UN GIORNO IN PRETURA ……IL BOSCO PERCEPITO

Inserito da casoledelsa il 20 Dicembre 2010

Conclusi il mio post “L’onore della fascia tricolore”del 11 Nov. 2010 con la richiesta al sig. Pii di DIMISSIONI dalla carica di Sindaco di Casole. Non avevo il minimo dubbio che le mie righe cadessero nel vuoto, rigettate come “rancorose” prive di qualsiasi senso di lucidità.

“Io Pii, il salvatore di Casole, colui che ho ridestato un paese dal torpore, devo dare retta ad uno straniero?”
In Consiglio Comunale alla domanda del capogruppo di opposizione, di avere chiarimenti su quanto apparso sui giornali in merito ad una sua condanna il sig. Pii, ostentò baldanza e sicurezza. Disse “ non ero niente alla data delle contestazioni, sono ingiustamente accusato, ma per aiutare gli altri imputati ( tra cui chi lo aveva assunto come consulente!!) ho oblato con estinzione del reato”.
Ieri sera al C.C. a Pievescola, altra lezione di morale “La giunta si muove nella legalità, se si possono concedere delle sanzioni previste dalla legge regionale 1/2005 dall’art. 133 al 139, noi le concediamo, perché questo è permesso dalla legge”.
Non ha aggiunto il sig. Pii che stamani andava in scena al tribunale di Poggibonsi un altro procedimento giudiziario che lo vedeva coinvolto. I quattro capi d’accusa andavano dagli abusi edilizi perpetrati in area soggetta a vincoli ( boschivo e idrogeologico ), omissioni procedurali, taglio del bosco.
“TAGLIO DEL BOSCO”. Come al Podere “Le Vigne” si dice che il bosco non c’era. Era solo percepito? Questo Dr. Formisano come è strano, vede bosco da tutte le parti.
Come nel precedente procedimento il Sig. Pii ha chiesto per i capi di imputazione 3 e 4 la possibilità di estinguere il reato attraverso un oblazione accordabile perché incensurato. Per i capi 1 e 2 – taglio del bosco e vincolo idrogeologico non essendo possibile un oblazione viene chiesto il proscioglimento portando quali prove che “IL BOSCO NON C’ERA” e l’area “NON ERA SOGGETTA A VINCOLO” relazioni di noti architetti.
A verificare questa tesi il PM chiamerà il 17 Febbraio 2011 (prossima udienza) per una audizione la signora Sonia Violetti (nome fatto dalla difesa stessa), attuale responsabile area tecnica del Comune di Casole d’Elsa.
Riflessioni: quel giorno un dipendente comunale dovrà discutere di una tesi portata a discolpa per un reato contro IL COMUNE DI CASOLE D’ELSA nella persona del SINDACO PROTEMPORE. Tesi per discolpare tra gli altri il Sig. Pii, dove in questo processo è persona accusata e offesa (in rappresentanza di tutti noi casolesi). Come potrà il sig. Pii (come sindaco) preparare la linea della Signora Violetti a tutela della comunità casolese? Lo sapremo solo il 17 Febbraio 2011, e lo stesso giorno ne daremo notizia ai casolesi perché per noi LA TRASPARENZA è una cosa seria, non una bandiera senza colori da sventolare.
DIMISSIONI. Ecco la parola ignorata, derisa dal sig. Pii e la sua Giunta.
Oggi più di ieri le DIMISSIONI vanno chieste a gran voce, senza distinzioni politiche ma per quel senso civico che al Sig. Pii viene meno verso i casolesi, ai quali continua a negare la verità.
Scrivere di questo è per il sig. Pii, la sua Giunta, i consiglieri di maggioranza,il Presidente di Pensare Comune il sig. Barbagallo Paolo e il PDL di Casole “perversa logica di divisione e di contrapposizione o “rancoroso”?

P.s. Oblazione accettata ( oltre 4mila euro) uguale a reati ammessi!!!!

Bruno Melani

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Habemus ministro (ora si cerca il Ministero)! Paolo Romani, da Telelivorno al ministero

Inserito da casoledelsa il 5 Ottobre 2010

Finalmente abbiamo un ministro per lo sviluppo economico: Paolo Romani.
Purtroppo ora si cerca il ministero.
la manovra 2011 gli ha sottratto 900 milioni di fondi di dotazione, i fondi Ue e Fas sono stati trasferiti al ministro degli Affari regionali Raffaele Fitto, i circa 800 milioni di fondi per il turismo sono passati direttamente sotto la gestione di Michela Vittoria Brambilla, l’Istituto per la Promozione Industriale è stato soppresso
Un degno ministro per un governo indegno. Un lobbista di Mediaset, ennesima declinazione di un conflitto d’interessi che è una delle più grandi anomalie democratiche del mondo occidentale. Starà in carica solo qualche mese, magrissima consolazione.

Paolo Romani, da Telelivorno al ministero
Il probabile nuovo ministro dello sviluppo economico raccontato nel libro di Gilioli e Di Corinto
4 ottobre 2010
Colmando un vuoto che si trascinava da mesi in modo imbarazzante, Paolo Romani ha giurato ed è stato nominato ministro dello sviluppo economico, incarico vacante dalle dimissioni di Claudio Scajola. Durante gli oltre 150 giorni di interim di Silvio Berlusconi, il nome di Romani era circolato spesso, e a luglio la nomina sembrava cosa fatta. Tutto saltò a causa delle perplessità di Giorgio Napolitano, che riteneva inopportuno che Romani - considerato il suo passato di imprenditore delle telecomunicazioni - si occupasse direttamente proprio di questa materia.
Questo è il ritratto di Paolo Romani fatto da Alessandro Gilioli - giornalista dell’Espresso e apprezzato blogger - e Arturo Di Corinto nel loro libro uscito da poco. Si chiama “I nemici della Rete” ed è edito da BUR. Il decreto di cui parla la prima frase è il cosiddetto “decreto Romani”, approvato lo scorso marzo, che recepisce la direttiva europea sugli audiovisivi ed equipara lo streaming di video online alle emittenti televisive tradizionali.

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NO! Io voglio capire.

Inserito da casoledelsa il 29 Settembre 2010

NO!  Io voglio capire.

 

Mi chiedo. Sono io che non stò capendo cosa succede nella politica o tutti siamo cogl…(così ci definirebbe Berlusconi).

Non mi interessa la storia della casa di Montecarlo, squallida vicenda di interessi personali. Cosa avrebbe detto o fatto il Sig. Storace se Fini non lo avesse trombato?

No! Voglio capire dell’appoggio del Partito Democratico al 4° governo Lombardo in Sicilia.

Oggi l’appartenenza alla maglia (valori) è mercificabile.

Esempio calcistico (politico).

Ibrahimovich (Calearo) che passa tranquillamente dalla Juve (PD) all’Inter (API) per finire al Milan (PDL). Il tutto giustificato: Ibra,per il bene dei tifosi, Calearo per il bene degli operai(sich!!).

Il Sig. Lombardo, personaggio indecifrabile (si far dire) che prima si allea con Cuffaro (condannato per mafia), oggi con il  PD!!!!

Ci spiegano, che dobbiamo combattere la mafia, quindi, chi meglio di noi (PD), difensori della legalità, possiamo aggregare tutte le anime pulite della Sicilia?

Poi, ci mettiamo davanti alla Tv e i telegiornali ci raccontano del teatrino della politica. Che siamo in piena campagna acquisti. Di politici che per un soldo di cacio saltano il fosso andando ad aggregarsi a chi, fino ad ieri, era il loro avversario più acerrimo (vero Mannino? Vero Pii?).

Ecco, vediamo il Sig. Lombardo che va da Berlusconi a porgere il cappello per “vedere cammello” e per il bene dei siciliani, decidere se il suo gruppo (MPA), voterà la fiducia al governo.

In me il sentimento di INDIGNAZIONE, oramai viene sostituito da INCAZZATURA.

E’ possibile che nel PD nessuno mi parli di queste “amicizie?” Non è bastato l’errore di aver candidato il Sig. Calearo per farci aprire gli occhi?

Caro PD, io voglio capire!

 Bruno Melani.

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“Nucleare in Toscana? Né adesso né mai”

Inserito da casoledelsa il 24 Settembre 2010

Ecco cosa ci stà preparando il governo. Se andiamo a vedere la cartina dei siti ipotizzati la Toscana è tra le piu’ gettonate, mentre pochissimi siti al Nord.

Il presidente Rossi
Secco no dal governatore all’ipotesi che nella nostra regione possa essere individuato dal governo un sito per le scorie radioattive.
 

Se sul tema dei Cie ( centri di identificazione ed espulsione per gli immigrati senza permesso di soggiorno) il presidente della Toscana, Enrico Rossi, si è fin dall’inizio detto disponibile a trovare un compromesso con il governo, a determinate condizioni, sul tema delle centrali nucleari alza le barricate. “Mi opporrò a ogni ipotesi di nucleare” ha dichiarato ieri il governatore dalle pagine elettroniche del suo profilo su Facebook. “La società per la gestione degli impianti nucleari in Italia - scrive Rossi - ha individuato 52 aree in tutto il Paese con caratteristiche adatte a ospitare un sito per le scorie radioattive. Tra queste ha indicato la Maremma. No grazie - sottolinea - la Maremma avrà suo uno sviluppo: penso al turismo, all’agricoltura e a un distretto per le energie rinnovabili a partire dalla geotermia”.

 

Giallo sulla lista segreta

Una chiusura senza appello, in risposta alla notizia secondo cui la Sogin, ossia la società controllata dal ministero del Tesoro per la gestione degli impianti nucleari, avrebbe pronta - ma tenuta ancora segreta - una lista di possibili siti sparsi sul territorio nazionale adatti ad accogliere le centrali e le scorie. Secondo le indiscrezioni filtrate finora, fra i luoghi deputati a poter accogliere impianti e scorie ci sarebbe anche la Toscana, e, in particolare, la Maremma. “Mi opporrò ad ogni ipotesi di nucleare”, ha concluso il suo messaggio su Facebook il presidente regionale Enrico Rossi. Ieri, da diversi parlamentari è arrivato l’invito al governo a rendere pubblica la lista di Sogin con i nomi dei possibili siti nucleari. Una questione che esplode nel bel mezzo della bagarre politica sulla difficile stabilità del governo. E che ha già sollevato contestazioni dalla Toscana ma anche da altre regioni.

