RICEVIAMO DA VALERIA FEDELI E PUBBLICHIAMO

Inserito da casoledelsa il 23 Giugno 2015

Il Senato ha votato questa settimana il disegno di legge delega che affida all’esecutivo il compito di riscrivere completamente il Codice degli appalti. Il provvedimento, votato con 184 sì, 2 no e 42 astenuti, contiene numerose novità; dopo l’esame della Camera, il relativo decreto delegato dovrà essere varato entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge.

Per comprenderne il profondo significato politico bisogna anzitutto considerare che questa iniziativa autorizza il governo ad adottare un decreto legislativo per l’attuazione di tre direttive europee, riguardanti l’aggiudicazione dei contratti di concessione, gli appalti pubblici e le procedure d’appalto degli enti erogatori nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali, nonché per il riordino complessivo della disciplina dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture. Questo vuol dire che a caratterizzare il provvedimento è un auspicato percorso di integrazione tra le nostre leggi e il più avanzato diritto europeo, un percorso fondato sugli obiettivi dell’efficienza e della moralità dei comportamenti degli operatori pubblici e privati.

Tra i punti principali che questo provvedimento introduce vanno sottolineati gli aspetti che rafforzano il sistema dei lavori pubblici, un settore chiave per la concorrenza e per l’economia italiana ed europea, in termini di legalità, semplificazione, certezza dell’esecuzione dei progetti.

Rafforzando i poteri dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, mettendo al centro la trasparenza, la riduzione e qualificazione delle tante (troppe) stazioni appaltanti, il nuovo sistema sarà uno strumento in più per contrastare i fenomeni corruttivi. Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità stessa, aveva dichiarato lo scorso aprile: “il codice degli appalti è la vera legge anticorruzione, il disegno di legge va nella giusta direzione, la scelta di fondo è chiara: mettere in campo una regolamentazione snella e utilizzare i cosiddetti poteri di soft power”. Ero d’accordo con quella visione, e ancora di più lo sono oggi alla luce di quanto votato in Aula.

Si vieta l’utilizzo della procedura del massimo ribasso per le gare di progettazione, il che vuol dire che per l’aggiudicazione degli appalti pubblici e dei contratti di concessione, verrà utilizzato il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, misurata sul miglior rapporto qualità/prezzo, regolando i casi e le soglie di importo entro le quali è consentito il ricorso al solo criterio di aggiudicazione del prezzo o del costo, inteso come criterio del prezzo più basso o del massimo ribasso d’asta, nonché favorendo l’esclusione delle offerte anomale, con particolare riguardo ad appalti di valore inferiore alle soglie comunitarie.

La semplificazione degli oneri documentali a carico dei soggetti partecipanti agli appalti è un altro dei cambiamenti introdotti dal provvedimento, che in questo modo non solo favorisce un migliore impatto dei controlli e della tracciabilità in tutto il percorso degli appalti, ma mette anche le stesse imprese in una condizione di migliore competitività sia rispetto agli standard qualitativi che nei confronti di chi non rispetta le regole.

A rafforzare la trasparenza e la legalità, poi, altri due strumenti: il conto dedicato per le imprese che si aggiudicano appalti pubblici, rafforzando la tracciabilità di tutti i flussi finanziari, e la premialità per quelle che denunciano le richieste estorsive: due provvedimenti che potrebbero risultare determinanti sia in termini di contrasto dei fenomeni corruttivi che del riciclaggio.

Non solo, ma l’innovazione di questo provvedimento è anche fortemente caratterizzata dalla valorizzazione sociale ed economica delle singole realtà territoriali, prevedendo, da un lato, la tutela delle esigenze di sostenibilità ambientale, e favorendo quelle imprese in grado di impegnarsi nell’esecuzione lavori utilizzando anche in parte manodopera a livello locale e, dall’altro, prevedendo forme di dibattito pubblico con le comunità locali interessate dalla realizzazione di grandi progetti infrastrutturali.

