diventare protagoniste del nostro progetto. Sono ceti
popolari che soffrono a causa di bisogni primari insoddisfatti e classi medie che avvertono il rischio
di impoverimento. Bisogna affiancare coloro che fanno i conti con la crisi. Bisogna esserci. Per
suscitare un progetto, un orizzonte di cambiamento. Come hanno saputo fare i democratici
americani.
Abbiamo fiducia nel nostro Paese
Il nostro è un Paese che fa fatica a cambiare. Noi ne siamo parte, sia nei pregi sia nei difetti, e
abbiamo la responsabilità di aiutarlo a migliorare. Per questo abbiamo fiducia nell’Italia. Solo chi
stima un Paese è davvero in grado di riformarlo, perché conosce i punti di forza su cui agire. Le
virtù dell’Italia sono tante, il difetto uno solo, da tanto tempo: non vince ancora la voglia di futuro.
Girare il Paese verso il futuro vuol dire puntare sulla nuova generazione che è in movimento ma non
trova ancora rappresentanza: si fa avanti nel lavoro, nell’impresa e nelle professioni, nella cultura e
nell’innovazione, nell’impegno sociale politico, fra le donne e fra gli uomini. E oggi chiede di
voltare pagina: chiede un’Italia più giusta, più efficiente, più moderna, più libera. È al servizio della
nuova generazione che è nato il Pd. Ai giovani è chiesto di raccogliere il testimone delle radici del
movimento democratico: prendere le parti ed il punto di vista di chi lavora e produce, di chi è più
debole e subordinato per costruire una società migliore per tutti.
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Da dove ripartire
Ridurre le disuguaglianze, liberare il merito
In passato sono mancati i punti riconoscibili della nostra proposta al Paese, ora dobbiamo
concentrarci sulle questioni più gravi: la cattiva distribuzione della ricchezza e il blocco della
mobilità sociale.
Per diventare un Paese meno diseguale l’Italia deve dotarsi di una moderna rete di sicurezza sociale:
riqualificare l’intervento pubblico e promuovere una nuova alleanza tra Stato, terzo settore e privati
ispirata al principio di sussidiarietà, nella chiarezza delle responsabilità. Riformare il welfare vuol
dire superare il dualismo del mercato del lavoro, che colpisce soprattutto i giovani, aprendo dei
processi univoci di inserimento e di stabilità del lavoro; sostenere le famiglie e i loro redditi;
introdurre un reddito minimo di inserimento; estendere la qualità del sistema sanitario e renderlo
sostenibile; aiutare i non autosufficienti. Ma l’obiettivo principale della riforma del welfare consiste
nell’innalzare la qualità dei servizi in modo da offrire alle donne una base sicura per affrontare i
diversi momenti della vita, dal lavoro, alla maternità, all’istruzione alla cura delle relazioni. Da
questa base è possibile promuovere la piena e buona occupazione femminile, superando il pesante
divario dell’Italia rispetto agli altri paesi europei e realizzando, così, una condizione essenziale per la
crescita e la competitività.
Chi non trova lavoro o ha perso il lavoro, dipendente o autonomo, deve poter contare su un sostegno
universale al reddito e su efficaci servizi pubblici di formazione e reinserimento. Bisogna occuparsi
di salario minimo, anche per vie contrattuali, sollecitare una contrattazione che assicuri il potere
d’acquisto e distribuisca meglio i guadagni di produttività. Va garantita nei fatti, e non a parole, la
sicurezza nei luoghi di lavoro.
L’innalzamento flessibile e volontario dell’età pensionistica va favorito, ma al contempo è necessario
estendere la contribuzione figurativa per i periodi di disoccupazione, di formazione o di esercizio di
responsabilità famigliari per innalzare gli importi delle future pensioni.
Queste politiche sono sostenibili con un nuovo patto di fedeltà fiscale, anche per eliminare
distorsioni della concorrenza, basato su una più equa distribuzione del carico tra i contribuenti e su
meccanismi che inducano l’emersione, la trasparenza, la tracciabilità nella formazione dei redditi e
delle basi imponibili.