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Cavaliere, ci dica se la legge è uguale per tutti!!

Inserito da casoledelsa il 23 Settembre 2010

Interessante articolo  di GIUSEPPE D’AVANZO  per un attenta riflessione.

 

DUNQUE, martedì prossimo Silvio Berlusconi è atteso in Parlamento per un discorso che i suoi desiderano sia addirittura memorabile. Che cosa si intende per “memorabile”? Quando e come le parole di un uomo di Stato diventano storiche? Vediamo.Si sa che il premier, nel suo intervento, illustrerà i cinque punti programmatici (giustizia, Mezzogiorno, fisco, federalismo e sicurezza) per rilanciare la corsa di un governo a corto di fiato. Berlusconi chiederà ai suoi alleati ostili (Fini) o delusi (Lega) di sottoscrivere intorno alle cinque questioni un “patto” per concludere la legislatura con un decoroso rispetto delle urgenze del Paese e degli impegni elettorali.
L’iniziativa può avere due esiti. Il primo, miserello. Berlusconi si accontenta di una risicata maggioranza che certifichi la sopravvivenza del suo governo e - insieme - la morte di ogni autarchia della sua leadership, costretta in una condizione di minorità politica a mendicare - di volta in volta - il consenso di Bossi, l’approvazione di Tremonti, la non belligeranza di Fini e il benestare finanche del governatore siciliano Raffaele Lombardo, di Storace, dei transfughi dell’Udc. Una pietosa baraonda senza futuro.

Il secondo approdo, imprevedibilissimo, è nello stile del signore di Arcore che, figlio viziato della politica della Prima Repubblica, si è inventato campione dell’antipolitica nella Seconda Repubblica (qualsiasi cosa questa formula significhi). Minorità? Autonomia limitata? Vaniloquio, cicaleccio di politici di professione - lo immaginiamo dire ai suoi - posso farne a meno di queste preoccupazioni ché sono capace di scrivere l’agenda dell’attenzione pubblica come voglio e quando voglio; ché la mia leadership non dipende dalle manovre romane - me ne fotto - ma dal rapporto diretto - che ho - con il popolo, con i suoi umori che sapientemente posso mescolare e maneggiare. Qualcuno pensa che non sia più in grado di farlo?

Le sabbie mobili

 


Si fa fatica a credere che Berlusconi, a un passo dal suo traguardo (la corsa al Quirinale), si accontenti di vivacchiare mediocremente fino a quando Fini sarà pronto con il suo nuovo partito o magari, per qualche seggiola in meno o finanziamento caduto, Lombardo o per dire un Cuffaro spengano le macchine che tengono in vita il governo. È più probabile che, come gli consigliano, Berlusconi provi la posa dello “statista” (è accaduto una sola volta il 25 aprile 2009 a Onna nel giorno del ricordo della Resistenza). È plausibile che egli tenti di tirarsi fuori dalle sabbie mobili che lo stanno inghiottendo con un’invenzione che “generi la politica dall’antipolitica, l’ordine dal caos”.Certo, può accadere anche questo, anche questa volta. Berlusconi ha dato in questi sedici anni prova di come possa governare il Barnum italiano con la frusta, con il sorriso, con una menzogna strepitosa, con la pura energia della sua teatralità, con lo sciagurato favore di un’opposizione inconcludente fino allo sconforto, ma il passaggio che il presidente del Consiglio affronterà tra una settimana appare finale perché questa volta - e in modo definitivo - pare in discussione lo stesso “contratto emotivo” che il popolo della destra ha sottoscritto identificandosi in lui, rappresentandosi in lui più che essere da lui rappresentato.

In questa curva dell’avventura berlusconiana, appare in gioco la “forza del sogno” che il Cavaliere ha indotto da tre lustri nel metabolismo sociale del Paese alimentando l’illusione, come è stato detto, di una potenza individuale e di gruppo, di una felicità e un benessere possibile, raggiungibile da chiunque, per chiunque a portata di mano se fossero stati gettati per aria - come egli prometteva - alcuni ostacoli: i “comunisti”, i migranti, l’informazione, il sindacato, i magistrati, la Rai pubblica, la cultura “giustizialista”, il fisco, la Costituzione… Bene, la maggioranza elettorale degli italiani ha creduto nell’Italia che aveva in mente (”Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme un nuovo miracolo italiano”). Gli hanno detto: fallo, facci felici. Gli hanno consegnato in tre occasioni (1994, 2001, 2008) le chiavi del Palazzo e che cosa gli hanno visto combinare? Pochissimo. Quasi nulla. Quasi niente.

L’uomo del fare

 


L’uomo del fare, oculatissimo a coltivare il suo particulare, si è dimostrato un incapace quando i beni sono collettivi e gli affari pubblici. Nessuna delle strettoie che, nello schema illusorio di Berlusconi, ci trattengono sulla soglia della prosperità è stato mai rimosso con le riforme promesse. Nessuno. Nonostante le magie manipolatorie, chiunque ha potuto rendersi conto - anche i mafiosi di lui dicono: Iddu pensa solu a iddu - che in questi anni Berlusconi ha avuto una sola bussola: la sua tutela personale, la protezione della sua roba e quindi, soprattutto, l’assoluta necessità di evitare i processi che lo coinvolgono. Una dopo l’altra, le legislature vengono e vanno, quale che sia la forza della maggioranza che lo sostiene, in estenuanti fatiche parlamentari che devono assicurargli l’impunità.Una gigantesca macchina politico, giudiziaria, mediatica ferma nel tempo, che divora ogni cosa, ogni altro problema, argomento, intelligenza, dibattito, cancellando il presente e le priorità del Paese. Ce n’è una sola, nel mondo dell’Egoarca: il suo destino minacciato dall’opacità dei comportamenti che ne hanno fatto un tycoon. È dal passato che l’Egoarca si deve proteggere. È una coazione a ripetere che conferma le ragioni originarie della corsa politica di Berlusconi. Non ci sono state nascoste, in verità. Ce le ha spiegate per tempo Fedele Confalonieri quali fossero: “La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel “lodo Mondadori”" (Repubblica, 25 giugno 2000). Ancora più recentemente, Confalonieri ripete: “Le leggi ad personam? Le fa per proteggersi. Se non fai le leggi ad personam vai dentro” (La Stampa, 2 novembre 2009).
Siamo esattamente - oggi - nello stesso punto dove la storia è cominciata sedici anni fa. Ieri come oggi, il primo e solo punto dell’agenda politica del Cavaliere è combinarsi un’impunità tombale. Lo svela, nella demoralizzazione cinica dei più, un altro turiferario delle cerimonie di Arcore: “Adesso và a spiegare alla gente che buona parte del gigantesco casino in cui si trova la politica italiana dipende dalle decisioni della Corte costituzionale”. (Bruno Vespa, Panorama, 16 settembre 2010).

Rapido riepilogo per chi avesse perduto qualche battuta. Il 14 dicembre la Consulta decide se la legge del legittimo impedimento può vivere o è costituzionalmente nata morta. Quella legge che protegge l’Egoarca dai giudici per diciotto mesi dovrebbe dargli respiro e consentire di imporre al Parlamento una nuova legge immunitaria questa volta costituzionale, dopo gli scarabocchi (”lodi”) di Schifani e Alfano. Naturalmente, Berlusconi non si fida né dei giudici costituzionali né dei parlamentari ed è già al lavoro con i suoi azzeccagarbugli per scavare trincee e alzare muri che possano fermare la mano del giudice. Un nuovo intervento sulla prescrizione. Il divieto di utilizzare sentenze passate in giudicato. Una nuova legge sul legittimo impedimento che possa indurre la Corte a rinviare, il 14 dicembre, ogni pronunciamento. Una nuova legge costituzionale che egli conta di far approvare in doppia lettura entro l’aprile del 2011 prima di contarsi con un referendum confermativo (sempre che l’opposizione, complice o intontita, scandalosamente non l’approvi). Una “road map” - come la chiamano allegramente - che impegnerà da oggi e per un anno il Parlamento, il confronto tra i partiti, l’opinione pubblica e i media, l’intero discorso pubblico.

Da questo punto di vista, il “gigantesco casino in cui si trova la politica italiana” è meno ingarbugliato di come pretendono di raccontarcelo. Se non ci si lascia ingabbiare da ipocrisie anestetiche e tartufismi, la sola questione che ha l’interesse di Berlusconi - tra le cinque che egli proporrà tra una settimana al Parlamento, chiedendo un voto di fiducia - è la giustizia. Non la giustizia di tutti, la giustizia per tutti, ma la giustizia che riguarda da vicino lui, che preoccupa personalmente lui, che minaccia la di lui preziosissima roba. Nessuna sorpresa. Berlusconi è esattamente questo: è potere statale che, senza scrupoli e apertamente, protegge se stesso e i suoi interessi economici. È una rotta sempre più problematica in un’Italia infelice con un prodotto interno congelato, una ripresa lentissima, il debito pubblico in aumento, l’occupazione ancora in ribasso, le entrate dello Stato in flessione a petto di un’evasione fiscale che tocca tetti mai sfiorati in un deserto di politiche pubbliche a favore del lavoro, delle imprese, delle famiglie, del Mezzogiorno disgraziatissimo. È questa contraddizione - l’intera vita parlamentare assorbita dalle urgenze del Capo e non dai bisogni del Paese - che può decidere il collasso della “forza del sogno”, la rescissione di quel “contratto emotivo” che ha reso vincente il Cavaliere di Arcore. Anche perché quel che Berlusconi teme soprattutto è il cosiddetto “processo Mills” che è un processo assai rivelatore.

