Lettera aperta

Inserito da casoledelsa il 27 Giugno 2010

Carissime/i Compagne/i , Dimocratiche/ci

 

Venerdì 25 Giugno si sono svolte anche a Casole le Assemblee di Circolo per il rinnovo degli organismi di Partito sia a livello Provinciale che Comunale.

Ho ritenuto concluso il mandato affidatomi dall’assemblea un anno fa e con esso il programma da me proposto in tale occasione e per tale motivo non ho riproposto la mia candidatura.

Claudia Rumachella quale Segreteria Unione Comunale e segretario di Pievescola, Alice Grassi segretario Casole-Cavallano, Mario Galli segretario Mensano, Stefano Lapiti segretario di Monteguidi, Valentina Feti e Mario Batoni delegati assemblea Provinciale, sono le persone elette dagli iscritti a guidare il Partito Democratico di Casole per il prossimo quadriennio.

 Credo che oggi il PD a Casole possa guardare alle prossime scadenze elettorali con più fiducia e consapevolezza del proprio ruolo nella vita casolese.

Personalmente quale delegato all’assemblea regionale e provinciale del PD , continuerò nel mio lavoro di portare all’attenzione dei vari organismi le proposte che il PD di Casole riterrà utili per la crescita del Partito.

Con affetto

                        Bruno Melani

 

Casole d’Elsa, 26 Giugno 2010

 

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25- 06 - 2010 - ELECTION DAY DEL PARTITO DEMOCRATICO

Inserito da casoledelsa il 25 Giugno 2010

Tutto pronto per l’election day del Partito democratico. Venerdì 25 giugno i democratici senesi saranno chiamati ad eleggere gli organismi dirigenti del partito a tutti i livelli: dal segretario e dall’assemblea provinciale; fino ai segretari e alle assemblee delle trentasei Unioni comunali per arrivare ai coordinatori e ai direttivi dei 132 circoli presenti in tutta la Provincia di Siena. Una giornata molto importante per il primo partito della provincia di Siena, durante la quale gli oltre 13mila iscritti sceglieranno direttamente chi guiderà il Pd nei prossimi anni. Per la carica di segretario provinciale, l’unica candidatura in campo è quella di Elisa Meloni, sostenuta dalla lista “Democratici per Elisa Meloni”.

Possono votare gli iscritti nel 2009 e che hanno rinnovato la tessera entro l’apertura dei congressi e tutti coloro si sono iscritti, per la prima volta entro il 22 maggio del 2010. Le votazioni si svolgeranno nei circoli del Pd e, ad ogni elettore saranno consegnate tre schede, in ognuna delle quali potrà votare una lista collegata direttamente ad un candidato segretario. I risultati delle elezioni saranno aggiornati, in tempo reale sul sito del Pd senese, www.sienapartitodemocratico.it, dove sarà possibile trovare tutte le informazioni relative all’election day. E’ possibile, inoltre, telefonare allo 0577 2291 o inviare un’e-mail all’indirizzo di posta elettronica pd@sienapartitodemocratico.it.

“I congressi - afferma Marco Nasorri, presidente della commissione provinciale per il congresso - dei circoli, delle Unioni comunali e quello territoriale rappresentano il passaggio conclusivo del percorso congressuale nazionale, culminato con le primarie dello scorso autunno. Per il Pd senese l’appuntamento del 25 giugno è una tappa importante che porterà all’elezione dei gruppi dirigenti locali e alla definizione dei punti fondamentali della linea politica per i prossimi anni del Pd in provincia di Siena. La macchina organizzativa del Pd, ancora una volta, ha dimostrato di funzionare al meglio, consentendoci di arrivare alla vigilia di questo appuntamento con serenità e con la consapevolezza che la forza del nostro Partito risiede proprio in quelle donne e quegli uomini che, con il loro lavoro quotidiano nei circoli, nei luoghi di lavoro e nei territori, ci consentono di portare avanti le battaglie e le iniziative del Pd”.

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DAL GOVERNO UN ATTACCO FRONTALE ALLA CULTURA

Inserito da casoledelsa il 24 Giugno 2010

 

Dal governo un attacco frontale alla cultura
In queste ore stiamo esaminando il decreto sulle fondazioni liriche varato dal Ministro Bondi, che sta caratterizzando il suo dicastero con i tagli alla cultura ed allo spettacolo. Quello di cui si discute oggi in Aula e quelli che lo stesso Bondi ha promesso a Tremonti per salvare la faccia. Di fronte alla totale soppressione dei finanziamenti statali per 242 enti, Bondi ha promesso di realizzare i risparmi imposti dal commissario del governo, di nome Tremonti. Questo è un provvedimento che mortifica e sminuisce uno dei settori di eccellenza della cultura italiana, penalizzando i diritti di tanti lavoratori, di giovani artisti, di professionisti qualificati e apprezzati in tutto il mondo: quello che potrebbe essere considerato una risorsa diviene invece una spesa non sostenibile soprattutto se le attività culturali ed artistiche vengono valutate e giudicate soltanto in relazione al ritorno economico che possono assicurare e non ai livelli di istruzione, benessere, coesione, qualità della vita e consapevolezza critica che possono promuovere nella comunità: modelli di crescita che numerosi ed autorevoli studi hanno rilevato e confermato negli ultimi anni.

 FRANCO CECCUZZI

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I tanti “perchè” di un libro nero

Inserito da casoledelsa il 23 Giugno 2010

Sono sempre disponibile ad un confronto con Piero Pii sui “perchè” a cui continua a negare una risposta. 

Essere Sindaco non lo libera da doveri morali verso la cittadinanza, anzi, essere Sindaco ed aver giurato fedeltà alla cittadinanza lo obbliga alla “trasparenza” ( che non è un insulto!).

 Bruno Melani

 

Ma veramente Pii, Barbagallo Paolo e Pensare Comune, possono con le feste (solo a Casole) far credere ai Casolesi che la “crisi” non esiste?

Continuare a dire che vengono insultati, mentre loro lavorano per il bene dei Casolesi non è come nascondere la testa sotto la sabbia sapendo di mentire?

Forse le parole “coraggio” “ vergogna” “trasparenza” “legalità” “trasformismo politico” “volta giubba” “ostaggio della destra” sono per Pii, Barbagallo Paolo e Pensare Comune oltraggiose e lesive della loro dignità?

Dove sono le “gru” promesse in campagna elettorale e quello splendore economico tanto soffocato dalla giunta Feti?

Perchè Pii non relaziona la cittadinanza su quanto i Sindaci della Valdelsa e il Presidente della Provincia si sono detti settimana scorsa in merito alla situazione economica attuale?

