ANCHE CASOLE AVRA’ LA SUA GENERAZIONE DEMOCRATICA

Inserito da casoledelsa il 27 Febbraio 2009

(Claudia Rumachella)

ANCHE CASOLE AVRA’ LA SUA GENERAZIONE DEMOCRATICA

 

 

Anche Casole D’Elsa insieme a Poggibonsi, Colle di val D’Elsa, Radicondoli, San Gimignano, Monteriggioni, Castellina in Chianti e Radda in Chianti, ha aderito alla costituzione del nuovo CIRCOLO DI GENERAZIONE DEMOCRATICA DELLA VALDELSA, che avrà come coordinatore Francesco Cigna.

Il circolo di Generazione Democratica di Casole è ancora tutto in fase di costruzione, componenti e promotori di questo movimento sono attualmente: Claudia Rumachella,Claudio Fontanelli,Sara Sammicheli,Alice Angioletti e Alice Grassi, ma tutti noi ci auguriamo, anche in vista delle prossime elezioni amministrative, di diventare molti di più; questo sarà possibile anche grazie all’aiuto di tutti i ragazzi degli altri comuni aderenti che ci affiancheranno nel lavoro, infatti la costruzione di un circolo della Val D’Elsa è nato anche con l’obbiettivo di dar supporto alle realtà più piccole (come la nostra) che non avrebbero altrimenti in alcune situazioni né le capacità né le possibilità;l’idea è stata quella di creare un intreccio capillare tra i giovani dei diversi comuni, un raggruppamento di forze che ci permetterà di lavorare in sintonia con l’obbiettivo comune di costituire una grande forza politica giovanile che sia lo specchio delle esigenze e dei disagi di tutti i giovani valdelsani; l’impegno è anche quello di creare diversi metodi di aggregazione e condivisione con l’organizzazione di eventi e manifestazioni.

Generazione Democratica è nata dall’idea di dar corpo al progetto politico di unire i giovani italiani attorno al simbolo e ai valori del Partito Democratico. Per questo, noi, giovani democratiche e democratici, diamo vita alla più grande organizzazione politica giovanile italiana, una grande organizzazione moderna, che sia il sogno e l’approdo che migliaia di ragazzi e ragazze perseguono da tempo. Un’organizzazione politica autonoma ed affiancata al partito Democratico, in cui finalmente ciascuno si senta a casa, e non ospite di una carovana perennemente in transizione. Un corpo ampio e solidale di iscritti, militanti, simpatizzanti, semplici sostenitori, che svolga, nell’interesse generale, la funzione di rappresentare i giovani italiani che credono nel progresso della civiltà e della scienza, nella ragione, nella pace tra gli uomini e le nazioni, nel valore del lavoro e nella sua difesa, nei diritti umani e civili, nella libertà, nella difesa degli ultimi, dei meritevoli, nella democrazia e nel mercato, nella costruzione di un mondo più equo ma anche e soprattutto più vivibile, da lasciare a chi verrà dopo. Costruire un mondo migliore è l’aspirazione primaria che nutre l’impegno politico: cambiare la realtà partendo dalla propria strada o dal proprio quartiere.

Ci auspichiamo che gran parte della nuova generazione che abita il presente abbia voglia di mettersi in gioco, di essere generazione di governo, di scrivere un pezzo importante di storia della nostra comunità, di rifiutare il nulla, il poco e il meno peggio,di scegliere il coraggio, la partecipazione, il confronto di essere, insieme a noi, coloro che cambiano l’Italia. Di essere insieme a noi, Generazione Democratica.

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FRANCESCHINI CHIAMA ELISA MELONI ALLA SEGRETERIA NAZIONALE DEL PARTITO DEMOCRATICO

Inserito da barbara il 26 Febbraio 2009

26-02-2009

Con Elisa Meloni, ci sarà anche un pezzo di Siena nella segreteria nazionale del Partito democratico, guidato da Dario Franceschini e composta da: Vasco Errani, Sergio Chiamparino, Fabio Melilli, Maurizio Martina, Federica Mogherini, Giuseppe Lupo e Maurizio Migliavacca. Elisa Meloni, attuale segretario provinciale del Pd della Provincia di Siena, ha trentuno anni, è laureata in giurisprudenza, è mamma di una bimba di diciotto mesi ed è uno dei componenti più giovani della squadra di Franceschini. Per lei, in pochi mesi due record: essere la prima donna a guidare la maggiore forza politica del centrosinistra senese, oggi rappresentata dal Partito Democratico ed essere l’unica senese ad essere stata chiamata a ricoprire un ruolo, di così tanto rilievo, nella segreteria nazionale di un partito.”La decisione di Franceschini - afferma Elisa Meloni - mi ha profondamente sorpresa e mi carica di una grandissima responsabilità non solo personale ma anche per tutto il Partito della provincia di Siena, che rappresento e al quale devo la mia presenza nella segreteria nazionale. Io metterò tutto quello che ho imparato, stando sul territorio, ascoltando i bisogni delle persone e cercando di dare a questi risposte con la nostra proposta programmatica nella quale credo e che voglio affrontare con tutto il mio entusiasmo e la mia energia. Ringrazio prima di tutto Dario Franceschini per la grandissima opportunità che mi ha offerto. Sabato scorso ho votato per la sua elezione a segretario, condividendo tutti quei passaggi del suo intervento nei quali afferma la necessità ‘di ribadire l’irrinunciabile principio sacro della laicità dello stato; di un partito radicato con i circoli che parlano del proprio territorio; del rigore morale e della formazione di gruppi dirigenti che vadano oltre gli ex Ds - ex Margherita’. Io sono convinta che il radicamento sia fondamentale per far crescere il Pd come un albero robusto dalle radici forti. In provincia di Siena abbiamo dimostrato che tutto questo è possibile e oggi possiamo contare su 130 circoli, su oltre 10 mila iscritti e su circa mille giovani che hanno dato vita a Generazione democratica. Questo è il nostro capitale umano e politico, che abbiamo costruito, tutti insieme, con fatica e con sacrificio. Non è stato semplice ma l’interesse generale e la voglia di andare avanti, hanno prevalso sulle logiche di potere e sui tentativi di tornare indietro”.