Per affermare una reale eguaglianza delle opportunità occorre una rivoluzione copernicana che ponga
al centro il merito e la responsabilità. L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di liberalizzazioni:
meno barriere di accesso alle professioni, più concorrenza nei servizi, imprese maggiormente
contendibili, autorità realmente indipendenti, class-action a difesa dei consumatori. Agli
imprenditori che scommettono sull’Italia il Pd deve proporre le riforme necessarie per competere:
incentivi per la capitalizzazione, gli investimenti produttivi e la ricerca e sviluppo; un rapporto
proficuo con le banche e con la pubblica amministrazione, meno tasse e meno burocrazia;
infrastrutture materiali e immateriali degne di un Paese europeo.
Il Paese chiede molto alla scuola italiana. È chiamata ad aiutare la mobilità sociale, a mantenere
unito il Sud e il Nord, a coltivare e praticare l’accoglienza degli immigrati, a rilanciare l’educazione
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permanente, a ripensare l’insegnamento tecnico per adeguarlo ai modi di produzione contemporanei.
Per questo bisogna anche aiutare la scuola a cambiare: lontana dalle burocrazie ministeriali e ricca di
autonomie, pronta a riconoscere i meriti, capace di valutare i progressi raggiunti rispetto ai livelli di
partenza, generosa nel restituire motivazione civile e professionale ai docenti. Scuola, università e
ricerca sono la prima fonte di energia per il Paese. Le università e gli enti di ricerca devono diventare
le migliori istituzioni italiane. Ci vorrà molto impegno. Si può cominciare con nuove regole di
finanziamento per aumentare i fondi a enti e atenei che raggiungono i migliori risultati scientifici,
che sono inseriti nelle reti internazionali e che riconoscono i talenti dei giovani. Anche così si riporta
il merito dal cielo alla terra.
Riformare lo Stato per mantenere unita l’Italia
Il principale problema italiano è se in futuro si potrà ancora parlare di Repubblica una e indivisibile.
Molti, dapprima soltanto al Nord e ora anche al Sud, dichiarano apertamente che è meglio fare da
soli. Questo spirito di separazione non riguarda soltanto lo squilibrio territoriale, ma pervade il corpo
sociale e lo spirito pubblico. Rinnovare il patto di unità nazionale è il compito storico-politico del
Partito democratico, è l’anima del nostro progetto.
La modernizzazione del Paese è il linguaggio comune di una nuova reciprocità tra Nord e Sud: le
riforme che si muovono in questa direzione rispondono alle domande del Nord ma, al contempo,
mettono anche in movimento il Sud. Al Sud, la nostra ambizione è quella di pronunciare la parola
“Mezzogiorno” in una prospettiva rinnovata. Gli investimenti devono essere garantiti, non rubati, né
rapinati né dispersi. Sono necessari meccanismi automatici, non intermediati, per sostenere gli
investimenti di impresa e premiare chi raggiunge determinati standard di servizi. C’è bisogno di
perequazione delle infrastrutture e dei beni collettivi. Il Sud potrà svilupparsi davvero soltanto se
messo in condizione di farlo con le proprie forze.
La divisione nasce dalla crisi dello Stato, ormai causa del rancore del Nord e strumento di
dipendenza al Sud. Riformare lo Stato quindi, è l’unica via per mantenere unita l’Italia. Il federalismo
responsabile e solidale è la rotta da seguire per avvicinare le istituzioni ai cittadini. Esso affonda le
radici nel patrimonio delle culture autonomistiche e popolari di cui siamo eredi. Le sfide per
l’immediato futuro si chiamano attuazione del federalismo fiscale, razionalizzazione e riforma delle
autonomie locali, trasformazione del Senato in Camera delle Regioni e delle Autonomie. Ma lo Stato
va anche riorganizzato secondo il principio della sussidiarietà orizzontale, valorizzando le energie di
civismo democratico, del terzo settore e del volontariato.