Il mito e la realtà

 


Breve memento per gli smemorati. Con il coinvolgimento “diretto e personale” del Cavaliere, l’avvocato inglese David Mills dà vita alle “64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest”. Le gestisce per conto e nell’interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle “fiamme gialle” corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l’avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio da Berlusconi “somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali” che lo ricompensano della testimonianza truccata. Questa storia non è più aperta soltanto al sospetto, come si dice. È un complesso di fatti coerente, dotato di senso che illumina chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi. Si comprende con quali pratiche fraudolente, sia nato l’impero del Biscione. All Iberian è stato lo strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo.Anche qui bisogna rianimare, per l’ennesima volta, qualche ricordo. Lungo i sentieri del “group B very discreet della Fininvest” transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l’approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi destinati non si sa a chi mentre, in Parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le “fiamme gialle”); il controllo illegale dell’86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l’acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. La sentenza della Cassazione (che cancella per prescrizione la condanna di Mills confermandone i trucchi della testimonianza e la corruzione) documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c’è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la mitologia dell’homo faber ha il suo fondamento nel malaffare, nell’illegalità, nella corruzione della Prima Repubblica. Consapevole di quanto questo ritratto di se stesso sospeso nella narrazione di David Mills contraddica la scintillante immagine del tycoon sempre vincente per genio fino ad umiliarne l’ideologia (è il mio trionfo personale che mi assegna il diritto di governare, sono le mie ricchezze la garanzia dell’infallibilità della mia politica), Berlusconi ha dovuto scavare tra sé e il suo passato un solco che lo allontanasse dall’ombra di quell’avvocato inglese. Questa necessità gli è stata sempre chiara negli ultimi dieci anni. Cosciente che se fosse prevalso il Berlusconi scorto nella trama svelata da David Mills, la sua avventura politica sarebbe apparsa il patetico sogno di grandezza di un briccone, in definitiva di un pover’uomo melodrammatico che vuole soltanto farla franca, il Cavaliere ha mentito a gola piena scommettendo però, in pubblico, la sua testa. “Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l’esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario” (Ansa, 23 novembre 1999). “Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l’Italia” (Ansa, 20 giugno 2008).

Bugiardo, corruttore, spergiuro anche quando fa voto della “testa dei suoi figli”. Sono panni che non può indossare. Per non indossarli è disposto anche a farsi imbozzolare in una minorità politica, anche a tenere fermo il Paese - per un altro intero e lungo anno - nella palude del suo interesse personale ingaggiando, in nome della solita falsa rivoluzione, un nuovo scontro con la democrazia parlamentare, gli organi di garanzia costituzionale, con gli stessi principi della Carta, legge delle leggi.

La legge è uguale per tutti?

 


È per tirarlo fuori da questo labirinto che i consiglieri più accorti spingono il premier a fare del suo intervento del 28 settembre un discorso memorabile, “da statista”. Hanno ragione, se non preparano le consuete fumisterie da fiera peronista. Noi crediamo - e lo diciamo anche con la convinzione del nostro disincanto - che ci sia un solo modo concreto e credibile, per Berlusconi, di dimostrarsi all’altezza della ambizione e responsabilità pubblica. Difenda il suo onore, la sua storia, la verità dei suoi giuramenti. Accetti di dimostrare nel solo luogo appropriato - il processo - l’irreprensibilità delle sue condotte e della sua fortuna. Eserciti in quel luogo - l’aula di un tribunale - i diritti della difesa. Le procedure proteggono quei diritti e a Berlusconi, sostiene, gli argomenti per farlo non mancano. Lo faccia. Martedì prossimo in Parlamento il presidente del Consiglio rivendichi di essere cittadino tra i cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di chiunque. Reclami - egli - l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e chieda di essere processato a Milano senza alcuno scudo, impedimento, immunità. Metta da parte le sue personali preoccupazioni per lasciare libera la politica - il governo, il Parlamento - di affrontare le inquietudini degli italiani e le difficoltà del Paese. L’Italia ha dato tanto a Berlusconi, è giunto il tempo che Berlusconi dia qualcosa all’Italia che non sia una legge ad personam. Presidente, vuole dire - e finalmente dimostrare - che la legge in Italia è davvero uguale per tutti?  

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Giovanardi choc: «L’adozione gay causa la compravendita bambini»

Inserito da casoledelsa il 22 Settembre 2010

Questa la posizione di chi vuole riportare l’talia a 50 anni fa, la stessa persona che su USTICA ha usato parole forvianti per nascondere responsabilità politiche.

Nei paesi dove sono permesse le adozioni ai gay «è esplosa la compravendita di bambini». Lo ha denunciato Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e presidente della Commissione per le adozioni internazionali, confermando che la linea del governo è contraria a permettere le adozioni a coppie omosessuali. In un’intervista a KlausCondicio che ha diffuso il testo, il sottosegretario ha detto: «Là dove le adozioni da parte di coppie gay sono consentite, come negli Usa, ma anche in Brasile, è esplosa la compravendita di bambini e bambine. È una cosa che almeno con questo Governo non consentiremo mai e che voglio qui denunciare. È quello che sta avvenendo negli Stati Uniti e in Inghilterra, dove si possono comperare i fattori della produzione. Il fenomeno si può far rientrare all’interno del meccanismo del mercato, ma come a volte accade, in questo caso, non mi sembra ci siano grandi prospettive per la nostra società». Immediata la polemica. Paola Concia, deputata Pd: « Giovanardi violento con gay, vada via subito».

Per Giovanardi, «Imporre ad un bambino adottato due genitori dello stesso sesso significa fargli violenza psicologica. Il fatto che ci siano alcune famiglie eterosessuali in cui ci sono stati episodi di violenza o di cattiva educazione non vuol dire che la famiglia normale sia fonte di violenza e di maltrattamenti, come afferma Luca Barbareschi. Un bambino ha il diritto di crescere in un contesto dove una figura paterna e materna sono complementari fra di loro e garantiscono al bambino una crescita equilibrata. Togliere questo diritto al bambino Š fare una violenza sul bambino stesso. Si crea un diverso dagli altri, lo si candida all’infelicità».
20 settembre 2010

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LA SCORTA SIAMO NOI.

Inserito da casoledelsa il 17 Settembre 2010

Oggi mentre aspettavo che si svolgesse l’udienza per “Le Vigne” e “San Severo” mi tornava alla mente un articolo sull’Unità di Sabato 11 Settembre. “In morte di un sindaco ambientalista” di Roberto della Seta e Francesco Ferrante.

 

(..) Era un ambientalista, Angelo Vassallo, un ambientalista convinto che garantire la legalità e preservare il paesaggio siano premesse obbligate per dare a terre come la sua uno sviluppo vero, duraturo. Era il contrario della ridicola caricatura che spesso viene fatta di chi considera la difesa dell’ambiente una priorità assoluta: non un “nemico del progresso”, ma una persona consapevole che oggi non c’è vero progresso senza curare di più e meglio i beni comuni, e consapevole che il rispetto della legge e la tutela dell’ambiente sono tra i beni comuni più preziosi.

Questa, allora una prima domanda: se un sindaco così, per modo in cui amministra viene ammazzato, ciò significa che rappresenta un eccezione? Ci auguriamo naturalmente di no, ma certo non è felice un Paese dove chi con coraggio, determinazione e senza sconti si impegna per far valere l’interesse generale contro quello particolare e tante volte illecito di pochi, rischia di venire crivellato di pallottole.

Ci sono due grandi questioni sulle quali il nostro Paese è in difficoltà, queste rispondono al nome di legalità e ambiente. La destra che attualmente governa considera l’una e l’altra con fastidio.

 Sempre dall’Unità  l’ editoriale “La scorta siamo noi” di Francesca Fornario.

(..) Lo ha detto il Vice Sindaco di Pollica Stefano Pisani accanto alla bara bagnata dalla pioggia, come una barca che riprende il mare: “Tutti quelli che sono qui devono sapere che oggi hanno fatto una cosa che non potranno mai dimenticare. Oggi hanno promesso ad Angelo di impegnarsi. Oggi voi avete promesso al Sindaco di tutti di non dimenticare. Io a tutti quelli che sono qui chiedo un impegno: affinché quello che Angelo ha fatto per il nostro comune voi lo facciate per tutti.

 

Nel Programma elettorale del Centrosinistra per Casole si leggeva:

        (…)

Nell’amministrare  intendiamo osservare anche i principi basilari che devono guidare l’azione  corretta di una pubblica Amministrazione, ovvero:

 

a.          legalità, intesa come rispetto di norme, procedure, regole operative;

b.         efficienza, intesa come costante verifica della capacità operativa della struttura ed adeguamento della sua azione;

c.          efficacia, intesa come continua verifica dell’idoneità della nostra azione a rispondere ai bisogni che ne avevano determinato la scelta e lo specifico intervento;

d.         economicità, intesa come attenzione a realizzare interventi e servizi considerando un adeguato rapporto costi/benefici;

e.          trasparenza intesa non tanto come accessibilità, sempre garantita, ma soprattutto come diverso modo di intendere il rapporto Amministrazione – Cittadino.

 

E’ passato più di un anno da quando il Sindaco di Casole, dichiarò le sue priorità alla stampa (Le Vigne e San Severo) , riportando  come primo atto, a responsabile dei LL.PP, chi era .al centro dei fatti contestati dalle indagini.

Oggi l’assenza di chi dovrebbe spiegare i perché dei molti avvenimenti accaduti in questi anni, nell’urbanistica di Casole è difficile da capire. Noi fedeli al programma ci saremo sempre (legalità), informando costantemente i cittadini (trasparenza).

Continuerà  anche domani in Consiglio Comunale  il Sindaco di Casole (della trasparenza)  a negare un diritto dei casolesi: 

ESSERE  INFORMATI!!

                        di  B.M.

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PER SORRIDERE DELLA CATASTROFE……. (ma non troppo)!

Inserito da casoledelsa il 16 Settembre 2010

LAVAGNE VERDI
(
www.spinoza.it)Ricomincia l’anno scolastico. Non scordatevi la carta igienica.

La scuola scoppia: anche 35 alunni per classe.
Si pensa già a un’amnistia.

(Ma ci pensate? 35 alunni, e un solo crocifisso!)

