Una fiducia a colori Viaggio ipotetico e surreale nei giorni che porteranno il governo sul baratro della caduta

Inserito da casoledelsa il 2 Dicembre 2010

Erano due giorni che ci stava riflettendo su senza interruzione. La politica era sì importante ma a volte c’erano delle piccole fissazioni che fin quando non risolvevi ti bloccavano ogni altro interesse. E per questo che Denis Verdini non riusciva a chiudere occhio o ad essere presente durante gli appuntamenti pubblici. Aveva solo una domanda in testa che lo affliggeva come una mitraglietta: ma di che colore è il mare?

Quando provava a dare una spiegazione logica non ne usciva fuori. “Certo che è verde ma solo quando sotto ci sono scogli e vegetazione. In Egitto c’è il Mar Rosso ma non posso dire che il mare è rosso così come non è bianco, nero o morto. Insomma prende colore dal fondale!” Ma non era poi così convinto di questa conclusione tanto e vero che si interrogava “e se poi è troppo profondo e non si vede il fondale? Insomma l’acqua è trasparente ma il mare di che colore è”??

Quando Mara Carfagna aveva chiesto il suo intervento per le questioni napoletane che avevano portato il ministro per il Pari Opportunismo sull’orlo della rottura con il Pdl partenopeo, Denis era rimasto a bocca aperta. Poi come se niente fosse le aveva chiesto “Mara ma secondo te il mare di che colore è? A Ischia tu lo avrei visto, no?”. Il ministro incredula gli aveva ringhiato contro: “Denis ma che mi prendi in giro? Devi scegliere tra me e la Mussolini o me ne vado via dal governo. Ne hai parlato con il principale?”
“Ora lo chiamo – aveva risposto Verdini poco convinto – ma prima che te ne vai, sai dirmi…che ne so a Pozzuoli…di che colore è mare?”

Di lì a poco, la Carfagna dichiarava pubblicamente la sua intenzione di lasciare il governo e il Pdl dopo il 14 dicembre.

Ma non era finita qui. Mentre tutta la destra era in fibrillazione e si orientava nel mercato di riparazione pre-fiducia parlamentare, Denis aveva la sua sfida da vincere. Sgarbi lo apostrofò come capra (insulto classico del critico a-prescindere-d’arte), Bondi gli dedicò dei versi sul mare definendolo “ignaro infinito bacino d’acqua” ma non riuscì, di conseguenza a risolvere l’enigma. Tremonti tagliò corto spiegando che il colore non lo conosceva ma che erano in mare di cacca se non riuscivano a superare il Patto di Stabilità prima e la fiducia poi. Per Denis il mare color cacca non era affatto plausibile. L’unica risposta poteva essere ottenuta dal suo padrone e signore onnisciente Silvio.

Dopo i soliti rituali dove Denis dovette affrontare una decina di blocchi legati al classico “scusi lei chi è?” per accedere alla riunione del capo (ormai aveva imparato a memoria a rispondere “sono il coordinatore del Pdl” a tutti quelli che gli chiedevano “Denis Verdini chi??”), finalmente entrò nella stanza dei bottoni. No forse non era quella perché c’erano solo vestali con maschere dei capi di Stato che alla vista di Verdini si coprirono con gli asciugamani e cominciarono a scappare alla rinfusa. A qualcuna scappò anche un “sono la nipote di Mubarak ho l’immunità diplomatica”, ma questa non è la nostra storia.

Trovata la giusta stanza, Denis si inginocchiò davanti a Lord Voldemort e i suoi mangiamorte Ghedini, Belpietro, Sallusti e Bonaiuti. Non si accorse che era presente anche Brunetta, ma questa volta non era il solo a non esserne accorto. Berlusconi lo fece accomodare e gli spiegò che dopo un attento esame sui voti comprati mancavano all’appello solo due nomi per ottenere la fiducia sicura.
Denis non ebbe il coraggio di domandare al domine quale fosse il colore del mare ma preferì ascoltare le strategie dei presenti. “Potremmo avere il voto di Franco Nero” disse con entusiasmo la prima voce. “Molto meglio Paolo o Giacomo Rossi” rispose la seconda voce. “No quelli stanno con il popolo viola, piuttosto avremmo bisogno di un Principe Azzurro o di Cecilia Bianchi. Tu Verdini cosa ne pensi?” chiese Silvio a Denis.