Un’Italia unita da Nord a Sud fa bene prima di tutto agli italiani: accresce la nostra ricchezza e la
nostra creatività, ci rafforza a livello internazionale.
Legalità è democrazia
C’è in Italia una crisi di legalità che erode le basi dell’organizzazione civile. Parte del territorio è
presidiato dalle mafie, settori dell’economia sono intrecciati con la criminalità; l’abusivismo
continua a sfigurare il Bel Paese, i diritti spesso diventano favori; continua l’odiosa violenza contro
le donne, il lavoro nero cancella l’uguaglianza e, troppe volte, la vita; imprese e cittadini spesso non
possono contare in tribunale sul giusto risarcimento di un danno subito.
Se a tutto ciò aggiungiamo le attività criminali legate all’immigrazione irregolare, è facile
comprendere perché esploda l’insicurezza dei cittadini, e soprattutto dei ceti più disagiati, costretti a
pagare il prezzo dei nuovi venuti, oltre a quello più pesante della crisi, senza vederne alcun
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vantaggio. La legalità deve garantire la sicurezza, la prevenzione e il contrasto di fenomeni criminali
che ostacolano la convivenza civile e alimentano le paure.
Su questi temi possiamo passare all’attacco. Il centrodestra, infatti, agita il problema della sicurezza,
ma aggrava ogni giorno la crisi di legalità con i condoni. Per proteggere il suo leader non esita a
indebolire gli strumenti di controllo dei corpi dello Stato. La legalità non ha a che fare con il colore
della pelle, e neppure con il taglio dell’abito. O è per tutti, oppure non è legalità. Noi crediamo che la
legge debba essere uguale per tutti: per i ricchi e per i poveri, per gli italiani e per gli stranieri, per i
giudici e per i politici, per chi è famoso e per chi non lo è. La domanda di sicurezza va presa sul
serio, con una strategia coerente attenta a favorire la libertà invece di soffocarla, a creare un sistema
moderno di certezze e di garanzie giuridiche, ad accrescere la convivenza civile. Vogliamo
progettare la sicurezza mettendo a fattor comune le diverse risorse istituzionali e sociali, forze di
polizia, magistratura, enti territoriali, polizie locali, associazionismo civile e servizi alla persona,
assicurando la qualità del lavoro svolto dagli operatori pubblici che hanno il dovere di tutelare la
comunità.
Per realizzare le riforme abbiamo bisogno non soltanto dell’efficienza, ma anche del buon nome
della pubblica amministrazione. Che si ottiene, come per le politiche industriali, attraverso
meccanismi permanenti di riforma nelle molte e diverse strutture pubbliche, con strumenti efficaci di
valutazione dei risultati e coraggiosi ripensamenti dell’organizzazione del lavoro, anche utilizzando
l’occasione delle nuove tecnologie.
La destra preferisce insultare la pubblica amministrazione, senza riformarla. E quale credibilità può
avere il governo delle leggi ad personam per chiedere ai dipendenti pubblici di essere irreprensibili?
Una riforma sana e virtuosa dell’amministrazione comincia dall’alto, con il buon esempio della
politica. È una sfida anche per noi. A cominciare dai costi della politica che devono essere equiparati
ai costi medi nei principali Paesi europei. Il Pd ha il compito di dare al Paese una classe politica di
alto profilo morale, sobria nei comportamenti, animata dallo spirito di servizio e di rispetto per le
istituzioni e la comunità. Ci sono nel territorio molti nostri giovani amministratori, cresciuti con
questo impegno, da promuovere e da valorizzare.
Laicità e valori condivisi per un’Italia più civile
Molti si sono chiesti se l’Italia stia perdendo le antiche virtù democratiche. Non è così. Di certo,
però, è mancato un contrappeso culturale ai rischi di regressione civile. È venuta l’ora di richiamare
ad alta voce altri valori e altri principi: che il momento più alto di una democrazia si rivela quando il
potente china il capo di fronte alla legge; che il mio benessere aumenta se anche l’altro migliora le
sue condizioni; che le classi dirigenti devono educare i giovani con il buon esempio nello studio e nel
lavoro.