Con un simile sovraffollamento, insegnare è diventata un’impresa. Ora
mancano le altre due “i”.

Negli anni del più grande licenziamento di massa della scuola
italiana, gli insegnanti di religione sono aumentati a 26.000 unità. E
io che ero rimasto ai pani e i pesci.

Molti studenti si troveranno in aule poco sicure.
Per abituarsi al mondo del lavoro.
(In Italia la scuola cade sempre più a pezzi. Ma solo per non stonare
col resto)

Ma ci sono anche esempi positivi: ad Adro, per rendere sicura una
nuova scuola, l’hanno imbullonata a un crocifisso.

Nella scuola di Adro appare ovunque il simbolo della Lega.
Prima era soltanto sui muri dei bagni.

Simboli leghisti anche sullo zerbino:
pestare una merda non è mai stato così piacevole.

Si uccide dottorando senza futuro. Non dottorerà.

Il suicidio del giovane, laureato in filosofia del linguaggio, porta
alla luce la silenziosa tragedia dei corsi di laurea inutili.

Ci si chiede perché il giovane ricercatore sia arrivato a un gesto
simile: con un po’ di pazienza sarebbe morto di fame.

Tagli all’istruzione: ieri proteste sullo stretto di Catania.

La polizia non ha caricato i manifestanti.
Solo qualche manganellata di rimprovero sulle mani.

A Roma numerosi studenti in sit-in per strada davanti al ministero.
Molti però credevano fosse la loro nuova aula.

La Gelmini inaugura l’anno scolastico al policlinico Gemelli.
Con un pap test.

Il ministro è favorevole alla lettura della Bibbia in classe.
Nell’ora di scienze.
(Non vedo perché no. L’Apocalisse di san Giovanni illustra benissimo
la sua riforma)

La Gelmini: “Non ricordo un primo giorno di scuola senza proteste
degli insegnanti”.
Lo dice per sembrare giovane.

Poi difende Adro: “Spesso a scuola entrano anche simboli di
sinistra”.
Ad esempio, lavoratori oppressi.

La Gelmini: “La scuola mette gli studenti al centro”.
Poi apre la botola.

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Angelo Vassallo, Angelo Vassallo, Angelo Vassallo…. per non dimenticare

Inserito da casoledelsa il 15 Settembre 2010

Da Repubblica di Mercoledì 8 Settembre, Michele Serra ci porta a riflettere su quanto sia importante “non dimenticare” i nomi, i fatti, i valori di tutte le persone che vengono uccise perché rappresentano “valori di libertà”.

 

Più ancora del sangue di Angelo Vassallo, ambientalista e sindaco, ennesimo martire della democrazia ucciso dalla dittatura criminale, è il suo nome che ci deve essere caro, e presente.

Angelo Vassallo, Angelo Vassallo, Angelo Vassallo: cerchiamo per piacere , nella nostra distrazione e nella nostra rassegnazione, di mandarlo a memoria, come si faceva con le poesie a scuola. Saviano ha gia fatto l’elenco terribile dei morti dimenticati. Militanti politici, amministratori, giudici, poliziotti, sindacalisti, uomini di stato e uomini del popolo freddati dai servi sicari che per quattro soldi onorano il potere bestiale dei loro padroni ricchi, feroci e ignoranti, distruttori della loro terra  e carnefici del loro popolo. Nemici della bellezza e del coraggio, edificatori di bruttezze e paura, con le loro montagne di denaro che ammorba, corrompe, avvelena, ma non sa creare niente di utile, di gentile e di condiviso. Impossibile immaginare un omicidio politico più politico di questo: il difensore del bene comune assassinato da chi vuole mangiarselo, il bene di tutti, e farne indigestione lui soltanto, lui e la sua piccola tribù ingorda.

Angelo Vassallo, Angelo Vassallo, Angelo Vassallo:                     i nomi , almeno i nomi, cerchiamo di salvarli dalla morte.

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Un risveglio italiano

Inserito da casoledelsa il 15 Settembre 2010

L’intervento del Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, alla chiusura della Festa Democratica nazionale di Torino domenica 12 Settembre 2010Care democratiche, cari democratici, cari amici, cari compagni,

questa nostra splendida festa è vissuta nel cuore stesso della città di Torino, città del Risorgimento e del lavoro. Città bellissima e ospitale. Assieme a voi saluto Torino e la ringrazio. Assieme a voi saluto il suo Sindaco, i dirigenti cittadini, provinciali e regionali del Partito. Grazie davvero.
E’ stata una grande e bellissima festa. Chi ha voluto aggredirla non è riuscito a sfregiarla. Nelle nostre feste, a differenza di ormai tutte le altre, si discute anche con chi non la pensa come noi, si discute anche con gli avversari politici, si discute dentro alle tensioni della politica e della società.
Si discute nelle piazze, all’aperto, secondo le normali regole della convivenza e dell’ordine pubblico. Penso che meriteremmo un ringraziamento da tutti quelli che sperano ancora che il nostro Paese possa essere un Paese civile. In ogni caso noi non accetteremo mai, così come ci ha cantato Francesco de Gregori in questa splendida piazza, che la gente rimanga chiusa in casa la sera.
Anch’io, assieme a tutti voi, mi rivolgo ai volontari della festa e li abbraccio tutti e a uno a uno: veri protagonisti di questo straordinario avvenimento. E saluto, attraverso loro, le decine di migliaia di volontari che hanno fatto vivere in Italia oltre 2.000 feste. Il nostro record. Fra di loro tutte le generazioni; quelle più anziane ma anche tanti giovani, sempre di più, e tanti nuovi italiani, sempre di più. Nessuno meglio di loro ci restituisce quello che è nostro. Il volto cioè di un grande Partito popolare che vive la politica nel suo territorio, che mette la politica nella vita comune dei cittadini, che crede ad una politica che guardi la gente da vicino e all’altezza degli occhi. Nessuno pensi di venirci a spiegare il radicamento! Abbassi la cresta chi vuole darci lezioni di territorio o farci la caricatura come fossimo un Partito in pantofole. Abbiamo scarpette e scarponi e se ne accorgeranno. Ma, e qui siamo già fuori dai ringraziamenti e siamo già nella politica, in quell’impegno dei volontari dobbiamo riconoscere qualcosa di più e di più profondo di quello che può stare in un ringraziamento.

Grazie ai volontari. Solidarietà e civismo idee sorelle.Dobbiamo riconoscere ciò che muove milioni di volontari in Italia, non solo nella politica, ma nell’impegno sociale, culturale, ambientale e in ognuno dei mille e mille luoghi del Paese. Dobbiamo riconoscere la generosità, la gratuità di un impulso civico, di un lavoro fatto perbene, fatto per te e per gli altri, per la tua comunità. E’ ben difficile che un volontario così non sia poi nella vita di ogni giorno un buon cittadino, una persona perbene, che si comporta bene. L’idea di fraternità si dà la mano con l’idea di onestà. Sono due idee sorelle. Solidarietà e civismo sono idee sorelle. Se vogliamo ritrovare la strada dobbiamo tutti sapere che non si può stare bene da soli. Dobbiamo saperlo proprio nel momento in cui, è la crisi stessa che ce lo dice, l’unico motore della crescita può essere solo l’equità, possono essere solo redditi e consumi che nascano dal lavoro e non dalle bolle o dal debito, che nascano dalla crescita dei mercati interni e non solo dalle esportazioni, perché se tutti vogliono solo esportare, Cina, Germania e adesso anche Stati Uniti dovremo vendere a Marte i nostri prodotti. Quindi più equità, più crescita comune, più lavoro.

Serve un grande risveglio italiano. Sulla base di questi principi voglio oggi avanzare a voi e al Paese l’idea di un grande risveglio italiano. Di questo vi parlerò, di un risveglio italiano, non tacendo ovviamente della più stretta attualità politica, ma cercando di alzare la testa verso il futuro di un Paese che non potrà tornare a crescere senza un sogno, senza un progetto e senza rimboccarsi le maniche per conquistarli.
Vogliamo essere un grande partito nazionale.
Cari amici e compagni,

partiamo da un fatto. In un Paese come il nostro le migliori espressioni di solidarietà e di civismo hanno sempre la loro radice in un luogo, in un territorio. I mille luoghi italiani. Che Paese magico è il nostro! Ovunque una piazza, una torre, le campane, la fontana. Luoghi diversi tutti, tutti particolari e distinti, eppure tutti così riconoscibili, tutti così italiani. Una Nazione magica, la nostra, capace di esserci prima ancora di esistere. La Nazione più facile da riconoscere per chi ci guarda dal mondo, eppure una Nazione per cui è sempre stato difficile e ancora oggi è difficile farsi davvero comunità nazionale, farsi Stato, organizzare e garantire un progetto e un cammino comuni. Ancora oggi da noi, per la politica, la dimensione nazionale non è una cosa ovvia, come in altri Paesi, ma è una sfida, una sfida attuale e difficile. Qui, a Torino, il Partito Democratico raccoglie questa sfida. Vogliamo essere un grande Partito nazionale, che dice le stesse fondamentali parole a Napoli e a Varese; vogliamo dare sostanza vera ad un orgoglio nazionale, ad una dignità italiana. Questo impegno lo consegno qui, a nome vostro, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Caro Presidente, ti vogliamo bene.