“Veramente – rispose Verdini – ora mi sento perso! Mio Signore mi sento davvero molto confuso!”

La terza voce intervenne prima che Silvio puntasse la sua bacchetta e pronunciasse una maledizione senza perdono sul povero Verdini. “Cosa ne pensate di Grigio Perla o di Charlie Brown? Sempre meglio di Rosa Russo Iervolino!”

“Crucio” tuonò Silvio contro il malcapitato anche se nessuno seppe mai chi fosse.

La riunione terminò con l’amara conclusione che c’era solo un voto di differenza tra la sopravvivenza o la caduta del governo.

Passarono i giorni senza che Denis riuscisse a scoprire di che colore era il mare e Silvio riuscisse a trovare la persona giusta su cui fare affidamento. Era giunto il 14 dicembre.

Verdini tanto era disorientato che non sentì l’appello al voto in prima chiamata. Qualcuno dal banco vicino gli chiese se stava bene ma non rispose. Anche l’ultimo appello stava per concludersi quando la concentrazione di Denis venne interrotta sempre dal suo vicino che gli disse “è il tuo turno, dai che siamo pari nei voti, sei determinante”.

Verdini scese le scale molto lentamente rivivendo, come se fosse un film, le immagini di lui bambino che prendeva il traghetto per Portoferraio. E solo in quel momento capì di che colore è il mare. Arrivato davanti al presidente di turno per dichiarare la sua intenzione di voto, alzò la testa e con un grande sorriso finalmente urlò: “È blu. Sì è blu”. L’Aula si ammutolì all’istante e si sentì benissimo il presidente ripetere la domanda: “Non ho capito bene, cosa dice sulla fiducia onorevole Verdini?”

“Dico che il mare è blu!” rispose leggero Verdini incurante della risposta del presidente che tra applausi e fischi fu costretto a decretare nullo il voto. Poi, calmati gli animi, la voce del presidente si fece di nuovo più nitida parlando al microfono: “Il prossimo e ultimo al voto sarà, l’onorevole Gianfranco Fini…”

Il Polemista

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Senza innovazione non c’è conservazione, di Riccardo Conti

Inserito da casoledelsa il 2 Dicembre 2010

 