Bisogna puntare sulle energie civili del Paese che si esprimono ogni giorno nell’impegno sociale,
nella partecipazione politica, nel volontariato, nei piccoli gesti di amicizia della vita quotidiana ed
emergono con forza nei grandi momenti della vita nazionale, da ultimo nella solidarietà con il popolo
abruzzese colpito dal terremoto.
Negli ultimi decenni il rapido sviluppo delle scienze, il movimento e l’incontro di persone, culture e
stili di vita su scala planetaria, hanno investito l’umanità con nuovi interrogativi etici. Dove la
crescita dell’informazione, della cultura e della responsabilità personale e istituzionale non sono
altrettanto veloci, queste straordinarie opportunità di progresso suscitano rapidamente un regresso
civile e morale: demonizzazione dello straniero e del diverso, nuove forme di sfruttamento,
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oscurantismo, umiliazioni della dignità della donna, paura del progresso, nuovi fondamentalismi,
chiusure identitarie. Questi rischi sono ben presenti nel nostro Paese. Su questo terreno culturale e
morale il Partito Democratico intende impegnarsi, contribuendo giorno per giorno, casa per casa, alla
crescita e al rilancio di un maturo spirito pubblico italiano ed europeo.
Il principio di laicità è la nostra bussola, la via maestra di una convivenza plurale. La laicità si nutre
di rispetto reciproco e di neutralità - che non significa indifferenza - della Repubblica di fronte alle
diverse culture, convinzioni ideali, filosofiche, morali e religiose. È anche impegno per la loro
salvaguardia, promozione del dialogo interculturale e interreligioso, mutuo apprendimento: purché,
naturalmente, tutti accettino un comune spazio pubblico di confronto e incontro nel quale gli unici
principi non negoziabili siano quelli della Costituzione italiana e della Carta dei diritti dell’Uomo.
In questo spirito i democratici hanno formulato proposte di legge largamente condivise sulle
convivenze civili, sul testamento biologico e sulla libertà religiosa, che vanno rilanciate senza
tentennamenti in Parlamento e nel Paese.
Dialogo e accoglienza sono anche i principi che si devono seguire per l’integrazione degli immigrati.
E’ una buona legge sull’immigrazione quella che produce più legalità e più inclusione, non quella
che preclude agli stranieri i percorsi regolari o li lascia ai margini della società.
La stragrande maggioranza degli stranieri è in regola, vive in Italia da anni, spesso svolge un lavoro
che noi non vogliamo più fare. A queste persone vanno riconosciuti i diritti civili e politici. Abbiamo
bisogno degli stranieri quanto loro hanno bisogno di noi; senza dimenticare che, fino a qualche
decennio fa, eravamo noi italiani ad emigrare, a milioni.
Sull’immigrazione, abbiamo bisogno di regole chiare che dicano come si fa ad entrare in Italia e a
stare in regola, come si incontrano domanda e offerta di lavoro, come si può avere in tempi certi il
permesso di soggiorno. I flussi di ingresso devono corrispondere al fabbisogno occupazionale e
rendere sostenibile l’inclusione dei nuovi cittadini.
Da soli si può fare poco
Il progetto che ci ispira non è compiuto: non è esaurita la questione dell’incontro tra culture ed
esperienze politiche progressiste ancora oggi divise. Vogliamo essere chiari su questo punto: non c’è
un Pd in cui confluire. C’è invece un vasto campo di forze di sinistra, riformiste, laiche e
ambientaliste che ha cominciato ad unificarsi e alle quali è giusto guardare con attenzione, così come
a tutte quelle forze di opposizione che incarnano valori importanti. Per loro, per noi, il Pd è la casa
comune dei riformisti da costruire insieme.