I 150 anni impegno per costruire nuova unità.I 150 anni per noi non sono una commemorazione. Sono l’impegno a costruire le ragioni nuove di una nuova unità del Paese. Alle nostre spalle noi riconosciamo i fondamentali pilastri su cui appoggiare il futuro. Riconosciamo nella nostra storia i passaggi che possono ancora produrre energia per il futuro che vogliamo costruire. Riconosciamo il Risorgimento che ebbe qui a Torino il suo cuore pulsante e la sua direzione politica. Riconosciamo, nei decenni successivi all’unità, il grande movimento di solidarietà, di mutualità, di auto organizzazione, di emancipazione, variamente ispirato dalle culture cattolica, socialista, laica e repubblicana; un movimento che portò il popolo ad un protagonismo nuovo e ad una nuova presa di coscienza e che generò via via le grandi forze politiche popolari. Riconosciamo la battaglia antifascista, la Resistenza, la Liberazione e la nostra Costituzione repubblicana, la più bella del mondo, la Costituzione che ha dato luce, che darà luce a tutte le conquiste sociali e civili dell’Italia. Riconosciamo gli anni del dopoguerra, della ricostruzione e del riscatto, del risveglio economico e sociale, dell’incontro fra il popolo e la nuova democrazia e di una crescita economica che seppe dare la mano all’emancipazione sociale, di cui Torino fu uno straordinario e imparagonabile crocevia. Riconosciamo la risposta democratica e di popolo al sanguinoso attacco stragista, terrorista e mafioso degli anni ‘70, ‘80 e ‘90. Riconosciamo l’irrompere fin dagli anni ‘60, di una cultura partecipativa nuova che aprì le porte ad un protagonismo fino ad allora sconosciuto della società civile a partire da una rivoluzione femminile, formidabile e incompiuta, capace tuttavia di modificare l’universo mentale dell’intera nostra società. Riconosciamo le battaglie, le vittorie e le sconfitte dei riformisti italiani e le loro conquiste che ancora vivono: dalla scuola pubblica, allo statuto dei lavoratori, al servizio sanitario nazionale, fino al compimento del nostro destino europeo sotto la guida di Romano Prodi. Sentiamo che questi ed altri passaggi della nostra storia nazionale vivono ancora nella politica di oggi e ci parlano non con il linguaggio della nostalgia o della nobile conservazione, ma con il linguaggio dell’impegno e della battaglia per il futuro.

E’ in atto disgregazione che rende più difficile sentirci italiani.
Ma a fronte di tutto questo, noi non possiamo non vedere che qualcosa di profondo è avvenuto e sta avvenendo. Qualcosa che ci dissocia, che ci disgrega, che ci frantuma; qualcosa che sta rendendo più difficile il sentirci italiani e concepirci come una comunità che cerca la sua strada nella dimensione europea e globale. Ecco allora il punto. Io non vi parlerò di tutto, tralascerò tante cose. Ma di questo vi voglio parlare. Noi italiani sappiamo di essere meglio di quello che ci succede. Molto meglio. Ma non vediamo la strada, non siamo sicuri del cammino. Di questo voglio parlarvi, dell’essenziale. E cioè del nostro progetto per l’Italia, delle proposte e delle promesse che vogliamo fare al nostro Paese.
Il nostro Paese scivola. E’ inutile ed è infantile nascondere la realtà. Ormai da anni il nostro Paese sta scivolando. Non perderò tempo con i numeri, ma non c’è numero, non c’è parametro, non c’è confronto che non ci dica questo. Ci allontaniamo rapidamente dai Paesi più forti d’Europa con cui abbiamo abitato per molti anni e ci avviciniamo rapidamente ai Paesi più deboli. La crisi (ormai è chiaro, al di là delle favole che ci raccontano tutti i giorni) sta accelerando questa discesa e questo distacco. In due anni abbiamo perso ricchezza quasi per il doppio rispetto all’Europa. I timidissimi segnali di ripresa noi li stiamo prendendo non per il doppio ma per meno della metà. Abbiamo perso molti metri e nella rincorsa siamo in coda. Tutto questo lo si tocca con mano nella vita reale. Redditi e consumi si indeboliscono, il debito pubblico aumenta drasticamente, il risparmio delle famiglie si assottiglia, c’è meno lavoro, si allarga un’ombra sulla tenuta dei fondamentali servizi, c’è un’inquietudine profonda per le prospettive della nuova generazione mentre cresce uno strato di cinquantenni che non riescono a trovare lavoro e reddito sufficiente. Tutto questo avviene mentre aumentano le differenze e gli squilibri. La disuguaglianza aumenta, il ceto medio si indebolisce, cresce la fascia di povertà, la ricchezza si concentra in fasce sempre più strette e sempre più distanti dalla condizione di vita normale dei cittadini e siccome il 10% della popolazione non può mangiare dieci volte al giorno, tutto questo impedisce la ripresa e la crescita. Fra nord e sud il divario aumenta sotto ogni parametro, a cominciare dall’occupazione dei giovani, e aumenta la sfiducia di poterlo colmare. Anche settori produttivi si dividono fra chi ha saputo e potuto innovare e si è collegato alle esportazioni e chi no, fra chi lavora con il pubblico e chi con il privato, fra chi ha qualche risorsa di liquidità e chi è impiccato alle banche. C’è chi non lavora e non guadagna, c’è chi lavora e non guadagna abbastanza, e c’è chi guadagna qualcosa lavorando e chi guadagna molto non facendo nulla.

Alla politica spetta un progetto comune e il berlusconismo impedisce la riscossa del Paese.
E’ sempre più difficile dire una parola che valga per tutti, è sempre più arduo unificare le intenzioni e gli interessi di uno sforzo comune. E’ questo, fondamentalmente, che sarebbe toccato alla politica: un progetto comune. E qui sta il cuore della nostra critica. Quello che chiamiamo berlusconismo e che si aggira per l’Italia da quindici anni e che in un patto di ferro con la Lega ha governato per sette anni degli ultimi nove, ha accompagnato questo scivolamento dell’Italia, ha favorito la disarticolazione del Paese, il suo ripiegamento corporativo e oggi ne impedisce la riscossa innanzitutto deformando i codici e essenziali che reggono il senso di sé di una comunità nazionale. Per descrivere questa deriva non servono molte parole, che ci siamo perfino stancati di ripetere. Facciamo il riassunto. Quell’idea deformata di democrazia, il “ghe pensi mì” non ha portato nulla di concreto nella vita degli italiani, nulla di nulla. Nessuna vera riforma per il Paese, solo una favola al giorno per i sondaggi del giorno dopo; la discussione pubblica piegata solo e sempre ai problemi suoi , mai a quelli del Paese; nel messaggio di governo una psicologia da miliardario per il quale l’ottimismo non costa niente perché c’è sempre il sole e non piove mai; all’ombra del Capo autostrade aperte alla corruzione, cordate degli amici degli amici con leggi fatte apposta per loro e case pagate dalla Fata turchina e un ribaltamento di valori. Valori a rovescio, in questi anni, e doppia morale: bella vita e comportamenti a piacimento per il Capo e la sua cerchia e la riscoperta di un’etica rigorista sulla pelle degli altri, magari del povero Welby o di tutti quelli che devono morire attaccati a mille tubi in un ospedale. Valori a rovescio, e disprezzo per la vita comune. La condizione femminile ridotta ad oggettistica del berlusconismo; lavoratori che devono andare sui tetti per farsi sentire; imprenditori onesti che fanno le cose perbene che si vedono sorpassati dalle fortune di chi ha portato i soldi all’estero o da chi non paga le multe del latte. Gliele paghiamo noi, le multe, mentre i genitori che hanno i figli alle scuole dell’obbligo fanno collette per la carta igienica o per l’ora di inglese. Un ribaltamento di valori. E l’immagine dell’Italia all’estero devastata da una politica da imbonitori. Mentre abbiamo soldati che rischiano la vita i Afghanistan riduciamo una caserma dei nostri Carabinieri a Roma ad un palcoscenico stile Gheddafi. E sotto a tutto questo c’è forse stato, negli anni di Berlusconi e della Lega qualcosa di concreto e di positivo che possiamo misurare? Ci sono forse meno tasse, per chi le paga? No, ce n’è di più, c’è il record storico delle tasse! C’è più lavoro? No, ce ne è meno. C’è meno burocrazia, c’è qualche nuova politica sociale? I Comuni stanno meglio? L’ambiente sta meglio? In che cosa è migliorato il Paese con questa lunga cura di Berlusconi e della Lega? In niente è migliorato! E questa è la ragione di fondo della crisi del centro destra, la percezione che si sta perdendo la presa e che le cose non girano. E non girano per un motivo molto semplice. Non può migliorare se chi lo governa, come avviene in tutti i meccanismi populisti è schiacciato sul presente, deve vivere del consenso quotidiano, della propaganda quotidiana, di una comunicazione pubblica messa al guinzaglio, di un dibattito pubblico messo al guinzaglio.

L’Aquila, drammatica metafora del berlusconismo. E l’Aquila, che salutiamo qui ribadendo la nostra solidarietà e il nostro impegno, non è forse la drammatica metafora di questo modo di governare? Vendersi sotto i riflettori il miracolo di un giorno per poi lasciare il problema al buio, senza una prospettiva? E non è stato così per tutto, in questi anni? Non è stato così per la crisi? A che cosa è servito dire che non c’era e vendersi ogni giorno un raggio di sole? A che cosa è servito se non a stare con le mani in mano? Ecco allora alla fine del riassunto di che cosa io accuso Berlusconi e la Lega. Di aver lasciato il Paese senza un’idea di futuro, di avergli rubato l’orizzonte, di aver trasformato il sogno in una favola, in una bolla di sapone. Qui vedo il nostro compito; aiutare l’Italia a riprendere il suo sogno. Far vivere un progetto nuovo che solleciti uno sforzo comune, in cui chi ha di più deve dare di più. Il progetto, dunque. Propongo oggi due pilastri di questo progetto il primo: più lavoro e nuovo lavoro per tornare a crescere e per vivere meglio; il secondo: una riscossa civica per tornare a crescere e per vivere meglio.