“Domani - afferma Meloni - è prevista la prima riunione della segreteria nazionale e credo che Dario Franceschini ci metterà subito al lavoro per affrontare, al meglio, i prossimi cento giorni che ci separano dalle elezioni europee e dalle amministrative. Noi mettiamo come priorità quella di occuparci delle persone oggi in difficoltà, di parlare della crisi, costruendo un’opposizione propositiva, ma dura e intransigente nei confronti del governo. Io cercherò di portare il mio piccolo contributo e soprattutto l’esperienza conquistata sul campo, in una delle più importanti capitali del Pd. Ci vorrà coraggio, tanta voglia di mettersi al servizio dei territori ma soprattutto tanta voglia di tornare ad ascoltare quello che le persone cercano di dirci, da troppo tempo, e che in questi mesi non siamo riusciti a captare. Se vogliamo essere un partito di prossimità, ci vogliono scelte concrete che dimostrino, una volta per tutte, che è possibile cambiare, partendo dai fatti e non dalle parole. Io ce la metterò tutta”.

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Pd, l’Assemblea ha scelto l’orgoglio e la speranza

Inserito da casoledelsa il 22 Febbraio 2009

di EUGENIO SCALFARI, Repubblica, Domenica 22 Febbraio 2009

IL GIORNO dopo le sue dimissioni da segretario del Partito democratico tutti i giornali aprirono la prima pagina con il titolo: “Veltroni si dimette e chiede scusa”. Titolo ineccepibile perché nel suo discorso di addio domandò scusa almeno tre volte, all’inizio, alla metà e ancora alla fine.

Chiese scusa e ringraziò. Prese su di sé tutta la responsabilità dell’insuccesso, anzi degli insuccessi. Aggiunse: “Non ce l’ho fatta”. E questa è stata l’impressione ricevuta dai lettori, gran parte dei quali si limita a sfogliare leggendo i titoli e scorrendo velocemente i testi.

Ma chi ha letto o ascoltato quel discorso sa che c’era molto di più delle scuse e dei ringraziamenti. Non era affatto l’addio di chi ripiega la bandiera e se ne va. Era un discorso di rilancio del partito, che forniva ai successori la piattaforma politica e programmatica dalla quale ripartire. Quella già indicata al Lingotto dell’ottobre 2007, allora accolta da tutti, dentro e fuori del Pd come una forte discontinuità rispetto al passato ed una suggestiva apertura verso il futuro.

Veltroni ha spiegato dal suo punto di vista perché quell’inizio così promettente è poi andato declinando giorno dopo giorno. Lasciamo pure da parte la guerriglia che si è quasi subito scatenata contro di lui e sulla quale lui stesso ha avuto il buongusto di non insistere. C’è stato un suo errore caratteriale da lui stesso ammesso: la mediazione per tenere insieme a qualunque costo le varie anime del partito. Forse è meglio dire i vari pezzi del partito: laici e cattolici, socialisti e moderati, tolleranti e intransigenti, puri e duri e pragmatici.

Veltroni ha impiegato gran parte del suo tempo a cercare punti di sintesi che erano piuttosto cuciture fatte col filo grosso, con la conseguenza che quei vari pezzi e quelle varie ispirazioni e provenienze sono rimaste in piedi senza dar vita ad una cultura nuova e unitaria. Con un’aggravante: nel Sud le classi dirigenti locali, fatte alcune rare eccezioni, hanno un basso livello etico e politico, non sono gattopardi ma volpi e faine. In tutti i partiti e in tutti i clan. A destra, al centro e a sinistra. Con frequenti mutamenti di casacche secondo le convenienze del momento e del luogo.

Questo è stato l’errore di Veltroni, ammesso da lui stesso. Francamente non saprei trovarne un altro, ma questo è certamente di notevole rilievo. Il programma c’era ed è adeguato alle contingenze attuali. La linea politica c’era e anch’essa è tuttora adeguata. Le critiche politiche e programmatiche formulate da D’Alema nella sua importante intervista rilasciata l’altro giorno al nostro giornale ci sembrano prive di consistenza. Quella che è mancata è stata la leadership. Gli era stata data da tre milioni e mezzo di elettori alle primarie di quell’ottobre, ma lui non l’ha usata.