Se dunque la chiave di lettura di questo provvedimento riguarda soprattutto una rinnovata volontà politica nelle azioni di contrasto e prevenzione della corruzione e dell’illegalità diffusa, è anche vero che esso investe un più ampio progetto di futuro, volto a non ripetere gli errori del passato e a non arrendersi all’idea che nulla si possa cambiare. Si tratta, in questo senso, di una riforma economica e sociale a tutti gli effetti, con cui potremo risparmiare, al nostro Paese, vicende di malaffare come quelle per Mose, Mafia capitale, o Expo, per citarne alcune, vicende dai costi enormi sotto tutti i punti di vista: malaffare, penalizzazione della leale concorrenza, scarsa fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nei rappresentanti della classe dirigente, inefficienze macroscopiche delle nostre infrastrutture, costi enormi della macchina burocratica e di quella giudiziaria.

Come ho sempre sostenuto, è un terreno, quello della legalità, su cui il Partito Democratico può rappresentare veramente un punto di svolta rispetto al passato, come dimostra quanto fatto finora con la legge anticorruzione e quella sul voto di scambio, con l’introduzione dell’autoriciclaggio e con le pene sugli ecoreati, con il taglio dei vitalizi agli ex parlamentari condannati per mafia e con la stessa riforma della Pubblica Amministrazione.

Forte del proprio codice etico, dei processi decisionali e organizzativi interni e delle grandi energie investite per riformare il Paese e il nostro ruolo in Europa, il Partito Democratico sulla legalità non si dovrà limitare a giocare una partita di parte, ma dovrà realizzare il riscatto dell’intero Paese in nome dell’etica e della responsabilità. Siamo in grado di farlo e dobbiamo valorizzare i risultati positivi ottenuti in questa legislatura. Saper valorizzare questo aspetto, anche alla luce degli ultimi risultati elettorali, sarà fondamentale anche per rafforzare, nell’opinione pubblica, l’idea di un Pd che non si rassegna all’immobilismo né al catastrofismo, ma che sa aprirsi al futuro senza temere il cambiamento.

Grazie
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RICEVIAMO DA DAVID SASSOLI E PUBBLICHIAMO

Inserito da casoledelsa il 8 Giugno 2015

I partiti socialisti segnano il passo. In Spagna meglio del previsto, ma in affanno e in ricorsa; in Polonia, ai minimi storici. Altre debacle hanno coinvolto paesi di antica tradizione. Le posizioni antieuropee avanzano in ordine sparso e con spinte contraddittorie: per alcuni si tratta di prendere atto del fallimento del progetto europeo; per altri, di reclamare un’altra Europa dai contorni imprecisati. Di mezzo, un assetto istituzionale pieno di falle che continua a produrre indecisioni, ritardi, compromessi al ribasso. L’Europa deve cambiare. Ma per cambiare deve ritrovare il senso di un percorso democratico, in cui il peso dei governi non sia predominante, e in cui Parlamento europeo e Commissione europea diventino l’architrave della democrazia europea.

Questa è la sfida per gli europeisti, sempre in bilico fra difesa dello status quo e perenne ricerca di leadership illuminate. Per rompere il fragile equilibrio servono veri partiti europei. Quali altri strumenti possono consentire di costruire reti di cittadini, collegare esperienze nazionali, definire programmi? Senza partiti europei non sarà possibile concludere la costruzione della democrazia europea. Certo, servono partiti molto diversi da quelli attuali, oggiAggiungi un appuntamento per oggi simili a cooperative da rispolverare nelle buone occasioni. Per il Partito socialista europeo una occasione per “cambiare verso” è rappresentata dal prossimo congresso che si svolgerà a Budapest dall’11 al 13 giugno. Il dibattito non è fra i più entusiasmanti e l’assise rischia di rivelarsi una conta fra i due pretendenti: il segretario uscente, il bulgaro Stanishev e il veterano spagnolo Baron Crespo. La loro campagna elettorale è in corso, condita da prese di posizione contro la politica del rigore e contro la deriva populista. Sul tema della “natura” del partito e della sua identità il dibattito è sfumato. Per noi, democratici italiani, la necessità di ripensare a questo contenitore, invece, è una priorità. A partire dal cambiamento del nome, che può costituire una grande chance di allargamento e apertura nei confronti di esperienze che non si riconoscono nella tradizione socialista, ma hanno affinità e prospettive comuni.