Perché Pii non relaziona sugli intrecci che lo legano agli imprenditori locali e lo costringono ad uscire dal Consiglio Comunale quando si parla di materia edilizia?

Perché Pii continua a rimandare il problema “Le Vigne” “San Severo” “Pietralata”?

Perché Pii non si vuol costituire “parte civile” contro tutti coloro che hanno con il loro comportamento abusato del territorio casolese?

Non bastano ammissioni di colpevolezza attraverso la richiesta di patteggiamento di imprenditori, su procedimenti riguardanti il territorio casolese, per indurre il Sindaco a decisioni poste a tutela dei casolesi?

Perché Pii di tutto questo non relaziona il Consiglio Comunale?

Pii che dice di non voler esprimersi su mozioni politiche dell’opposizione, non ricorda alla cittadinanza quando le stesse considerazioni le faceva il Consigliere Barbagallo Paolo (oggi suo fedele compagno di squadra) e lui era Sindaco e attaccava questa posizione come un voler negare il dibattito consiliare a danno dei cittadini?

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IN ATTESA DEL LIBRO MAGICO

Inserito da casoledelsa il 23 Giugno 2010

Dal  Circolo  PD di Pievescola

 

Ci sembra doveroso come primo punto chiarire a tutti quale sia il concetto di insulto.

Se prendiamo per buona (e spero che ce lo consentano) il significato del dizionario italiano, si legge testualmente “offendere con parole o gesti irrispettosi ”, fatta questa precisazione, siamo ancora più convinti (e questa volta viene a noi da sorridere!) che questo da parte nostra non sia mai  stato fatto; cosa ben diversa invece è criticare, dissentire e mettere in luce, quando opportuno, le mancanze e le lacune dell’attuale amministrazione.

 

Riteniamo, infatti, che questo sia un nostro obbligo, un dovere civico e morale nei confronti dei nostri elettori, anche se comprendiamo che per chi governa sarebbe stato molto più facile e pratico gestire “un’opposizione muta”.

Crediamo inoltre, contrariamente a Pensare Comune, che “la politica del giustizialismo” renda e paghi molto più di quanto sembra.

Noi siamo una forza politica e così come a livello nazionale anche in questo territorio abbiamo la nostra tradizione e la nostra storia di lotte e di amministrazione che tutti ben conoscono e qui a Casole, come altrove, siamo fermamente determinati a difenderla.

Etichettarvi di destra vi fa sorridere?…. allora vi chiediamo: dov’è sparita la destra a Casole? Dov’ è  il PDL Partito leader della destra in Italia? E’ un’errore di omonimia  o coloro cha prima la rappresentavano ora si sono trovati tutti insieme nella costituzione di Pensare Comune?…. Se ci sono stati elettori, prima di sinistra, che alle ultime elezioni hanno votato Pensare Comune, questo non significa né che la destra non è destra,  né tanto meno si può smentire che Pensare Comune  l’abbia “accolta” con gran piacere nella propria associazione politico-culturale.

Un risultato sicuramente però lo abbiamo ottenuto….nel breve spazio di 10 giorni abbiamo visto affiggere due manifesti dall’associazione Pensare Comune e ora , visto che in campagna elettorale si parlava di  tanto e di tutto, riferendoci solo a Pievescola, la realizzazione di parcheggi, l’ampliamento del cimitero, la concessione di terreni per fare gli orti,  un percorso salute, l’allocazione per la sistemazione dei cani  e tanto altro…) siamo tutti in attesa di questo famoso “libro magico” che ci svelerà finalmente, come una profezia, le tante cose e i “fatti mantenuti”che noi, evidentemente troppo ciechi, ancora non abbiamo visto o non siamo stati in grado di vedere….

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Proposte del PD per trovare 800milioni senza mettere le mani in tasca agli Italiani

Inserito da casoledelsa il 23 Giugno 2010

“Banda larga per tutti, o perdiamo il treno dell’innovazione”

Bersani alla no stop banda larga del Forum ICT boccia Berlusconi. “E’ older, pensa solo alla tv, non capisce che servono risorse per le nuove tecnologie. Sono 20 milioni gli italiani che usano la rete”. Gentiloni, promotore della no-stop banda larga propone di investire almeno 800 milioni: “O perdermeo il treno dell’innovazione”.