 Senza innovazione non c’è conservazione, di Riccardo Conti
“Paesaggio,innovazione,democrazia”, così si intitola un convegno che il centro-studi e la direzione del PD in
accordo con l’unione regionale toscana hanno affidato , per la sua organizzazione , all’associazione Romano
Viviani: il convegno si terrà a Fiesole il prossimo 6 dicembre. L’occasione è fornita da una combinazione di
eventi: dieci anni fa a Firenze fu firmata la convenzione europea del paesaggio e in questi mesi si svolgono
le iniziative di celebrazione del 150 dell’unità d’Italia.
Credo non ci sia dubbio che il paesaggio è una grande cifra dell’identità italiana. Di politiche del paesaggio
molto si discute e animatamente , ma lo si fa in circoli ristretti. La convenzione europea punta a superare
questo scarto e a fare delle politiche del paesaggio un grande fatto di democrazia. Se è vera la distinzione ,
mirabilmente tracciata da Simmel tra paesaggio e natura, se è vero che si tratta di un grande patrimonio
collettivo e di una risorsa importante al futuro, il punto è interrogarci sui grandi paesaggi italiani nella
modernità ( aggiungerei nella crisi ) e sul legame storicamente inscindibile tra innovazione e conservazione.
Guardando all’Italia di oggi, mi pare sia lecito affermare che senza innovazione non c’è conservazione.
Di fronte al quadro sconfortante dell’azione del governo, è importante proporsi come grande forza
innovatrice , capace di parlare a valori , sensibilità , competenze , interessi , abilità di cui pure il nostro
paese è ricco . Un messaggio unificante , nazionale , repubblicano . A mio avviso le linee proposte nella
convenzione europea possono permetterci di inserire nella nostra agenda una cultura del territorio che sia
stimolo ad un’efficace azione politica. La tutela come grande fatto di partecipazione e democrazia a me pare
una grande sfida. Una via per rilanciare il dettato programmatico costituzionale : “la Repubblica tutela il
paesaggio”, proponendoci come portatori ,dall’alto e dal basso , di un federalismo repubblicano che si
sforza di leggere e mobilitare un’Italia moderna , fatta di autonomie , regioni , forme di civismo radicate. Per
una forza riformista di governo non può esistere il giorno della tutela e il giorno dello sviluppo ma un
disegno unitario di regolazione del territorio ai fini della tutela e dello sviluppo , così come non può esserci
un’oscillazione un po’ schizofrenica tra “neocentralismo” e federalismo a tutti i costi. Da questo punto di
vista la primazia sta nella pianificazione territoriale, concepita a “filiera” e non più a “cascata”,capace di
intrecciare agende statutarie e agende strategiche, che assuma tutto il territorio come una risorsa e,
proprio per questo , sia in grado di fare della tutela dei beni culturali e ambientali un fattore fondamentale
delle strategie di sviluppo culturale,civile,economico. Ma anche di progettare regole ed interventi per le
aree “dissestate” e laddove una cattiva urbanizzazione ha comporta”degrado”urbanistico,paesistico,civile.
Insomma di progettare in maniera molecolare,diffusa,quotidiana sostenibilità dello sviluppo. Un discorso ,
questo , che ci porti a prendere atto che l’Italia di oggi non è più quella del ‘39 o del ‘42, e che , oltretutto ,
ad una figura complessa come Bottai mancava l’idea della democrazia ,proprio quella con cui , in sintonia
con le democrazie europee , dovremmo scommettere come gradiente di politiche di tutela.
Nella ricerca di nuove forme di “governance” e di sperimentazione di forme inedite di cooperazione
istituzionale sta il nocciolo di un’innovazione che merita tentare e , comunque , incoraggiare. Potrebbe
essere utile l’istituzione di un dicastero per il territorio , la valorizzazione delle Sovrintendenze in moderne
agenzie dotate di poteri e risorse , una riforma del governo del territorio e tanto spirito “sussidiario” che
incoraggi comuni e regioni ad operare , a sperimentare. Tutto ciò va accompagnato con una politica che
abbia al centro il tema cruciale di un fermo contrasto alla rendita urbana ,tema su cui la cultura politica del
centrosinistra è paurosamente deficitaria ,che faccia delle politiche di riqualificazione urbana una leva per la
fuoriuscita dalla crisi, che lavori per superare , nell’ambito di politiche di contenimento del consumo di
suolo alla tedesca , quello che Giorgio Ruffolo ha definito il divorzio tra architettura contemporanea e
paesaggio.
Una nota finale : quattro anni fa ci ha lasciato Romano Viviani. Romano è stato una figura originale di
studioso; urbanista e architetto ,uomo coltissimo, ha rappresentato , certamente non da solo, quel filone
culturale e politico che potremmo definire “riformismo comunista toscano”,che ha avuto una sua
particolarissima espressione proprio in un “modello toscano” di pianificazione urbanistica a cui , del resto ,
contribuirono in maniera sostanziale esponenti di cultura socialista e di area cattolica. Chi scrive pensa che ,
se soffermarsi su un perdurante “modello toscano” sarebbe ,oggi, segno di nobile anacronismo , sia
attualissimo ed impellente un salto di qualità della cultura politica riformista anche sui temi del governo del
territorio . Anche in Toscana. Questo è l’obbiettivo dell’associazione Viviani. Da qui la scelta del tema del
convegno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  
 
 

 

 

  
 

 

 

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