La questione della costruzione del Partito dei socialisti e democratici europei é ineludibile. Il recinto dei vecchi partiti, d’altronde, è ormai troppo piccolo e angusto. Un buon esempio arriva proprio dal gruppo dei Socialisti & Democratici all’europarlamento in cui sono confluite esperienze che hanno saputo coniugare tradizioni diverse, ma indissolubilmente legate da una prospettiva progressista. Cosa sarebbe oggiAggiungi un appuntamento per oggi il gruppo parlamentare senza la delegazione del Pd? Nella stessa direzione procede anche l’attività del Progressive Alliance, in sostituzione della vecchia Internazionale socialista.

Da Stanishev e Baron Crespo, che si confronteranno a Strasburgo davanti al gruppo parlamentare S&D, aspettiamo una parola chiara e un impegno inderogabile. Per il Pd non si tratta di una battaglia nominalista, ma della capacità del Pse di saper cogliere, come ha detto Matteo Renzi commentando le elezioni in Spagna e Polonia, “il vento del cambiamento” che tira forte in Europa. Non affrontare la questione o, peggio, far finta di nulla, sarebbe rinunciare ad avere strumenti idonei per costruire un sistema politico europeo più democratico e meno condizionato da egoismi nazionali e convenienze governative. Il Pd, primo partito del Pse alla sua prima prova congressuale, non può rinunciare a dare voce ad una nuova prospettiva europeista. Il vento populista, d’altronde, tira radente e potrebbe non aspettarci.

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PUBBLICHIAMO LE INTERROGAZIONI DEL CENTROSINISTRA PER CASOLE AL CONSIGLIO COMUNALE DEL 6-6-2015

Inserito da casoledelsa il 5 Giugno 2015

CENTRO SINISTRA
PER CASOLE D’ELSA

Al Sindaco di Casole d’Elsa
Dott. Piero Pii

Interrogazione scritta con richiesta di risposta scritta

•CONSIDERATO che ormai da diversi anni è stata prevista come opera pubblica la realizzazione della metanizzazione di Pievescola;
•TENUTO CONTO dell’importanza dell’opera e delle molte richieste dei cittadini della frazione sulle tempistiche anche in ragione del timore di dover affrontare un altro inverno con riscaldamento a GPL che, com’è noto, è molto meno economico ;
•RITENENDO che i cittadini, per il tramite anche del Consiglio Comunale, debbano essere informati sulla stato dei lavori e sui tempi della sua completa realizzazione

CHIEDIAMO

che l’amministrazione chiarisca quali lavori devono essere ancora realizzati e di chi è la competenza per l’affidamento e la direzione dei lavori degli stessi;
 che l’amministrazione fornisca le informazioni, in proprio possesso, sulla stato dei lavori, sui tempi di realizzazione, nonché sulla previsione di messa in funzione dell’impianto.
GRUPPO CONSILIARE
CENTRO SINISTRA PER CASOLE D’ELSA

Casole d’Elsa 6 giugno 2015

Categoria: Consiglio Comunale, GRUPPO CONSILIARE CENTROSINISTRA, Segreteria | 1 Commento »

 

Regionali, Parrini: “In Toscana il Pd più votato d’Italia. Siamo quelli che con più coerenza e successo abbiamo praticato la scommessa del partito a vocazione maggioritaria”