“Riconosco a Berlusconi un grande fiuto ai temi del business, ma è older, lo appassionano i ragionamenti legati alla tivù, al digitale terrestre, senza pensare che dobbiamo liberare risorse per sviluppare altre tecnologie. Ma sulla banda larga è mancato un impulso pubblico, i soldi che noi avevamo messo da parte quando eravamo al Governo sono stati presi e buttati nel calderone della Presidenza del Consiglio, che li ha utilizzati per le cose più svariate, per finanziare il comune di Palermo. Adesso potranno anche ritagliare 800 milioni per la banda larga e sarebbe un bene ma il fondo di impresa 2015 era molto più ampio e serviva a tutto l’ICT, in tutti i campi. invece hanno usato quei fondi e per altre cose. ..noi siamo il PD che mette al primo posto quest’operazione, che si può ancora finanziare con la gara per le frequenze, e anche gli emendamenti che stiamo per presentare li conterranno”. E’ una delle frasi con cui Pier Luigi Bersani a PDigitale: Non stop banda larga ha messo a nudo i ritardi del governo Berlusconi nel campo dell’ICT: “Qui o acceleriamo o perdiamo un treno proprio noi che avevamo dei punti di vantaggio! Adesso è ministro per lo sviluppo economico in conclamato conflitto d’interessi: si occupa di tutte le cose che hanno a che fare con i business. Ma è complicata anche la questione degli assetti, a partire da telecom, un’azienda molto ricondotta alla dimensione nazionale negli ultimi anni, con problemi ad avere prospettive d’investimento, con un azionariato complesso e singolare, è un impasse: né con né senza Telecom”.
Una lunga giornata con poche parole chiave: dare accesso ad internet a tutti, incentivare la diffusione della banda larga e dell’ultrabanda (quella dai 50 ai 100 MB) per fare dell’Italia un Paese ancora competitivo nel settore delle comunicazioni, per non finire in un vicolo cieco. Perché su internet e i nuovi media si gioca, oggi, la competitività dei Paesi. Questa la proposta/battaglia intrapresa dal Partito democratico ce dal Forum ICT presieduto da Paolo Gentiloni, che mette in guardia dal pericolo per l’Italia di rimanere indietro se, entro pochi mesi, non si farà qualcosa per incentivare e finanziare la realizzazione di una rete in fibra ottica che possa rendere possibile un’ampia copertura della banda larga anche nel nostro Paese. E Gentiloni, in questo senso, esorta a “lavorare tutti e insieme” per lo stesso obiettivo, al di là dei poli.
Il primo obiettivo del Pd è “garantire l’accesso alla banda larga a tutti i cittadini sbloccando il Piano del governo. Investire almeno una parte degli 800 milioni promessi, anche come contributo alla ripresa dell’economia. Eliminare il digital divide entro il 2012 affermando così la banda larga come servizio Universale”. Inoltre “assegnare con una gara ai nuovi servizi di tlc le frequenze liberate dalla transizione della tv dall’analogico al digitale come nel resto dell’Europa”
Intervistato da Giovanni Floris Bersani rilancia: “Nel grande business il capitalismo italiano raramente ha un azionariato che esprime una visione strategica, servirebbe una sponda almeno programmatica con il pubblico, come per l’energia elettrica. La stessa cosa che facevo da ministro con il programma Industria 2015: grandi investimenti pubblici per un obiettivo che finivano anche ad imprese che avevano nuovi progetti negli stessi settori”. E lega il tema all’attualità: “Ma che vuol dire cambiare la costituzione per dar libertà all’impresa?non ho mai sentito un imprenditore alzarsi e dire: la costituzione non ci fa lavorare. Serve a distrarre, se si vuol fare serve altro, senza scomodare la costituzione, ho riproposto un emendamento delle lenzuolate liberalizzatrici per la semplificazione, quello serve. Anche per la Rai sono preoccupato,, e quando vedo un’azienda portata ad andare contro se stessa che devo fare? Si danno soldi ai conduttori per andare via, si cancellano trasmissioni che vanno bene. La Rai va ricondotta a una logica d’azienda, e dico a Tremonti: te che parli di libertà d’impresa e sei azionista della Rai per favore dai libertà all’azienda tua e rispondi dicendoci cosa ne pensi. il servizio pubblico può avere una sola visione: quella di essere il posto della libertà, della creatività, la nave scuola della capacità, creando idee da far girare, rilanciando i talenti dell’arte, i giornalisti con la schiena dritta.”. Fresca di giornata la nomina di Aldo Brancher a ministro e Bersani attacca: “A che serve un ministro al federalismo? Ne abbiamo già 3-4 che se ne occupano tra Calderoli, Brunetta, Bossi - Fitto alle regioni…- spero non arrivino anche 3-4 sottosegretari”.
Ma allora perché si fatica a nominare il ministro dell’industria? Per Bersani i motivi sono almeno due: “Per problemi di equilibri nella maggioranza e perché quel ministero è in via di distruzione: via i fas, via la legislazione, via le risorse. E siamo un paese che da 10 anni cresce molto meno degli altri, tanto che siamo sotto la media del PIL pro-capite, convergiamo verso le economie più deboli per la prima volta. E siamo penalizzati su industrie e servizi, quel che ci serve di più?! Perdiamo 6 punti quando glia altri ne perdono 3, dovremo crescere il doppio per tornare dove eravamo. Ma fare una politica industriale è fare le reti, fare le liberalizzazioni, aiutare l’innovazione nelle piccole e medie imprese perché la globalizzazione chiede ora prodotti in tempo reali, senza magazzino, i fornitori servono in rete così’ da fare una fabbrica in 30 posti diversi, assumendo persone che sanno lavorare a questo, è l’innovazione in concreto. Dobbiamo aiutare le pmi che fanno fatica ad affacciarsi al mondo o fan fatica. e poi dobbiamo fare il mercato interno, non possiamo vivere di esportazioni. Succede però che da anni i consumi sono troppo bassi perché si toglie solo a chi ha di meno, ma un ricco non può mangiare più di 10 volte al giorno! Per anni si è fatta la distribuzione a rovescio, ora ne paghiamo il conto”.Poi si arriva al rapporto con il web: “Non c’è la contraddizione antico moderno, 20 milioni di persone girano su internet, 20 milioni guardano la tv generalista e un grande partito popolare deve avere strumenti e linguaggio per parlare a una società che cambia, internet è un luogo di libertà, di relazione e dobbiamo usarla di più, è sangue giovane da far circolare. Dobbiamo darci un programma che a partire dai gruppi dirigenti usi la rete per avere un ritorno, per affinare le proposte, un vero circuito di partecipazione. E poi troviamo luoghi dove la gente possa guardarsi all’altezza degli occhi, Obama ha usato meglio di tutti la rete ma poi 15o.000 volontari usavano la rete per andare casa per casa. Il PD sta cercando di recuperare i 10.000 amministratori locali, in gran parte tra 3° e 40 anni, li mettiamo in rete. lo stesso con i segretari di circoli. si può dire: perché non fare i circoli di rete? ci sono problemi per le elezioni ma le sperimentazioni le stiamo per fare”.
C’è spazio per la nuova legge anti intercettazioni e per le sue ricadute sulla rete: “E’ improprio abbinare la stampa a rete e blog, così come dobbiamo superare la legge Pisanu che parla di terrorismo. Attenzione, o si mette in circolo l’idea che la limitazione delle opinioni e delle informazioni sia un bene!Gli italiani sembrano preoccupati delle conseguenze sulle investigazioni, meno della libertà di stampa. E’ normale che le persone si preoccupino della privacy ma nella sostanza bisognerebbe individuare de responsabili della distruzione delle intercettazioni non necessarie. invece la destra ne ha fatto il pretesto per un’offensiva alle capacità d’indagine e alla stampa. io non mi fido, spesso han d etto che ci avrebbero ripensato, discutono non trovano l’accordo e tornano sui loro primi passi”. Tante el domande del pubblico in sala e all’imprenditrice che chiede quali servizi vanno sulla banda larga, altrimenti non si diffonderà mai realmente Bersani risponde con un prudente “sfatiamo il mito dell’uovo e la gallina. Dobbiamo sapere che è un’opportunità di crescita e usarla in prospettiva”. A chi gli chiede se ha un i-pad, qual è il suo rapporto con il web dice sorridendo che per ora l’i-pad se lo sogna, “mi incuriosisce, invece uso l’iphone a casa, google per la ricerca delle distanze, di siti di news, sulle mail, che controllo, però mi faccio aiutare che son tante”. Insiste sull’uso ella rete per migliorare la vita di tutti: “Io feci una battaglia senza successo per togliere il PRA perché con le tecnologie web si potrebbe fare in tabaccheria, e allo stesso modo si potrebbe usare il web per gli acquisti di beni e servizi per la PA. Invece ad opportunità enormi non si affianca la capacità di usarle”. E a chi gli chiede se la politica deve veicolare il messaggio della buona rete risponde: “Pensiamo ad un’agenda di investimenti, mettiamo sul tavolo la bontà delle tecnologie per le infrastrutture, quando è partita la telefonia mobile siamo diventati i campioni mondiali. il punto di partenza è una decisione politica più della buona pedagogia. Stiamo facendo una manovra da 24 miliardi quando son rientrati 105 miliardi di capitali scudati, che non possiamo toccar neanche nel redditometro. ..è possibile? Poi è difficile recuperare l’evasione, aiutare l’innovazione. E’ un guaio che siamo ancora al palo sulla rete di nuova generazione in fibra ottica: la banda larga è una delle poche prospettive che ha l’Italia per sostenere la crescita”.
E della nuova sfida alla banda larga si è parlato in una tavola rotonda moderata da Stefano Quintarelli e a cui hanno partecipato, oltre allo stesso Gentiloni, il presidente dell’Autorità garante delle comunicazioni, Corrado Calabrò, il presidente della Cassa depositi e Prestiti Franco Bassanini, il Presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici Stefano Pileri, il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti e il deputato del Pdl Luca Barbareschi.
Il punto su cui ci si è confrontati è l’urgenza di potenziare in Italia il sistema delle reti di prossima generazione. Come ha sottolineato Paolo Gentiloni, il nostro paese rischia di “perdere anche uno dei pochi vantaggi competitivi che ha finora avuto: il numero di accessi in banda larga da rete mobile”. L’ex ministro afferma ancora: “Una cosa da fare è distribuire con asta pubblica tutte quelle frequenze che sono state liberate dal passaggio dalla tv analogica a quella digitale. L’Italia è l’unico Paese dove non c’è una redistribuzione di queste frequenze, che potrebbero essere utilizzate per lo sviluppo di nuovi servizi di telecomunicazione e invece ancora oggi vengono concesse alla tv. Si ha la sensazione che siamo di fronte ad un governo televisivo che non ha ancora capito l’importanza del passaggio alle nuove reti di comunicazione”.
Un ragionamento che trova un favore bipartisan. Luca Barbareschi, del Pdl, non ha infatti avuto timore a denunciare un “dolo politico” di questa arretratezza tutta italiana. Dolo che, in gran parte, lo stesso Barbareschi attribuisce alla sua parte politica: “Romani che aspetta? – ha affermato il deputato Pdl – Abbiamo finanziato molte municipalizzate a Palermo che sono fallite nel giro di 24 ore e non troviamo i soldi per fare lo start up della banda larga?”. “Evidentemente – ha aggiunto Barbareschi – c’è qualcuno che lavora perché l’Italia rimanga un Paese vecchio, magari Publitalia”.
Il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, ha prima di tutto sottolineato che molti paesi, anche fuori dall’ Europa, stanno investendo tantissimo su internet veloce, sulla fibra ottica e sulla banda larga. Ha poi esortato ad un “balzo di mentalità” pur nel rispetto delle regole “inefficienti” dell’Unione europea nel settore delle comunicazioni. Per Calabrò puntare a dare la banda larga, entro pochi anni, al 50% della popolazione italiana non è segno di incoerenza ma, sottolinea il presidente di Agcom, ci vogliono delle regole e, soprattutto, “bisogna che ci mettiamo tutti insieme, che gli operatori di telecomunicazione si mettano insieme e che lo faccia anche il governo”. Per arrivare allo start up e al passaggio dalla rete di rame a quella in fibra ottica, hanno sostenuto Franco Bassanini e Stefano Pileri, servono almeno quattro precondizioni. Prima di tutto l’esistenza di un’unica rete e un’intesa tra gli operatori delle telecomunicazioni per utilizzare tutti la stessa rete. Secondo, come ha sostenuto anche Calabrò, regole stabilite dall’Agcom e costi fissi. Terza precondizione è la partecipazione degli enti locali. Quarto, sostiene Pileri, che il passaggio dalle reti di rame a quelle in fibra ottica avvenga entro cinque anni. Solo in questo modo, sottolinea Pileri, l’Italia avrebbe qualche speranza di essere ancora competitiva rispetto agli altri Paesi che già adesso stanno investendo tantissimi soldi sulle reti di nuova generazione.
Eppure dal governo, come ha sottolineato Nicola Zingaretti, finora ci sono stati solo passi indietro, con il mancato finanziamento a progetti che vadano verso la banda larga per tutti. Per il presidente della Provincia di Roma manca la volontà politica per attuare un progetto simile. La politica, per Gentiloni, “deve astenersi dal fare danni e deve capire l’importanza della faccenda” perché, sostiene, “come Paese siamo lì lì per fare un passo in avanti sulle telecomunicazioni e il ritardo che abbiamo accumulato finora non è incolmabile” anche se, avverte, “ci dobbiamo muovere in pochissimi mesi e in questo è necessario un contributo del governo”. A tal proposito Gentiloni ha ricordato che nel Cipe di maggio il governo ha stanziato 16 miliardi per le infrastrutture e che quindi, a livelli di costi, i 50/100 milioni che si propone di stanziare per le nuove reti di Tlc, sarebbero alla portata delle spese dello Stato. Il governo finora, sottolinea “non ha deciso finanziamenti nè per chi non ha internet veloce, nè per la banda ultralarga” mentre quello che serve ora è proprio “uno slancio dal governo”. Ma, sottolinea l’esponente del Pd, “ad oggi non abbiamo nemmeno un ministro del governo Berlusconi che si occupi di telecomunicazioni…”.