Lavoro è dignità e libertà della persona.
Il Lavoro. Si dice che il lavoro non è tutto, si dice che è una parola antica. Certo che non è tutto, certo che è una parola antica, ma questo può dirlo chi il lavoro ce l’ha, e ce l’ha in modo dignitoso e amichevole verso la sua vita e le sue vocazioni. Il lavoro con dignità, il lavoro non per morire e non solo per sopravvivere ma per vivere da persona. Il lavoro che serve, sì, per mangiare, per farsi una famiglia e avere un tetto, per allevare i figli; ma il lavoro che è anche la libertà di una persona, la sua dignità, la sua possibilità di stare con gli altri e di avere un ruolo nella società. Il lavoro dipendente, in ogni sua forma pubblica e privata, ma assieme il lavoro dell’artigiano, del commerciante, dell’agricoltore, del professionista, del piccolo imprenditore, dell’artista. Non parlano forse così gli italiani, che siano attori o idraulici o informatici o operai o giovani disoccupati: c’è il lavoro, manca il lavoro, mi piace o non mi piace il mio lavoro. E’ il lavoro, alla fine, che mette la società con i piedi per terra e che garantisce una giusta scala di valori. La nostra proposta di crescita in campo economico e sociale si organizza attorno al lavoro: più lavoro per avere più crescita. Attorno a questo concetto noi mettiamo a convergenza e a sintesi le proposte che stiamo già concretamente elaborando. Vogliamo prima di tutto un fisco che aiuti il lavoro e la crescita. Siamo pronti ad avanzare una proposta che mette al dettaglio una profonda riforma fiscale. I paletti essenziali sono questi: spostare il carico fiscale dal lavoro, dall’impresa e dalla famiglia con redditi medio-bassi verso l’evasione fiscale e verso i redditi da finanza e da patrimonio. Non è possibile che l’aliquota del primo scaglione di un lavoratore sia più alta dei redditi da finanza e da patrimonio. Semplificheremo le aliquote intermedie, aiuteremo le famiglie con un bonus figli, favoriremo il lavoro femminile, ridurremo le imposte sull’impresa a favore di una loro patrimonializzazione, con una profonda ristrutturazione di tutta la fiscalità d’impresa, faremo una fiscalità favorevole alle attività verdi e introdurremo misure precise ed efficaci per ridurre l’evasione fiscale. Lanceremo una Maastricht della fedeltà fiscale per metterci in cinque anni nella media europea. Ciò significa 40-50 miliardi di Euro con immediato alleggerimento sul carico fiscale di lavoro, impresa e famiglia e con un margine di risorse per investimenti. Con un fisco così si può fare equità, si può fare giustizia e si fa occupazione.

Sappiamo bene che per il lavoro e la crescita ci vogliono riforme e risorse. Non siamo dei demagoghi. Siamo un Partito di governo momentaneamente all’opposizione. Ci sono risorse che si possono aggiungere al recupero fiscale. Sappiamo dove e come reperirle sia mettendo le mani nella spesa corrente della Pubblica Amministrazione che è aumentata a dismisura nonostante i tagli indiscriminati alla scuola a cominciare dai beni e servizi, dalla semplificazione di strutture amministrative, da standard di costi nella sanità e nei grandi servizi, sia con entrate straordinarie da mettere in gioco a cominciare dalla messa a gara delle frequenze liberate dal digitale terrestre, sia risagomando spese di investimento, perché ai fini dell’occupazione un conto è il Ponte sullo stretto e un conto sono 500 cantieri locali sia dal lato di nuovi meccanismi che diano spinte ed orizzonte agli investimenti privati. Meglio 500 cantieri locali che il Ponte sullo Stretto. Per il lavoro sappiamo dunque dove prendere i soldi e sappiamo dove metterli. Prima di tutto li mettiamo nel sapere, nella conoscenza. Senza il sapere il lavoro di domani non c’è. Il sapere è tradito in Italia. E’ colpito dal più grande licenziamento di massa della nostra storia e da una riorganizzazione caotica capace solo non di qualificare ma di ridurre l’offerta formativa, di ricerca e di cultura.

Università: non siamo per baroni e carrozzoni.
Non è questione di conservare quel che c’è è questione di potenziare e migliorare l’offerta di conoscenza. Non ci facciano, per favore, la caricatura. Non siamo per indiscriminate sanatorie, non siamo per i baroni o per i carrozzoni. Valutazione, merito, qualità, responsabilità e autonomia delle Agenzie formative e culturali, ringiovanimento e unificazione contrattuale della ricerca italiana, nuovi contenuti nei sistemi formativi a cominciare da quelli tecnici e così via. Le dieci proposte sull’Università che abbiamo varato all’ultima Assemblea Nazionale, le proposte sulla scuola che arricchiremo nella prossima Assemblea e che porteremo davanti alle scuole che stanno aprendo in questi giorni, non rifiutano l’innovazione ma anzi la chiedono. Noi rifiutiamo la riduzione dell’offerta formativa e della ricerca, rifiutiamo la riduzione dell’obbligo, rifiutiamo l’abbandono scolastico e il nuovo analfabetismo, rifiutiamo l’idea che un professore che insegna da 15 anni sotto il titolo di precario venga trattato come un mangiapane a tradimento e lasciato per strada senza neanche un tavolo di crisi, rifiutiamo il rischio di collasso gestionale dell’Università, rifiutiamo il massacro dell’offerta culturale fatta passare in toto come culturame parassitario. Al di là dei problemi di prospettiva siamo a una vera e propria emergenza per la scuola, l’università e la cultura. Ecco una proposta per l’emergenza. Il Governo rinunci all’ossessione del controllo sull’universo televisivo. Si mettano immediatamente a gara le frequenze liberate dal digitale terrestre, incassiamo un po’ di quei miliardi che dagli Stati Uniti fino alla Germania tutti si sono presi e investiamo quei soldi subito sulla conoscenza e sul sapere. La nostra proposta per il lavoro si compone di alcuni fondamentali Progetti-paese che siamo pronti a discutere nel dettaglio. Progetti di politica industriale (in attesa che Mastro Geppetto ci faccia un ministro di legno) e cioè un piano per nuovi brevetti e la loro industrializzazione e per la qualificazione dell’offerta turistica alberghiera e dei servizi. Basta trasferimenti generici alle imprese. Per le imprese due sole cose: una fiscalità migliore e un sostegno all’innovazione. Solo l’innovazione può darci lavoro nuovo; o pensiamo forse che le marche tedesche vendano più auto perché in Germania non ci sono i tre operai di Melfi? Un Progetto-paese sulla banda larga: l’infrastruttura della rete per l’efficienza del sistema e per nuova occupazione e nuova impresa. Un progetto-paese per le ristrutturazioni edilizie incentivate, per far emergere il nero, promuovere il risparmio energetico e antisismica. Un Progetto-paese per il risparmio energetico nei trasporti, nelle imprese e nelle abitazioni. Un Progetto-paese per la casa in affitto fatto sul serio, e fuori dalle favole miracolistiche di Berlusconi o di Brunetta. Tutti piani questi che siamo pronti a descrivere, che per una parte si pagano da soli e che possono trasformare il risparmio privato in investimenti e in lavoro.

Enti locali: correggere il patto di stabilità. E gli Enti locali infine. Gli Enti locali non sono la malattia ma possono essere la medicina. Dobbiamo utilizzare gli Enti locali per far fronte al problema sociale consentendo l’occupazione nei servizi, non permettendo ad esempio che dopo i tagli del Governo vada a rischio il 30% dei servizi e dell’occupazione nel trasporto pubblico locale. Dobbiamo usare gli Enti locali per investimenti che portino subito occupazione buona migliorando le città e garantendo sicurezza alle scuole. Dobbiamo correggere dunque finalmente e subito in modo intelligente e selettivo il Patto di Stabilità finendola con la follia di lasciare nel cassetto i soldi dei Comuni virtuosi.

No a rendite e corporazioni che rubano il futuro dei giovani.
E facciamo in nome del lavoro, riforme che disturbano sì ma non costano. Apriamo e regoliamo i mercati. Consentiamo ai giovani un accesso più facile ai mestieri e alle professioni e aiutiamo i consumi e quindi l’occupazione alleggerendo il peso dei consumi obbligati: assicurazioni, benzina, costi bancari, farmaci. Abbiamo su questo proposte precise e coraggiose. Non consentiamo che le rendite e gli egoismi corporativi rubino il futuro ai giovani e il reddito alle famiglie.

L’Italia non si salva senza il Sud. E voglio inserire qui, mentre parlo di lavoro, il tema del Mezzogiorno. Qui a Torino, città italiana davvero, che è stata ed è una delle città più grandi del nord e del sud di questo paese, noi vogliamo pronunciare ancora la questione meridionale. Chi pensa di non parlarne più, chi pensa di lavarsene le mani, chi pensa di salvarsi da solo non ha capito nulla. Le possibilità di sviluppo dell’Italia sono inestricabilmente collegate alla capacità di mettere in moto le risorse potenziali del Mezzogiorno. Ma bisogna cambiare registro. C’è una sfida di cambiamento che deve rendersi visibile nel sud. Certamente quella sfida riguarda anche noi e abbiamo cominciato ad affrontarla anche a prezzo di scelte dolorose; ma attenzione a mettere tutto nel mucchio tacendo ad esempio del tradimento che il centro destra ha consumato nel sud rapinandolo, spargendo nuove illusioni come si fa oggi con la famosa Banca del Sud e soprattutto non mettere tutto nel mucchio, e lo dico in ricordo di Angelo Vassallo, senza distinguere fra chi è con e chi è contro la camorra o la mafia o la ndrangheta. Girano troppi giudizi approssimativi sul Mezzogiorno, qualche volta anche in casa nostra. Voglio dirvi qui che noi abbiamo tanta nostra gente sul fronte. Non possiamo lasciarla sola. Ho fatto per tanti anni anch’io l’amministratore. Un conto è dire no in Emilia-Romagna, un conto è dire no in Campania, in Calabria, in Sicilia di fronte a bisogni radicali, a bisogni spesso aggressivi e soprattutto di fronte ad una criminalità spietata. Se non diamo una mano agli onesti rimarranno solo i disonesti. E per dare una mano agli onesti la cosa più importante che possiamo fare è sostenere tutti assieme e ovunque, una nostra proposta nazionale sul Mezzogiorno fatta di due cose: Legalità e Lavoro. Ne discuteremo a Napoli, alla festa del Mezzogiorno e in altre occasioni che stiamo preparando. Vogliamo aprire la strada ad una nuova classe dirigente sulla base di nuove idee. E già nell’immediato diamo i segni di questa novità. Si discuterà nelle prossime settimane di come usare i soldi rimasti da fondi europei, nazionali e regionali. Per la ventesima volta il Governo dice che presenterà un piano. Comincio io a dire qualcosa di chiaro a proposito di come spendere i soldi. Primo: basta intermediazione amministrativa con le imprese dove si annidano pericoli di ogni genere. Si usino i soldi per un credito d’imposta sulla nuova occupazione che duri dieci anni, rafforzato per giovani e donne creando così una fiscalità di vantaggio per il nuovo lavoro. Secondo: i soldi diretti alle pubbliche amministrazioni centrali e locali si impegnino in servizi di cittadinanza in primo luogo i servizi della legalità rafforzando l’organizzazione della giustizia e della sicurezza, che è messa molto male, e si impegnino in servizi collettivi: frequenza scolastica, rifiuti, acqua, assistenza agli anziani. Con un metodo: i soldi solo a chi raggiunge per conto suo primi risultati; niente soldi a chi i risultati li promette soltanto. Un investimento dunque sulla cittadinanza nel Mezzogiorno perché dove sta bene un cittadino sta bene anche una impresa. Questo è il concetto.
Un’ora di lavoro stabile non può costare meno di un’ora di lavoro precario.
Parlare di lavoro vuol dire parlare anche di regole e di nuovo patto sociale. Nell’ultima Assemblea abbiamo detto parole chiare sull’unificazione de diritti al lavoro a partire dal dato di fondo che sta in poche parole: un’ora di lavoro stabile non può costare meno di un’ora di lavoro precario. Questa è una riforma su cui ci impegniamo secondo una strada in grado comunque di garantire una riduzione del costo medio del lavoro per l’azienda. Avanziamo proposte anche per l’indennità di disoccupazione e per la riforma degli ammortizzatori che si è persa totalmente nella nebbia. Lanciamo qui un allarme sulla questione degli ammortizzatori a fronte di una crisi che si aggrava. Dopo i tagli alle Regioni, con l’anno prossimo, chi ci metterà i soldi? Come risponde il Governo? Vogliamo ancora portarli via dagli investimenti, cioè dal lavoro, e magari ancora dagli investimenti al sud?