Inserito da casoledelsa il 4 Giugno 2015

1 GIUGNO 2015 –

Ho atteso di avere dati completi prima di fare un commento sulle elezioni in Toscana. Commento che faccio adesso molto volentieri: il risultato di Rossi e del Pd nella nostra regione è estremamente positivo. Siamo di gran lunga il Pd più votato d’Italia con il 46,4%, e quello che cresce di più rispetto alle ultime regionali (+4,2 punti %). Enrico Rossi, col 48% e 28 punti di distacco sul secondo arrivato, è il presidente Pd più votato d’Italia. Siamo quelli che con più coerenza e successo abbiamo praticato la scommessa del partito a vocazione maggioritaria. Cosa che ci permetterà di avere una maggioranza autosufficiente e ipercoesa in consiglio regionale (abbiamo visto nell’ultima legislatura quanto ciò sia importante quando si devono fare riforme incisive). Preoccupa, e dovrà essere per tutti oggetto di seria riflessione, l’aumento dell’astensione. Tra i consiglieri regionali viene largamente premiato il rinnovamento. Arretra sensibilmente il centrodestra, che perde 5 punti sulle regionali del 2010 (dal 33,6 al 28,6%). Al suo interno la Lega cresce in maniera forte ma non riesce a sfruttare se non in parte l’emorragia di voti dell’ex Pdl (Forza Italia e Fdi sono insieme al 12,4% contro il 27,1% del Pdl nel 2010: ciò significa che l’ex Pdl perde circa 15 punti, soltanto 10 dei quali si spostano verso la Lega Nord, mentre gli altri 5 sono ora fuori dal centrodestra tradizionale). La Lega Nord arriva al 16,2%: un dato significativo ma sostanzialmente in linea con quello umbro e più basso di quello della Liguria e, ovviamente, di quello del Veneto. Molto modesto il risultato del M5S. Per loro non sono possibili, a onor del vero, confronti con precedenti elezioni regionali. Paragonare un’elezione regionale con un’elezione di un altro tipo è certamente arbitrario, ma i 9 punti % in meno dei pentastellati rispetto a due anni fa salta agli occhi. Eloquente e modestissimo il risultato dell’estrema sinistra di Fattori: puntava al 10% e, al pari di Lega e M5S, sognava di mandare il Pd al ballottaggio. Invece di arrivare al 10% si è fermata al 6% perdendo un terzo dei consensi rispetto alle regionali del 2010. Le scelte di rottura di questa sinistra velleitaria e minoritaria, acerrima avversaria della sinistra di governo, vengono come al solito sonoramente bocciate dagli elettori dove il Pd, come in Toscana, si mostra unito e presenta candidature solide e lungimiranti. Dove, come in Liguria, le divisioni lacerano il Pd, le scelte della sinistra radicale, che comunque non arriva al 10%, ottengono un solo risultato: far perdere il Pd e far vincere Forza Italia. Un capolavoro (e, immagino, una grande soddisfazione). Grazie alle nuove regole elettorali, le donne in consiglio salgono da 5 a 9. Ancora poche, ma un passo avanti è stato fatto. Rivolgo un ringraziamento al candidato presidente Rossi e a tutti gli 80 candidati del Pd: ai 24 che sono stati eletti come agli altri 56 che non ce l’hanno fatta. Hanno tutti lavorato con impegno e grande energia. E si è visto con che confortanti conseguenze. A livello nazionale, dico che chi ha passato il tempo a dividere il partito e a combattere il segretario, insieme a chi gli ha teso imboscate fino all’ultimo (la Bindi in primo luogo), deve masticare amaro e fare i conti con una forte tenuta dei democratici. Vinciamo in 5 regioni e perdiamo in 2. Prima che Renzi diventasse segretario del partito i presidenti di regione del Pd erano 10. Da allora si è votato in 12 regioni e ora i presidenti di regione del Pd sono 15. NEL NUOVO CONSIGLIO REGIONALE TOSCANO IL PD È PIÙ FORTE E PORTA IL DOPPIO DI DONNE E DI RINNOVAMENTO. NE SONO ORGOGLIOSO. Nel 2010, 23 consiglieri regionali Pd (più Rossi) su 55. Questa volta 24 (più Rossi) su 41. Grazie al risultato elettorale (dal 42,2 al 46,4% dei voti) e al no alle alleanze extralarge, il Pd passa dal 43,6 al 61% dei seggi. Le elette Pd passano al 37,5% (9 su 24), dal 21,7% del 2010 (5 su 23): molto bene ma si deve far meglio. Il rinnovamento: i neoeletti del Pd sono il 79,2% (19 su 24) rispetto al 43,5% del 2010 (10 su 23). ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ASTENSIONE. E INFINE UNA DOMANDA: COME MAI CHI OGGI PARLA SOLO DEL -12% DI AFFLUENZA NON DISSE NULLA DEL -11% DEL 2010? Il 51,7% degli elettori toscani si è astenuto. Un dato su cui riflettere a fondo. Non credo nelle spiegazioni monocausali. Penso che i motivi siano tanti: giudizio negativo sulla politica nazionale, verso le sue azioni e omissioni, verso le sue storture e degenerazioni; sfiducia nelle istituzioni; fastidio per le liti continue tra i partiti e nei partiti; scarsa reputazione dell’istituzione Regione (purtroppo è così, anche se la Toscana non ha conosciuto gli scandali e gli sprechi che hanno colpito altre regioni ed è stata un modello di virtù). Poi c’è anche, nell’astensione, una forte componente di menefreghismo, di disinteresse, di qualunquismo. Verso questa quota di astensionisti non mi va di fare né il buonista né l’ipocrita. A tutti gli altri astenuti dobbiamo invece semplicemente dimostrare – con atti concreti, con azioni di rinnovamento vero, con meno liti e più realizzazioni nel segno dell’equità e della crescita – che non è vero che i politici sono tutti ugualmente da condannare. Su questo pronto dobbiamo semplicemente fare di più e meglio, con umiltà e maggiore capacità di ascolto e di realizzazione. Rifiuto invece le interpretazioni strumentali. Ce ne sono due in campo, in queste ore: la prima è quella di chi fa parte di un partito e usa i dati sull’astensione come un’ascia contro gli altri partiti o contro altre componenti del suo stesso partito. Questo non è accettabile. È gioco delle tre carte: non è che uno può dire “sono d’accordo con me tutti quelli che mi hanno votato più gli astenuti”, oppure “sono contro di te tutti quelli che non ti hanno votato più gli astenuti”. L’astensione è un problema che interessa tutti e su cui tutti devono interrogarsi. La seconda interpretazione strumentale dell’alta astensione è quella di chi ha fatto di tutto, in queste settimane, per trasformare le regionali nell’occasione per abbattere Renzi e il governo. Gli è andata male. E adesso fanno il giochino che consiste nel dire: “non è vero che abbiamo mancato l’obiettivo, perché le nostre posizioni hanno anche il consenso di quelli che si sono astenuti”. Non mi paiono discorsi sensati. Una domanda infine a tutti i fini e compiaciuti analisti dell’astensione che stanno come me nel Pd. Loro credo debbano rispondere a una domanda: tra le regionali del 2005 e quelle del 2010 (prendo il dato toscano ma potrei prenderne altri, la situazione non cambierebbe) l’affluenza calò dal 71 al 60%. Cioè -11%. Questa volta – 12% rispetto a cinque anni fa. Come mai io cinque anni fa dicevo sull’astensione le stesse cose di oggi mentre per loro cinque anni fa il -11% di partecipazione non rappresentava un problema? Oppure ne parlarono con la stessa accoratezza con cui ne parlano oggi, dandogli stessi significati che gli danno oggi, e io non me ne accorsi? Ricordo anche tra il 1990 e il 2005 l’affluenza al voto regionale è calata dal 90% circa al 70% circa. Dario Parrini Segretario Pd toscana - See more at: http://www.pdtoscana.it/14594/#sthash.xTFoOlnp.dpuf

Categoria: Attività, Dibattito, Segreteria | Nessun Commento »

 

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