Marco Laudonio

 

 

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LA PRIMA VOLTA DELLE “FOIBE” AGLI ESAMI DI STATO

Inserito da casoledelsa il 23 Giugno 2010

Credo di fare cosa utile al dibattito riportare alcune considerazione sul uno dei temi proprosti all’esami di maturità di Italiano.

Bruno Melani

 

Per quanto riguarda il tema storico si propone la questione delle Foibe. Partendo dalla decisione di introdurre il Giorno del ricordo «al fine di conservare e ricordare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe» si chiede ai candidati di delineare la complessa vicenda del confine orientale soffermandosi in particolare sugli eventi tra il 1943 e il 1954.
È la prima volta che la questione delle Foibe viene affrontata in un tema della Maturità.
Ci pare il caso di offrire agli studenti (e non) qualche riflessione sulla vicenda delle Foibe e sull’uso politico che da un decennio se ne fa in Italia.
Articoli dello scrittore Predrag Matvejevic e degli storici Enzo Collotti e Giacomo Scotti
.Le foibe e i crimini che le hanno precedute
(15 marzo 2005)

 

Predrag Matvejevic, scrittore di Mostar, docente all’Università La Sapienza di Roma, interviene sulla questione delle foibe e del giorno del ricordo con un articolo pubblicato sul quotidiano fiumano Novi List.