Un nuovo patto sociale, senza dividere i lavoratori. Sappiamo bene che davanti alla globalizzazione ci vuole un nuovo patto sociale. Lo vogliamo anche noi. Ma vogliamo forse farlo dividendo i lavoratori fra chi avrebbe la testa nell’800 e chi nel 2000, fra chi capisce la globalizzazione e chi no? Siamo tutti oltre il 2000 e il cervello ce l’abbiamo tutti. Il più grande risultato della destra e il più grande danno al Paese è stata la divisione del lavoro. Riconquistare l’unità del lavoro è una esigenza nazionale. Un Governo tradisce il Paese se lavora per la divisione. C’è molta tensione in giro. Se un Governo accende i fuochi, chi li spegnerà?

Gli accordi contrattuali devono essere esigibili. E’ giusto e tutti devono riconoscerlo. Ma perché sia così bisogna regolare la partecipazione dei lavoratori, regolare rappresentanza, rappresentatività e validazione degli accordi. Cerchiamo insomma nuovi strumenti di protagonismo e di partecipazione dei lavoratori come strada per la ricomposizione del mondo del lavoro e facciamo da sponda con una legislazione che sostenga questi meccanismi e aggiorni il quadro dei diritti comuni dei lavoratori. Solo un nuovo equilibrio fra legislazione e negoziazione può permetterci di reggere gli effetti della globalizzazione sulle condizioni di lavoro. La contrattazione da sola non basterà.
Caro Tremonti la 626 non è un lusso! No alla mistica meno Stato più società
E teniamo ferme in particolare le normative sulla sicurezza così come ci ammonisce la tragedia di ieri. Altro che “il lusso della 626.” Caro Tremonti! E il Governo per favore, caro Sacconi, non ci proponga la mistica del meno Stato più Società: uno slogan che può servire a tanti usi buoni e cattivi, compreso quello di oscurare i diritti, compreso quello di dividere e frantumare di più un Paese già diviso. No. Stato e Società si devono dare la mano. Diritti, partecipazione e sussidiarietà si devono dare la mano. Solo così si tiene assieme un paese.Il risveglio italiano come ho detto è fatto di lavoro ed è fatto di riscossa civica. Legalità, onestà, regole, fedeltà ai grandi principi costituzionali. Legalità vuol dire prima di tutto lotta alle mafie. I nostri eroi sono Falcone e Borsellino, sono Vassallo. Gli eroi degli altri non ci piacciono. Pretendiamo verità e giustizia in tutte le zone d’ombra che pesano da anni sulla coscienza del Paese. Vogliamo salutare e incoraggiare i risultati delle forze dell’ordine, della magistratura che spesso il Ministro dimentica di ricordare e rafforzare i loro strumenti e non ridurli come si è cercato di fare con la legge sulle intercettazioni che l’opposizione ha stoppato. Vogliamo diffondere una cultura della legalità sostenendo le organizzazioni civiche e l’iniziativa dei Giovani Democratici che saluto qui e che sono impegnati in un rafforzamento organizzativo che sosterremo. Legalità significa lotta alla corruzione. Ci impegniamo a cancellare tutte le leggi che hanno favorite la corruzione e le cricche. Leggi sulla protezione civile, sull’ambiente, sulla cultura, sugli appalti pubblici. Ci impegniamo per una riforma della giustizia fatta per i cittadini e non per uno solo. Le proposte avanzate nella nostra ultima Assemblea sul processo civile, i tempi e la garanzia del processo penale, l’organizzazione della giustizia vanno nel senso di migliorare un servizio che oggi funziona male per tutti i cittadini. Ci impegniamo per una legge contro le posizioni dominanti sulla comunicazione. Faremo vivere la proposta già avanzata per fare della RAI un’azienda libera, fuori dalla vergognosa sudditanza di oggi. Ci impegniamo a sostenere le norme che abbiamo già presentato sul conflitto d’interessi. Ci impegniamo a parametrare i costi della politica a quelli dei Paesi europei. Ci impegniamo per una legge elettorale che dia lo scettro ai cittadini per scegliere i Parlamentari e che sostenga un bipolarismo civile ed europeo non esposto a rischi plebiscitari che ci potrebbero portare in altri continenti. Ci impegniamo a sostenere il nostro progetto di riforme istituzionali e di rafforzamento e semplificazione del sistema parlamentare.

Federalismo delle responsabilità e non delle chiacchiere. Ci impegniamo per un federalismo non delle chiacchiere, non dei decreti mensili con dentro nulla; ad un federalismo delle responsabilità che consenta a chi ce la fa di fare un passo in più e che garantisca uguaglianza nei servizi essenziali per ogni cittadino italiano così che resti chiaro che per noi davanti ad una malattia seria non c’è né emiliano, né calabrese, né marocchino. Ci impegniamo per la libertà della rete e per l’accesso alla rete come grande servizio dei tempi nuovi. Ci impegniamo ad una politica per i consumatori già iniziata e totalmente abbandonata oggi.
Garantire presenza femminile nei luoghi cruciali.
E vogliamo impegnarci sul grande tema dei diritti civili rilanciando in particolare, e lo faremo con la Conferenza delle Donne del PD, la questione femminile. La condizione femminile resta paradigma di tutte le differenze, di tutte le disuguaglianze, di tutte le diversità, un traino culturale fondamentale di tutti i percorsi di uguaglianza dei diritti. A partire dalla Conferenza delle Donne sosterremo una nuova legislazione sulla parità secondo un principio molto semplice: lo stato deve garantirsi che ci sia una presenza femminile nei luoghi cruciali delle decisioni politiche ed economiche. Sosterremo la legge contro l’omofobia. Denunceremo con ancora più forza chi invece di risolvere il problema dell’immigrazione, come toccherebbe ad un Governo, lo coltiva e lo usa per un tornaconto politico. Sull’immigrazione noi non siamo ingenui né buonisti. Sappiamo che per il futuro del Paese è necessario dare una buona regolazione a questo grande fenomeno. Non è giusto che l’inevitabile disagio che accompagna grandi migrazioni si scarichi socialmente sulla parte più debole della popolazione nella sua vita comune, nella struttura delle città, nell’offerta dei servizi. Le fasce di reddito meno disturbate da questo disagio diano il loro contributo, luogo per luogo, a proposito di federalismo fiscale, perché davanti alla pressione dei nuovi poveri non si riducano le prestazioni per i residenti in difficoltà. Si cominci finalmente una politica per l’integrazione, sola chiave per tirare una riga davvero sulle irregolarità e i comportamenti deviati.
Chi nasce in Italia è italiano. E si cominci dai figli degli immigrati. Cinquantamila bambini che nascono ogni anno e che non sono né immigrati né italiani. Vogliamo dire a questi bambini chi sono? Noi glielo diciamo: sono italiani. E infine e più di ogni altra cosa noi ci impegniamo a difendere la nostra Costituzione contro l’offensiva populista e plebiscitaria. Non accetteremo che venga messa nel ripostiglio delle cose vecchie. Quando abbiamo fatto qualcosa di buono in questo paese è perché abbiamo rincorso la nostra Costituzione e ancora dobbiamo rincorrerla perché è più avanti di noi. Ricordiamoci che abbiamo già vinto un referendum contro chi voleva stravolgerla. Se ci proveranno ancora li sconfiggeremo ancora. Pensiamo dunque ad una grande piattaforma di leggi che sostengono una riscossa civica del nostro Paese. Le leggi non sono tutto ma possono aprire la strada a nuovi comportamenti. Basta con i peccati veniali che sono sempre quelli che fai tu o che fanno i tuoi amici. Un peccato è un peccato, un reato è un reato, un imbroglio è un imbroglio, una maleducazione è una maleducazione. E cominciamo da noi Democratici. Noi vogliamo essere gente perbene perché vogliamo che l’Italia sia un Paese perbene.

Cari amici e compagni,
queste nostre idee ci guideranno oggi per l’opposizione e domani per il governo del Paese. Vogliamo discuterle non solo dentro la politica ma con ogni forza viva della società. Vogliamo discutere le idee di chiunque sia preoccupato per la realtà e le prospettive dell’Italia così come abbiamo fatto nei giorni scorsi sull’importante documento della Conferenza Episcopale Italiana in preparazione della Settimana Sociale.