La vocazione maggioritaria non significa rifiutare le alleanze, ma, al contrario, renderle possibili,
perché costruite nella chiarezza, sulla base di vincoli programmatici. Non consiste
nell’autosufficienza, ma nella capacità di ritrovare una funzione di rappresentanza popolare, e
nell’impegno ad elaborare un progetto di governo che convinca il Paese. Non possiamo più
confondere il bipolarismo, che è una conquista della nostra democrazia, con il bipartitismo, che non
ha fondamento nella realtà storica, sociale e politica del Paese.
Il primo banco di prova verrà dalle elezioni regionali del 2010. Sarà necessario sperimentare su basi
programmatiche larghi schieramenti di centrosinistra, alleanze democratiche di progresso alternative
alla destra. Il nostro impegno comincia ora. I tanti italiani delusi da Berlusconi devono trovarci
pronti, quando si volteranno dalla nostra parte.
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Sul piano istituzionale noi scegliamo un modello parlamentare rafforzato in alternativa a formule più
o meno mascherate di presidenzialismo, una legge elettorale chiara e non stravolgente l’architrave
costituzionale, da elaborare in collaborazione con chi crede ad un bipolarismo maturo che renda
l’elettore determinante nella scelta degli eletti e del governo. Poiché noi crediamo nella struttura
portante della nostra Costituzione intendiamo limitare le modifiche agli interventi essenziali per
realizzare gli obiettivi indicati. E intendiamo anche risolvere il problema del conflitto di interessi che
in tutti questi anni è andato aggravandosi, mettendo in pericolo la libertà di informazione, il rango
civile del Paese e perfino l’immagine internazionale.
Noi, i Democratici
L’identità plurale dei democratici nasce dalla sintesi delle culture fondative dell’Ulivo. Nell’avvio del
Pd si è pensato che l’eclettismo potesse allargare gli orizzonti e accrescere i consensi. Non è stato
così. In futuro, a partire dall’azione politica concreta, dovremo porre molta cura nella ricerca e
nell’elaborazione della nostra identità culturale di fronte ai grandi temi del mondo contemporaneo.
Noi siamo un partito popolare perché ci rivolgiamo ad un vasto arco sociale, dai ceti meno
abbienti, ai ceti produttivi, alle nuove generazioni, e perché decidiamo di essere presenti in ogni
luogo con esperienze e linguaggi legati alla vita reale delle persone. Non siamo classisti, non siamo
elitari, non siamo populisti perché pensiamo che tutti possano, anzi, debbano ragionare con la propria
testa.
Noi siamo un partito riformista perché crediamo che l’uomo possa cambiare le cose e che le cose
possano essere migliorate. Per questo abitiamo dove abitano le forze progressiste ovunque nel mondo
e per questo partecipiamo da protagonisti all’Alleanza fra socialisti e democratici nel Parlamento
europeo.
Noi siamo un partito dell’uguaglianza secondo l’ispirazione del cattolicesimo democratico e della
sinistra democratica e liberale perché crediamo in un mercato aperto e regolato, ma non intendiamo
affidare al mercato il controllo di beni essenziali come la salute, l’istruzione e la sicurezza.
Noi siamo il partito delle donne e degli uomini perché crediamo che la differenza di genere sia una
risorsa per la democrazia e per promuovere lo sviluppo umano. Nel secolo passato è stata una grande
forza del cambiamento della società, dal suffragio universale, alle lotte di emancipazione,
all’obiettivo delle pari opportunità, dell’autodeterminazione e della libertà di scelta. Con la sua
concreta azione riformatrice il Pd invera questi principi nell’Italia di oggi e di domani.
Noi siamo un partito laico perché rispettiamo le fedi e le convinzioni morali di ciascuno. Siamo
convinti che lo Stato sia la casa di tutti e che si debba garantire a tutti libertà di coscienza e di culto e
che si debbano tener distinte le convinzioni religiose, filosofiche e morali - nutrimento del cammino
esistenziale di molti - dalle leggi che regolano i comportamenti di tutti.