Queste righe sono state scritte nel Giorno del ricordo in Italia, 10 febbraio 2005 – quel dispiacere lo condivido con molti cittadini di questo Paese. I crimini delle fosse e quelli che in esse vi sono finiti, ciò che le ha precedute e che le ha seguite, l’ho condannato da tempo - mentre vivevo in Jugoslavia, quando di ciò in Italia si parlava raramente e non abbastanza. Ho scritto pure sui crimini di Goli Otok, di cui sono state vittime molti comunisti, Jugoslavi e Italiani che erano più vicini a Stalin e Togliatti che al “revisionismo” di Tito. Ho parlato anche della sofferenza degli esiliati italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, dopo la Seconda Guerra mondiale – l’ho fatto in Jugoslavia, dove probabilmente era più difficile che in Italia. Non so di preciso quanti scrittori italiani ho presentato, che allora erano costretti ad andare via e quelli che sono rimasti: Marisa Madieri, Anna Maria Mori, Nelida Dilani, Diego Zandel, Claudio Ugussi, Giacomo Scotti, ecc. Non ricordo quanti articoli ho pubblicato sulla stampa delle minoranza italiana, poco conosciuta in Italia, così da poterla appoggiare, desiderando che fosse meno sola e meno esposta – e anche loro mi hanno appoggiato quando decisi di andarmene.

Le fosse, o le foibe come le chiamano gli Italiani, sono un crimine grave, e coloro che lo hanno commesso si meritano la più dura condanna. Ma bisogna dire sin da ora che a quel crimine ne sono preceduti degli altri, forse non minori. Se di ciò si tace, esiste il pericolo che si strumentalizzino e “il crimine e la condanna” e che vengano manipolati l’uno o l’altro. Ovviamente, nessun crimine può essere ridotto o giustificato con un altro. La terribile verità sulle foibe, su cui il poeta croato Ivan Goran Kovacic ha scritto uno dei poemi più commoventi del movimento antifascista europeo, ha la sua contestualità storica, che non dobbiamo trascurare se davvero desideriamo parlare della verità e se cerchiamo che quella verità confermi e nobiliti i nostri dispiaceri. Perché le falsificazioni e le omissioni umiliano e offendono.

La storia ingloriosa iniziò molto prima, non lontano dai luoghi in cui furono commessi i crimini. Prenderò qualcosa dai documenti che abbiamo a disposizione: il 20 settembre 1920 Mussolini tiene un discorso a Pola (non scelse a caso quella città). Annuncia: “Per la creazione del nostro sogno mediterraneo, è necessario che l’Adriatico (si intende tutto l’Adriatico, ndr.), che è il nostro golfo, sia in mano nostra; di fronte alla inferiorità della razza barbarica quale è quella slava”. Il razzismo così entra in scena, seguendo la “pulizia etnica” e il “trasferimento degli abitanti”. Le statistiche che abbiamo a disposizione fanno riferimento alla cifra approssimativa di 80.000 esuli Croati e Sloveni durante gli anni venti e trenta. Non sono riuscito a confermare quanti poveri siano stati portati dalla Calabria, e non so da dove altro, per poterli sostituire. Gli Slavi perdono il diritto, che avevano prima in Austria, di potersi avvalere della propria lingua sulla stampa e a scuola, il diritto al predicare in chiesa, e persino l’iscrizione sulla tomba. Le città e i villaggi cambiano nome. I cittadini e le famiglie pure. Lo Stato italiano estesosi dopo il 1918 non tenne in considerazione le minoranze e i loro diritti, cercò o di denazionalizzarli totalmente o di cacciarli. Proprio in questo contesto per la prima volta si sente la minaccia delle foibe. Il ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si attribuì l’appellativo vittorioso di “Giulio Italico”, scrive nel 1927: “La musa istriana ha chiamato con il nome di foibe quel luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell’Istria danneggiano le caratteristiche nazionali (italiane) dell’Istria” (”Gerarchia”, IX, 1927). Lo zelante ministro aggiungerà a ciò anche dei versi di minacciose poesie, in dialetto: “A Pola xe arena, Foiba xe a Pizin” (”A Pola c’è l’arena, a Pazina le foibe”). Mutuo questo detto da Giacomo Scotti, scrittore italiano di Rijeka.

Le “foibe” sono, quindi, un’invenzione fascista. Dalla teoria si è passati velocemente alla prassi. Il quotidiano triestino “Il Piccolo” (5.XI.2001) riporta la testimonianza dell’ebreo Raffaello Camerini che era ai lavori forzati in Istria, alla vigilia della capitolazione dell’Italia, nel luglio 1943: la cosa peggiore che gli successe fu prendere gli antifascisti uccisi e buttarli nelle fosse istriane, per poi cospargere i loro corpi con la calce viva. La storia avrebbe poi aggiunto a ciò ulteriori dati. Uno dei peggiori criminali dei Balcani fu di sicuro il duce ustascia Ante Pavelic. Jasenovac fu un Auschwitz in piccolo, con la differenza che in esso si facevano lavori perlopiù “manualmente”, ciò che i nazisti fecero “industrialmente”. E le fosse, ovviamente, furono una parte di tale “strategia”. Mi chiedo se anche uno degli scolari italiani in uno dei suoi sussidiari poteva leggere che quello stesso Pavelic con le squadre dei suoi seguaci più criminali per anni godette dell’ospitalità di Mussolini a Lipari, dove ricevette aiuto e istruzioni dai già allenati “squadristi” fascisti. Quelli che oggi parlano dei programmi scolastici in Italia e sul luogo delle foibe, non dovrebbero trascurare di includere anche questi dati. E anche altro vale la pena di ricordare: il governo di Mussolini aveva annesso la maggior parte della Slovenia insieme con Lubiana, la Dalmazia, il Montenegro, una parte della Bosnia Erzegovina, l’intera Bocca di Cattaro. A quel tempo, tra il 1941 e il 1943, di nuovo, furono cacciati dall’Istria circa 30.000 Slavi – Croati e Sloveni – e fu occupata la regione. Le “camicie nere” fasciste portarono a termine fucilazioni individuali e di massa. Fu falciata un’intera gioventù. I dati che provengono da fonti jugoslave fanno riferimento a circa 200.000 uccisi, particolarmente sulle coste e sulle isole. La cifra mi sembra che sia però ingrandita – ma anche se solo un quarto rispecchiasse la realtà, sarebbe già molto. In Dalmazia gli occupanti italiani catturarono e fucilarono Rade Koncar, uno dei capi del movimento, il più stretto collaboratore di Tito. In determinate circostanze hanno pure aiutato il capo dei cetnici serbi in Dalmazia, il pope Cuijic, che incendiò i villaggi croati e sgozzò gli abitanti, vendicandosi con gli ustascia per i massacri che avevano commesso contro i Serbi. Così da fuori prese impulso pure la guerra civile interna. A ciò occorre aggiungere l’intera catena dei campi di concentramento italiani, i più piccoli e i più grandi, dall’isoletta di Mamula nel profondo sud, davanti a Lopud nelle Elafiti, fino a Pago e Rab nel golfo del Quarnaro. Erano spesso stazioni di transito per la mortale risiera di San Sabba di Trieste, e in alcuni casi anche per Auschwitz o Dachau. I partigiani non furono protetti dalla Convenzione di Ginevra (in nessun luogo al mondo) così che i prigionieri furono subito fucilati come cani. Molti terminarono la guerra con gravi ferite, corporali e morali. Tali erano quelli in grado di commettere crimini come le foibe.