Nuovo Ulivo per alleanza affidabile. E vogliamo discutere queste idee con le forze di centrosinistra disposte a stringere con noi un patto che abbiamo voluto chiamare Nuovo Ulivo. Nuovo Ulivo per dire che meccanismi di alleanza non affidabili come l’Unione non li vogliamo più. Non voglio più Governi che disfano al mattino quello che hanno fatto la sera prima. Chi ci sta si vincola ad un progetto comune e ad un accordo politico e offre la disponibilità ad un percorso che aiuti la riorganizzazione di un centrosinistra di governo. Chi ci sta conviene sulla centralità dell’Europa, su una comune piattaforma europea che stiamo discutendo con tutte le forze progressiste d’Europa per un rilancio della dimensione federale europea e per nuove politiche di intervento sul lavoro e sulla crescita. Chi ci sta conviene con noi che non potranno essere i partiti soli a interpretare il risveglio italiano. I nostri Partiti devono mettersi all’aria aperta, al servizio di un movimento in cui vivono il protagonismo e la speranza di tanti. Nei tempi nuovi e con un progetto nuovo deve tuttavia suonare ancora una canzone popolare. Questo intendiamo.
Noi vogliamo che a partire dal Nuovo Ulivo si cerchino le condizioni, se esistono, per un patto di governo con le altre forze dell’opposizione parlamentare. Vogliamo che a partire dal Nuovo Ulivo si cerchino le condizioni per discutere con tutti, con tutti quelli disponibili, fuori e dentro il Parlamento, di regole del gioco, di riforma delle istituzioni di difesa della Costituzione. La democrazia non è solo affare nostro. Bisogna che tutti se ne preoccupino. Questo intendiamo parlando di alleanza per la democrazia. A chi critica plebiscitarismo Berlusconi chiediamo coerenza e concretezza. Ci si sta scontrando aspramente nel centrodestra. Una parte della destra sembra cercare una prospettiva più europea e costituzionale mettendo a critica le piegature plebiscitarie di Berlusconi. Se è così chiediamo coerenza e concretezza a cominciare dal rifiuto di ogni norma che discrimini i cittadini davanti alla giustizia.
Con questa chiara impostazione e quindi sapendo bene quello che vogliamo e qual è la nostra ricetta noi affrontiamo i problemi e le opportunità di questa fase convulsa. Una fase politica di cui non possiamo conoscere la durata ma di fronte alla quale dovremo mostrare combattività e tenuta.

Crisi conclamata del centrodestra. Si rimettano al Presidente della Repubblica e alle Camere.
Noi siamo di fronte ad una crisi politica conclamata del centrodestra che non è in condizione di garantire al Paese qualcosa che assomigli ad un governo vero. Dopo che il Partito del predellino si è ribaltato alla prima curva cercano ancora di promettere al Paese una stabilità che non può esserci, una governabilità che non può esserci, tutti lo sanno. E tutti sanno che il Paese ha problemi molto seri. Vengano in Parlamento e riconoscano la crisi politica e si rimettano al Presidente della Repubblica e alle Camere. Così indica la nostra Costituzione e fin che non avremo la Costituzione di Arcore devono rispettare questa sulla quale hanno giurato.

Disponibili a un breve governo di transizione per la nuova legge elettorale e poi al voto.
Se tutto ciò avvenisse, noi abbiamo già chiarito quale sarebbe la nostra disponibilità. Un breve Governo di transizione con al primo punto una legge elettorale nuova che metta in condizione di sicurezza democratica le prospettive del Paese. Devo ripeterlo ancora: una legge che ti consente di nominare i parlamentari e magari con un 30-35% di voti poter decidere tutto è diventata una minaccia vera all’equilibrio dei poteri previsto dalla nostra Costituzione. Dunque un breve Governo di transizione e poi andare a votare confrontando nuovi e più chiari progetti politici. Loro dicono di no. In questi giorni stanno mettendo su un nuovo registro. Dopo tante esibizioni muscolari e parole tonanti i nostri Rodomonti vogliono traccheggiare. Vogliono far battere la palla non sapendo bene dove tirarla. Partono campagne acquisti. Si cercano parlamentari collaborazionisti promettendo la rinomina. Chi ha abbaiato padanamente in questi giorni si prepara a non mordere. Diciamolo chiaro: da PDL e Lega una commedia vergognosa. Siamo nella crisi economica e sociale più acuta dal dopoguerra. Le risposte che non sono venute fin qui come mai potranno venire da qui in avanti?

Noi siamo pronti, sono loro ad aver paura delle elezioni. Sia chiaro: se nei prossimi mesi avanzerà l’irresponsabile traccheggiamento di un governicchio si aspettino da noi una opposizione durissima per ogni ora di ogni giorno a venire. Avevano tirato fuori le elezioni anticipate, poi se le sono rimesse in tasca. Vedrete che al primo inciampo faranno di nuovo la faccia truce, minacceranno il voto, diranno che ci stritolano e che noi abbiamo paura. Ma se abbiamo così paura noi perché ve le siete rimesse in tasca voi le elezioni? Quando ci saranno le elezioni anticipate (perché tre anni sono troppo lunghi, ognuno lo vede), noi comunque saremo pronti perché quelle elezioni avranno un padre e una madre: Berlusconi e la sua crisi, Berlusconi che fallisce nonostante la sua maggioranza galattica, i suoi miracoli, i trombettieri al seguito e i fedeli scudieri. La Lega prima di tutto. La Lega, quella della spada che non conosce fodero; quella che fa da sottovaso al Cavaliere, che sta vicino vicino allo zio per prenderne l’eredità e non vuole badanti di mezzo. Che cosa ha fatto la Lega dei suoi valori e delle sue promesse? I Comuni stanno forse meglio da quando a Roma governano i federalisti del week end? E i famosi territori che cosa hanno visto di nuovo oltre alle ronde che si sono perse anche loro nel bosco? Hanno inventato forse qualcosa di paragonabile a quel che hanno inventato le nostre culture: gli asili nido, le scuole dell’infanzia, i servizi per gli anziani, le aree artigianali, l’urbanistica, tutto abbiamo inventato. Loro nulla; e la moralità pubblica, cari leghisti e l’impronta popolare di cui vi vantate che fine hanno fatto? Non ci sarebbe stata nessuna legge ad personam se non ci foste stati voi a votarla. Vi ho già detto: per favore non parlateci più di Roma ladrona se siete lì a tenere il sacco a quattro ladroni di Roma. Noi con voi non abbiamo mai fatto gli snob. Vi parliamo chiaro e semplice, così come fa la nostra e la vostra gente. Vi chiediamo che cosa fate lì, che cosa ci state a fare con il miliardario? Attenzione: uno che va troppo ad Arcore può lasciarci la canottiera! Argomenti ne abbiamo a bizzeffe per combattere e anche per divertirci un po’. Noi dobbiamo solo raccogliere tutte le nostre forze e metterle in campo. Le forze del centrosinistra, innanzitutto, alle quali avanziamo l’idea del Nuovo Ulivo. Adesso ognuno è di fronte alle sue responsabilità. Finiamola col gioco per cui per far vedere quanto uno è contro Berlusconi se la prende con il PD. Noi siamo rispettosi di tutti, noi vogliamo una coalizione univoca e coesa e siamo pronti a discutere con la coalizione tutti i percorsi comprese ovviamente, in caso di elezioni, le primarie. Le abbiamo inventate noi e quindi nessuno può tirarci per la giacca. Prima il comune progetto fondamentale, poi le persone: questo è il nostro metodo, perché il problema dell’Italia (dovremmo averlo già visto!) non lo risolve una persona sola. Dobbiamo comunque sapere cari amici e compagni, che grande parte della prospettiva dell’alternativa sta sulle nostre spalle. Noi, prima di ogni altro, abbiamo un dovere verso il futuro del Paese. C’è tanta gente che ha bisogno di noi. C’è l’Italia che ha bisogno di noi.

PD: siamo un collettivo, non tiriamoci la palla in casa. Non possiamo più guardarci la punta delle scarpe. Abbiamo scelto di non essere un partito personale perché non crediamo ad una democrazia personale. Noi siamo un collettivo e ognuno di noi in ogni luogo deve caricarsi della sua responsabilità, sapere che maneggia una proprietà indivisa. Non accetterò che ci si tiri la palla in casa, se la palla è di là nel loro campo. In questo futuro prossimo, nel futuro che abbiamo qui davanti la gente avrà bisogno di percepire la solidità, l’unità e la forza di chi governerà il Paese. Noi siamo un bel Partito, di donne e uomini liberi che discutono e partecipano; abbiamo con noi tanta gente generosa e onesta che condivide gli ideali e che ha nella testa e nel cuore la voglia di una Italia migliore, più civile, più giusta. Noi siamo ben più forti delle nostre debolezze. Questo siamo noi. Non ci faremo leggere al di sotto di quel che siamo. E c’è un solo modo per esserne sicuri, per rafforzare l’unità, per sentirci una grande squadra: muoversi assieme, combattere assieme, rimboccarsi le maniche tutti assieme. Mentre lavoriamo per il progetto, noi ci muoveremo. Voglio per l’autunno una grande mobilitazione che coinvolga oltre ai nostri militanti e ai nostri circoli tanti e tanti dei tre milioni di cittadini che hanno partecipato un anno fa alle primarie. Chiedo a tutti un aiuto per trasformare la rabbia, l’insofferenza e l’impazienza che sentiamo intorno a noi in energia positiva. Chiedo a tutti un aiuto per metterci a faccia a faccia con gli italiani bussando e ascoltando. Ho finito, cari amici e compagni. Dobbiamo suonare le nostre campane, tenere il passo di un lavoro non semplice, forse non breve ma appassionante e decisivo. Tutti assieme, compagni e amici, con intelligenza, con convinzione, con entusiasmo, con passione rimbocchiamoci le maniche e prepariamo giorni migliori per l’Italia.

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