Noi siamo il partito dei lavori e dei ceti produttivi. Vogliamo tornare nei luoghi in cui si fatica e si
produce, ascoltare chi intraprende e chi rischia in proprio. Vogliamo promuovere una nuova dignità
del lavoro contro la rendita e il profitto sganciato dal merito. Vogliamo parlare a chi il lavoro non ce
l’ha o convive con insopportabili forme di precariato. Vogliamo contrastare ogni forma di
sfruttamento e insicurezza, così come la conservazione corporativa di privilegi e monopoli.
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Noi siamo il partito dei diritti civili perché crediamo nella dignità, nell’autonomia, nella libertà,
nell’uguaglianza di tutte le persone; siamo contrari ad ogni forma di discriminazione e contrari ad
uno Stato che tenda a sostituirsi alla libertà e alla responsabilità dell’individuo.
Noi siamo un partito ambientalista perché siamo consapevoli che la Terra è una sola. Il rispetto per
l’ambiente è il rispetto che dobbiamo alla nostra stessa casa. Non crediamo che sviluppo e ambiente
siano fra loro alternativi: al contrario, l’ambiente è una risorsa essenziale per la crescita sostenibile,
per l’innovazione e il ripensamento dei modelli di consumo.
Noi siamo il partito dei territori e della sussidiarietà. Per noi non c’è un centro che decide e una
periferia che obbedisce, ma un equilibrio virtuoso tra i diversi livelli decisionali, sia per quanto
attiene alle istituzioni che per il Partito.
Noi siamo il partito dei giovani perché scommettiamo sul futuro del nostro Paese stando dalla parte
di chi bussa alla porta e non di chi la tiene chiusa. Per restituire ai giovani il desiderio di cambiare il
mondo.
Noi siamo il partito della conoscenza e dei saperi perché abbiamo fiducia nell’ingegno umano,
crediamo che senza sapere non ci sia libertà, consideriamo prezioso il riconoscimento dei meriti dei
giovani ricercatori. Ci impegniamo a difendere la libertà della ricerca scientifica e intellettuale, a
promuovere l’accesso universale alla conoscenza, a garantire la libera circolazione dei saperi.
Noi siamo il partito dei cittadini e del nuovo civismo perché crediamo nella libertà dell’individuo e
nelle risorse di una comunità solidale. Ciò trae forza e senso da antiche radici, che oltrepassano
largamente le vicende degli ultimi decenni. Radici di emancipazione e di riscatto, di
autorganizzazione, di solidarietà, di autonomia che furono premessa vivente delle grandi formazioni
politiche popolari all’affacciarsi del secolo scorso. Si formò allora l’idea che prendendo le parti di
chi lavora e produce e di chi è più debole e subordinato, sia possibile costruire una società migliore
per tutti. Noi quella società vogliamo costruire, non solo immaginare.
Noi, il Partito Democratico
La questione che ci siamo posti nei mesi scorsi non è se essere un partito “vecchio” o un partito
“nuovo”, ma se essere davvero un partito: cioè una libera associazione di cittadini dotata di identità
riconoscibile, organizzazione interna, radicamento sociale, luoghi di discussione e partecipazione,
nonché di regole liberamente accettate e condivise. Non aver chiarito questi punti fondamentali ha
indebolito il cammino iniziale del Pd. All’indomani delle primarie abbiamo deluso sia chi era legato
a forme di militanza più tradizionali, sia chi si aspettava nuove forme di partecipazione politica e di
coinvolgimento sociale. Abbiamo disperso un tesoro immenso, coltivando un’insensata
contrapposizione tra elettori e iscritti, quando proprio gli elettori ci chiedono più presenza
organizzata nei territori e nella società. Abbiamo un elettorato esigente e intelligente, una forza civile
disposta a sostenerci nel voto e non solo. Il Pd deve rappresentarla compiutamente in ogni momento
e in ogni sede.
12
Che cos’è un partito?
1. L’idea di partito ha a che fare con l’idea di democrazia. Rifiutiamo i modelli plebiscitari e
riaffermiamo il valore dell’art. 49 della Costituzione. I partiti sono strumenti di partecipazione, di
formazione civile, di impegno individuale e collettivo, di mediazione virtuosa tra società e
istituzioni, di proposta e di indirizzo, di selezione democratica della classe dirigente.