Non c’è nessun dato in nessun archivio, militare o civile, sulla direttiva che sarebbe giunta dall’Alto comando partigiano o da Tito: le unità di cui facevano parte molti di quelli che avevano perso i familiari, i fratelli, gli amici, commisero dei crimini “di propria mano”. Purtroppo, il fascismo ha lasciato dietro di sé talmente tanto male che le vendette furono drastiche non solo nei Balcani. Ricordiamoci del Friuli, nella parte confinante con l’Italia, dove non c’erano scontri tra nazionalità: i dati parlano di diecimila uccisi senza tribunale, alla fine della guerra. In Francia ce ne furono oltre 50.000. In Grecia non so quanti.

In Istria e a Kras dalle foibe sono stati esumati fino ad ora 570 corpi (lo storico triestino Galliano Fogar ne riporta persino un numero minore, notando che nelle fosse furono gettati anche alcuni soldati uccisi sui campi di battaglia, non solo Italiani). Oggi possiamo sentire la propaganda che su svariati media italiani fa riferimento a “decine di migliaia di infoibati”. Secondo lo storico italiano Diego de Castro nella regione furono uccisi circa 6.000 Italiani. Non serve aumentare o licitare quel tragico numero, come in questo momento sembrano fare i giornali italiani, con 30.000 o 50.000 uccisi. Bisogna rispettare le vittime, non gettare sulle loro ossa altri morti, come hanno fatto gli “infoibatori”.

Per ciò che riguarda invece i luoghi che tutti questi dati occupano nell’immaginario, non mi sembra che sia benvenuta la propaganda che come tale è diffusa dal film “Il cuore nel pozzo”, che in questi giorni è stato visto in televisione da circa 10 milioni di Italiani, pubblicizzato in un modo incredibilmente aggressivo. Nessuna testimonianza storica parla di una madre che i partigiani portano via dal figlio e poi la buttano nelle foibe! Questa è un’invenzione tendenziosa dello sceneggiatore. Il cinema italiano ha una eccellente tradizione nel neorealismo, una delle più significative di tutta la moderna cinematografia - non gli servono dei modelli simili al “realismo sociale”, dei film sovietici girati negli anni sessanta del secolo scorso. E nei preparativi, che in questi giorni sono stati organizzati, o nelle trasmissioni tv più guardate, sarebbe stato meglio se ci fosse stato qualche ministro che avesse, rispetto al fascismo, un diverso passato piuttosto che quelli che abbiamo visto in scena. Ciò sarebbe servito da modello e autenticità alle testimonianze.

La Jugoslavia non esiste più. Croati, serbi, sloveni e gli altri nazionalisti si compiacciono quando la destra italiana gli offre nuovi argomenti per accusare lo Stato che essi stessi hanno lacerato. (Ricordiamoci che il film è stato girato in Montenegro, nella Bocca di Cattaro, con un attore serbo che interpreta il ruolo del partigiano sloveno…) Così di nuovo si feriscono i popoli le cui cicatrici ancora non sono state medicate. È questo il modo migliore – in particolare se se allo stesso tempo si nasconde tanto quanto non corrisponde a verità? Perché, non c’è una qualche via migliore? Il dispiacere che condividiamo può essere reso in un modo più degno e nobile, la storia in modo meno mutilato e difettoso? Non è fino a ieri che vicino a Trieste passava la più aperta frontiera tra l’Oriente e l’Occidente, al tempo della guerra fredda e della grande prosperità della città di San Giusto? Gli Italiani e i Croati in Istria, in questi ultimi anni, non hanno forse trovato un linguaggio comune per opporsi al nazionalismo tudjmaniano molto più di quanto non sia stato fatto altrove in Croazia? E alla fine a chi serve questa strumentalizzazione di cui siamo testimoni?

Non siamo ingenui. Si tratta di una mobilitazione eccezionalmente riuscita del berlusconismo nello scontro con l’opposizione, con la sinistra e le sue relazioni col comunismo che, secondo le parole di Berlusconi, ha sempre e solo portato “miseria, morte e terrore”, e persino anche quando sacrificò 18 milioni di vittime di Russi nella lotta per la liberazione dell’Europa dal fascismo. Questa campagna meditata è iniziata 5-6 anni fa, al tempo in cui fu pubblicato “Il libro nero sul comunismo”, distribuito pubblicamente dal premier ai suoi accoliti. Essa è condotta, pubblicamente e dietro le quinte, abilmente e sistematicamente. Il suo vero scopo non è nemmeno quello di accusare e umiliare gli Slavi, ma danneggiare i propri rivali e diminuire le loro possibilità elettorali. Ma gli Slavi – in questo caso perlopiù Croati e Sloveni – ne stanno pagando il conto.

Esiste una sorta di “anticomunismo viscerale” che secondo le parole di un mio amico, il geniale dissidente polacco Adam Michnik, è peggio del peggiore comunismo. Il sottoscritto forse ne sa qualcosa di più: ha perso quasi l’intera famiglia paterna nel gulag di Stalin. Ma per questo non disprezza di meno i fascisti.

