IL PD DI ENRICO ROSSI

Inserito da casoledelsa il 21 Aprile 2013

Alla radice del dramma che il Pd ha vissuto in questi giorni per l’elezione del presidente della Repubblica c’è la questione del partito, della sua organizzazione e delle sue regole. Questo Pd non è stato capace di unirsi a sostegno del suo ispiratore e fondatore, Romano Prodi. Ancor meno sarebbe stato capace di farlo su altri candidati come Rodotà, persona degnissima e autorevole.

È comprensibile la spinta che arrivava dagli amici di Facebook e da molti nostri iscritti ed elettori, ma abbiamo dovuto constatare che, per come è nata ed è stata rappresentata, la sua candidatura avrebbe finito per dividere ancora di più i grandi elettori del Pd e non avrebbe raggiunto i voti necessari per l’elezione.

La vicenda di Romano Prodi decreta in modo tragico e definitivo la fine di un’intera classe dirigente a livello nazionale, che coinvolge anche le new entry e la stessa periferia. Ma a mio parere le ragioni del progetto politico del Pd rimangono tutte valide: un partito della sinistra che affonda le sue radici nel mondo del lavoro e delle conoscenze, un partito sociale a difesa degli ultimi, che va oltre le contrapposizioni ideologiche del secolo scorso e riunifica in un unico progetto le culture dell’emancipazione.

Chi pensasse adesso di costruirsi in proprio qualcosa darebbe solo un contributo alla dissoluzione della sinistra. Per questo bisogna incominciare dalla ricostruzione del Pd.

Oggi siamo un partito contenitore di tutto e tutti, diviso, indisciplinato, pieno di rancori, denso di personalismi e di arroganze. Mi chiedo se non possiamo provare a costruire una forma diversa di partito, in cui democrazia, partecipazione, senso di responsabilità e rispetto reciproco possono convivere in un equilibrio positivo e stabile.

Per fare questo occorre anche una profonda riforma organizzava. Le direzioni composte da centinaia di persone non sono veri luoghi di discussione, né a livello nazionale né regionale. La possibilità dei vari leader di organizzarsi in proprio deve essere regolata sia nelle forme che nei finanziamenti. La partecipazione e la consultazione degli iscritti deve essere un metodo costante non solo per la selezione del gruppo dirigente ma anche, e direi soprattutto, per le scelte politiche e i loro contenuti.

Il nuovo Pd deve essere ricostruito sul territorio, a cominciare da tutti i luoghi di lavoro, dai problemi sociali, economici e ambientali. E deve mantenere aperto il confronto attraverso un rapporto stretto con gli intellettuali e il mondo delle conoscenze.

Abbiamo quindi bisogno di persone e funzionari che per un periodo di tempo non breve si dedichino a questo lavoro di ricostruzione, lasciando da parte l’obiettivo del successo politico personale per innamorassi di una impresa collettiva.

Il segretario di questo partito non deve, né potrà, essere candidato premier. Dovrà dare l’esempio, evitando che la premiership oscuri tutti gli altri. Il dibattito interno non potrà che essere aperto, ma una volta fatte le consultazioni e decise le scelte negli organismi dirigenti, queste dovranno essere portare avanti con coerenza e le forme di dissenso dovranno essere contenute in modo comunque da non compromettere la realizzazione degli obiettivi scelti. La critica non può spingersi fino a danneggiare l’immagine del partito e la sua stessa esistenza.

È evidente che tutto questa non basterà e che la discussione su cosa deve essere e di come si vive dentro il partito avremo già dovuto farla. Oggi è ancora più urgente, come avverte lo stesso Fabrizio Barca con le sue riflessioni. Senza partiti democratici, lo abbiamo capito tutti, è la stessa democrazia a rischio di collasso. E l’Italia ha bisogno di un partito di sinistra, democratico e sociale.

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