2. Un partito è una comunità di donne e di uomini che vive di rispetto, amicizia, pari dignità e lealtà
reciproci. Le iniziative popolari e le feste sono parte essenziale dell’attività di partito, così come la
promozione di strumenti nuovi di comunicazione e socializzazione. La Rete non sostituisce, ma
amplia le possibilità di comunicazione e di interazione ad ogni livello.
3. Un partito si organizza in circoli presenti in ogni comune o quartiere, nei luoghi di lavoro e di
studio, nelle comunità all’estero, ma può aprirsi davvero agli elettori solo se è radicato e riconosciuto
nel Paese. Si apre alle energie più fresche della società tramite una forte organizzazione giovanile. E’
riconosciuto da quelli che rappresenta e allo stesso tempo è capace di riconoscere altre forze sociali
con cui fare un percorso comune e preparare il progetto di governo, per non ricadere nel riformismo
dall’alto. Per questo, nel rispetto della reciproca autonomia, vanno coltivati rapporti con tutte le
organizzazioni sociali, del lavoro, dell’impresa, dei consumatori, del volontariato.
C
osa significa democratico?
1. Il Partito democratico è un partito di iscritti e di elettori che persegue la parità di genere nelle
responsabilità politiche. La sovranità appartiene agli iscritti, che la condividono con gli elettori nelle
occasioni regolate dallo statuto. Agli iscritti sono riconosciuti diritti fondamentali come la
partecipazione alle decisioni ai vari livelli (anche attraverso referendum) e l’elezione degli organismi
dirigenti. Il Pd coinvolge gli elettori, attraverso le primarie, per selezionare le candidature alle
cariche elettive con particolare riferimento alle elezioni in cui non sia presente il voto di preferenza.
Partecipa alle primarie di coalizione con un proprio rappresentante scelto da iscritti e organismi
dirigenti. Le primarie per l’elezione del segretario nazionale richiedono nuove regole ispirate a due
criteri: non devono trasformarsi in un plebiscito e non possono essere distorte da altre forze politiche.
Le primarie vanno rese più efficaci, rendendo più chiaro il meccanismo di partecipazione. L’albo
degli elettori deve essere effettivamente pubblico e certificato.
2. Il Partito democratico è un partito nazionale organizzato su base federale. I rimborsi per le elezioni
regionali, le entrate del tesseramento e delle feste, i contributi degli amministratori, sono destinati ai
circoli e alle organizzazioni provinciali e regionali. Parte del finanziamento elettorale nazionale ed
europeo va destinata a progetti di radicamento del partito nella società. Gli organismi dirigenti
nazionali saranno formati per la metà da rappresentanti designati dai livelli regionali.
3. Gli organismi dirigenti ad ogni livello saranno composti in un numero ragionevole per consentire
una discussione politica efficace e scelte consapevoli. Lo statuto garantisce i diritti dei singoli iscritti
e delle minoranze. Gli organismi dirigenti hanno il dovere di ricercare attraverso l’aperto confronto
delle opinioni la posizione comune da assumere nelle sedi politiche e istituzionali. Le deroghe
rispetto alle posizioni comuni dovranno esprimersi sulla base di criteri valutati da un organo
statutario. In ogni caso il Pd considera il pluralismo interno una ricchezza irrinunciabile e un motivo
di orgoglio.
Per tutte queste ragioni, con tutti questi impegni vogliamo costruire insieme un Paese da amare,
un’Italia dove sia bello vivere, lavorare, crescere i propri figli. Con il Partito democratico.
13
Questo testo costituisce una traccia di discussione da sviluppare nel Congresso.
Sarà accompagnata da documenti di approfondimento sui problemi qui esposti allo scopo di
sollecitare osservazioni e proposte. Da questi arricchimenti verranno contributi utili per il
programma che il candidato segretario proporrà alla Convenzione secondo quanto previsto dallo
statuto .

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