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Giù le mani dalle foibe
di Enzo Collotti

I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituito il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l’unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.
Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l’unico denominatore comune di appartenere tutte all’esplosione sino allora inedita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce - come fa il discorso del presidente Napolitano - a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.
La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.
Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d’Aosta) addirittura da prima dell’avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?
I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all’Italia il monopolio strategico ed economico dell’Adriatico. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.
Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l’origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell’educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.
I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento - di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari - centinaia di migliaia - che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?
La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.

il manifesto
11 Febbraio 2007
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L’Italia e le foibe.
No alla memoria unilaterale
di Giacomo Scotti

L’altro pezzo di verità, che la brava gente italiana spesso dimentica.
da il manifesto del 13 febbraio 2007

A giudicare dalla stampa slovena e croata che arriva a Trieste, i discorsi pronunciati in Italia per la «Giornata del ricordo», da quello del Capo dello Stato agli altri in centinaia di località, hanno destato interesse ma anche preoccupazione negli ambienti politici e nella popolazione della Slovenia e della Croazia, soprattutto in Istria. In questa regione, teatro degli eventi ricordati per le foibe e l’esodo, proprio in questi primi giorni di febbraio le associazioni della Resistenza e le famiglie delle vittime delle stragi fasciste e naziste, hanno commemorato le vittime di alcune stragi compiute nel febbraio 1944 dagli occupanti nazisti e dai collaborazionisti repubblichini italiani al loro servizio - militanti nella X Mas, nella Milizia Territoriale, nei reparti armati del Partito Fascista Repubblicano e in altre formazioni.

La «Giornata del Ricordo» del 10 febbraio, coincide dunque con anniversari altrettanto tragici e tristi per le popolazioni italiane, slovene e croate dell’Istria che, dopo una breve parentesi «partigiana» (dal 9 settembre ai primissimi giorni di ottobre 1943) conobbero l’occupazione nazista, l’annessione all’«Adriatische Kunstenland» tedesco e - soprattutto nei mesi di ottobre, novembre e dicembre del 1943 - un’interminabile serie di massacri di civili, di incendi di villaggi e di deportazioni. Con l’aiuto dei fascisti italiani i tedeschi diedero la caccia agli «infoibatori», ai combattenti della Resistenza, ai cosiddetti «badogliani» e a tutti coloro che gli si opponevano, massacrando nel giro di pochi mesi oltre 5.000 civili italiani e slavi e deportandone 12.000 nella sola Istria. Un’altra ondata di stragi e di distruzioni si ebbe nel febbraio-marzo-aprile 1944, sempre con la complicità e il sostegno dei fascisti italiani. Quello che la stampa slovena e croata rimprovera agli uomini politici italiani è il fatto che «la memoria italiana è una memoria selezionata»: è giusto rievocare le tragedie delle foibe e dell’esodo, ma perché - si chiedono il Novi List di Fiume, il Vjesnik di Zagabria, la Slobodna Dalmacija di Spalato, il Delo di Lubiana ed altri - non si ricordano i venti anni di persecuzioni fasciste contro gli slavi in Istria e le stragi in Montenegro, Dalmazia e Slovenia sotto l’occupazione dell’esercito italiano dall’aprile 1941 all’8 settembre 1945? Perché non si ricordano le vendette compiute «dopo le foibe del settembre 1943», nel litorale adriatico?

Il pubblicista e storico zagabrese Darko Dukovski, intervistato dal Novi List ha duramente condannato i «crimini della rivoluzione» riconoscendo che «la storia delle foibe è strettamente collegata alla storia dell’esodo degli italiani dall’Istria e da Fiume», aggiungendo che «una delle conseguenze delle foibe fu l’esodo e, quindi, lo stravolgimento della fisionomia etnica dei territori ceduti dall’Italia alla Jugoslavia col trattato di pace. Il che non significa, però, che fascisti e non fascisti furono gettati nelle foibe per stravolgere la fisionomia etnica della regione». Anche perché, sloveni e croati che pure finirono nelle foibe furono dieci volte più numerosi degli italiani. «Si offende la verità - continua lo storico - quando da parte italiana, oggi, si parla di genocidio e di pulizia etnica. Si tratta del tentativo di falsificare la verità storica, di presentare il movimento resistenziale croato e sloveno come criminale». Dukovski cita - senza però relativa data - un documento fascista: il tenente della Mvsn Domenico Motta che in una relazione segreta alla questura di Pola affermò che gli insorti istriani, nella prima metà di settembre 1943 avevano «liquidato» per lo più segretari del Fascio, podestà ed altri gerarchi insieme a innocenti vittime di vendette personali. E Conclude il suo intervento (due paginoni del quotidiano) difendendo le posizioni del presidente croato Stjepan Mesic. Affermando che «la vendetta delle foibe posta in atto dagli insorti-partigiani istriani» nel settembre 1943 ma anche nell’immediato dopoguerra, «non giustifica i crimini: le foibe restano un crimine ingiustificabile»; infine afferma che, «le ricerche devono continuare e bisognerà continuare a trattare questa tematica ma con obiettività, restituendola agli storici; purtroppo - sono certo che la verità e l’obiettività continueranno ad essere calpestate dai politici fino a quando le foibe e l’esodo serviranno a raccogliere consensi politici e voti. Il crimine non può essere dimenticato, deve essere ammonimento alle future generazioni, ma bisogna ricordare i crimini compiuti da ambo le parti».

Più o meno questa è la posizione degli osservatori croati e sloveni: sarebbe ora che i responsabili politici in Croazia e Slovenia riconoscessero apertamente, pubblicamente, le stragi compiute in Istria nel settembre 1943, a Zara e Fiume, a Trieste e Gorizia e dintorni nell’immediato dopoguerra da parte delle truppe jugoslave; non si deve però parlare di odio anti-italiano, perché migliaia di soldati italiani furono aiutati dai partigiani e civili croati e sloveni a salvarsi dai tedeschi. Gli eccidi che portarono alla morte o alla scomparsa si circa diecimila fascisti e non fascisti furono crimini e basta, non prodotto di odio anti-italiano. Al tempo stesso sloveni e croati chiedono che anche da parte italiana, e al più alto livello, ufficialmente, vengano riconosciute e condannate le stragi compiute dai fascisti e dall’esercito italiano in Montenegro, Dalmazia, Croazia e Slovenia dall’aprile 1941 all’inizio di settembre 1943, e le stragi dei repubblichini al servizio dei nazisti dall’ottobre 1943 a fine aprile 1945 sul «Litorale Adriatico». Solo così si potrà costruire una memoria condivisa.

 

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Imprese. Che c’entra l’art. 41 della Costituzione?

Inserito da casoledelsa il 21 Giugno 2010

Imprese. Che c’entra l’art. 41 della Costituzione?
Quella norma, votata da Einaudi e Togliatti, non mette “lacci e lacciuoli”. Se proprio si vuol cambiare la Carta allora guardiamo agli esempi europei
di Augusto Barbera

Berlusconi e Tremonti vogliono liberare le imprese da quei “lacci e lacciuoli” che frenano la ripresa delle attività produttive? In linea di principio (salvo verifiche sul campo) ottima idea ma che c’entra l’art. 41 della Costituzione messo sotto accusa ancora ieri nella assemblea di Confartigianato?

Si tratta di una norma che fu approvata avendo ben presente due esigenze: la libertà di impresa e i necessari controlli pubblici volti a tutelare “fini sociali”, “sicurezza, libertà e dignità ” delle persone. Si esclusero sia le suggestioni collettiviste accarezzate dai comunisti sia i possibili eccessi liberisti. Un compromesso alto che diede vita a una disposizione volutamente elastica lasciando agli indirizzi politici delle maggioranze di governo di spingere di più o verso la piena libertà di impresa o verso i controlli pubblici. Una norma voluta e votata sia dal liberale Einaudi che dal comunista Togliatti (tra l’altro fu respinto da Ruini un emendamento Einaudi ancora più restrittivo). Una norma forse con un linguaggio un po’ vetusto (non si parla espressamente né di mercato né di concorrenza) ma che non ha impedito l’ingresso della normativa comunitaria a tutela della concorrenza fino alle norme antitrust dell’inizio degli anni novanta.

Questa maggioranza ritiene che si debba liberalizzare o comunque sospendere per qualche anno alcuni di questi vincoli? Lo faccia! Non troverà nell’art. 41 della Costituzione nessun ostacolo. Se i giuristi del Governo avranno la pazienza di esaminare la giurisprudenza della Corte costituzionale scopriranno che mai l’art. 41 ha consentito di affossare norme liberalizzatrici mentre, all’opposto, ha consentito più volte di espungere dall’ordinamento norme limitative della libertà di impresa.

Dove invece si troverebbero degli ostacoli ? Trattandosi non solo di vincoli contenuti in leggi statali ma soprattutto di vincoli contenuti in leggi e normative regionali e comunali gli ostacoli verrebbero invece dalle norme “federaliste” contenute nel Titolo V della Costituzione. La tanto vituperata Corte costituzionale - lo ripeto - non ha mai dichiarato incostituzionali leggi statali liberalizzatrici per violazione dell’art. 41 mentre spesso ha dovuto invocare il rispetto del Titolo V da parte di leggi statali invasive di autonomie (non poche volte) ipergarantite.

Avanzo un duplice sospetto. Il primo: che si voglia attirare in un tranello il partito democratico accusandolo di conservatorismo. Il secondo (ma sarebbe una tattica più raffinata) che si metta sotto accusa l’innocente art. 41 per non puntare il dito sul più imbarazzante Titolo V della Costituzione. Ci sarebbero, in questo caso, problemi con la Lega? Può darsi; eppure nella precedente legislatura questa stessa maggioranza aveva previsto nel progetto Calderoli una “clausola di supremazia ” della legge statale su quelle regionali. Riprenda quel progetto, approvi le leggi liberalizzatrici e lasci in pace l’art. 41.

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Il RICATTO di Pomigliano e i DIRITTI dei lavoratori.

Inserito da casoledelsa il 21 Giugno 2010

Perchè sono al fianco della FIOM e dei lavoratori Fiat di Pomigliano.

 

Domani a Pomigliano si consumerà un gravissimo attacco ai diritti costituzionali dei lavoratori.

Vorrei partire ricordando alla Fiat quanti aiuti di Stato ha avuto in questi decenni. Pensiamo al “massacro” dell’Alfa Romeo che personalmente ho vissuto come rappresentante sindacale. Anche allora migliaia di lavoratori vennero svenduti per un futuro migliore, un rilancio dell’azienda. Basta andare oggi ad Arese e rendersi conto di che grande “inganno” fu quello.

Oggi ridurre la questione Pomigliano ad una gara ad inviti all’assunzione di responsabilità paiono tentativi di nascondere il problema. Assicurare il rispetto delle regole da parte di tutti e rilanciare l’occupazione nel sud può passare per la riduzione dei diritti, la messa in discussione un principio costituzionale come il fatto del diritto di sciopero è individuale e non del sindacato? Il Governo dov’è ? Il Ministro Sacconi parla di deroga e di accordo che fanno da esempio!!!

L’accordo che ha proposto la FIAT è pericoloso perché lede i diritti basilari dei lavoratori, non si può chiedere alla gente con un referendum se preferiscono il posto di lavoro o i diritti, questa è una falsa domanda. A Pomigliano si scontra l’esigenza dell’occupazione con l’arretramento dei diritti dei lavoratori. E’ UN RICATTO!.

 

Un operaio “Francesco” dice “ Martedì voterò SI al referendum per l’accordo sullo stabilimento Fiat di Pomigliano. E’ vero sono schifato dal ricatto a cui ci hanno portato questi signori ben vestiti, ben pasciuti, ben educati, ben istruiti. E’ un ricatto vomitevole, ne sono consapevole, ma firmerò lo stesso per il SI, perché questo SI per me vorrà dire tornare a lavorare, finire di un numero assistito e tornare a far parte della comunità dei lavoratori, finalmente tornerò ad essere un operaio”.

Tutto questo avviene mentre il Ministro Tremonti va all’attacco dell’art. 41 e il leader della CGIL Guglielmo Epifani si augura la partecipazione al voto e un successo del “Si”.

 

Sono d’accordo con Nichi Vendola: che a Pomigliano si  costruisce il cimitero della Costituzione

Sono d’accordo con la FIOM: sui diritti dei lavoratori bisogna essere intransigenti

                   Bruno Melani  PD Casole d’Elsa

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A Casole dibattito sulla legge 157/92 Caccia

Inserito da casoledelsa il 18 Giugno 2010

Riforma LEGGE 157/92 sulla caccia. Quali proposte dalla  TOSCANA ?”

 

Questo è il titolo di un dibattito pubblico che si svolgerà Lunedì 21 Giugno ore 21.15 a Casole d’Elsa, presso il Centro Congressi – Via Casolani, organizzato dai  Circoli della Val d’Elsa del Partito Democratico e di Sinistra Ecologica Libertà .

La Toscana, con orgoglio ma senza saccenza, ritiene di aver dimostrato, con la riforma della propria legge regionale, che cambiare si può e che migliorare è possibile. L’iniziativa metterà quindi a confronto proposte per costruire un nuovo futuro per l’affermazione di una caccia ecocompatibile.

Interverranno : On. Susanna Cenni (Commis. Agricoltura Camera Dep.); Massimo Logi  (Pres. Reg. Arci Caccia); Alessandro Fulcheris  ( Pres. Reg. Libera Caccia ); Mauro Neri   ( Pres. Prov. FederCaccia ); Dopo gli interventi del pubblico, le conclusioni saranno affidate a  Marco Spinelli (Consigliere Regionale Toscana).

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