Le dimissioni sono giunte inaspettate ma hanno avuto un effetto dirompente: hanno coinvolto l’intero gruppo dirigente, quello che dentro e fuori dal Pd è stato battezzato l’oligarchia, cioè il governo di pochi. Dopo aver impiegato sedici mesi per tenerla unita, in un colpo solo le dimissioni del segretario l’hanno delegittimata e spazzata via tutta insieme. Fuori lui e fuori tutti. Il partito c’è ancora, la necessità di una forza politica riformista di sinistra esiste più che mai, ma il gruppo dirigente non c’è più, non ha più legittimazione.

Ci sono singoli individui apprezzabili per la loro onestà intellettuale, il loro coraggio, la loro biografia, utilizzabili in quanto individui. Come personale di governo, se e quando l’eventualità di un governo di centrosinistra si materializzasse. Ma non più come gruppo politico dirigente. Veltroni si è dimesso e ha dimissionato l’oligarchia. Non so se ne sia stato consapevole ma questo è ciò che è accaduto.

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Ci hanno spiegato che il congresso su due piedi tecnicamente è impossibile, si farà ad ottobre come previsto. Ci hanno spiegato che anche le primarie immediate sono, se non impossibili, tecnicamente difficili, i candidati non avrebbero neppure il tempo di presentarsi ai loro elettori come avviene in tutte le primarie serie, specie per i candidati nuovi, cioè non provenienti dal vecchio gruppo dirigente.

Ma c’è soprattutto una ragione politica che ha sconsigliato le primarie immediate. Per almeno un mese il partito avrebbe dovuto ripiegarsi su se stesso e un altro mese sarebbe poi passato per insediare il nuovo segretario. Significa che fino a maggio il partito sarebbe di fatto stato senza una guida e quindi in piena anarchia.

Nel frattempo la vita politica e parlamentare proseguirà, sarà necessario decidere come fronteggiare la crisi economica che proprio tra marzo e maggio raggiungerà il suo culmine, quale sarà l’atteggiamento del Pd sui temi della sicurezza, della riforma della giustizia, del testamento biologico, del referendum; bisognerà designare migliaia di candidati alle elezioni amministrative e formare le liste per le elezioni europee, organizzare la campagna elettorale che culminerà nell’”election day” del 6 giugno.

Un lavoro immane, impossibile da svolgere con un partito privo di fatto di guida politica. Era pensabile una soluzione di questo genere? O si trattava di un “cupio dissolvi” verso il quale il cosiddetto popolo di sinistra poteva precipitare? Bertinotti ha ravvisato un parallelismo tra la crisi che ha già dissolto la sua sinistra e quella che si profilava nella sinistra riformista. La previsione è stata per fortuna scongiurata dai riformisti e la ragione ha prevalso su precarie emotività.

Così è avvenuto con il voto dell’assemblea che a larghissima maggioranza ha scelto la soluzione Franceschini per colmare il vuoto lasciato dalle dimissioni di Veltroni. È una scelta di continuità oppure di rottura rispetto alla fase conclusa l’altro ieri?

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Il nuovo segretario proviene dall’ala cattolica del Pd, è stato fin qui il numero due del partito condividendo con Veltroni la linea politica e la gestione. Tuttavia il suo discorso all’assemblea di ieri non è stato di continuità ma di rottura. Si è impegnato ad azzerare tutti gli incarichi al centro e alla periferia. Ha preso una posizione decisamente laica sul tema scottante del testamento biologico.

Per lui questa scelta non è inconsueta: fu il promotore e il primo firmatario del documento pubblicato un anno fa, sottoscritto dalla quasi unanimità dell’ala cattolica impegnata nel Pd, che rivendicava la piena autonomia delle scelte rispetto alla precettistica della gerarchia ecclesiastica. Una linea che cominciò da De Gasperi e proseguì fino ad Aldo Moro e poi a De Mita. Del resto nessuno meglio di un cattolico democratico può accollarsi la responsabilità di difendere la laicità dello Stato, la libertà dei cittadini e la loro eguaglianza di fronte alla legge anche se sostenendo questi principi ci si discosta dalle posizioni dei Vescovi e del Vaticano.

Vedremo in che modo il nuovo segretario adempirà agli impegni presi di fronte all’assemblea che lo ha eletto. Dovrà servirsi della sua oggettiva debolezza politica per farne una forza. Se ci riuscirà avrà come premio il merito di consegnare al futuro congresso un partito che ha superato una “tempesta perfetta” senza implodere nell’anarchia e nello sconforto. Questo è il suo compito ma per svolgerlo avrà bisogno del sostegno della base, soprattutto dei nuovi dirigenti che dovrebbero emergere durante questi mesi di procellosa navigazione.

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Nel frattempo Casini è uscito dal fortilizio che ha difeso finora con tenace volontà e si è lanciato in una guerra di movimento. La situazione dal suo punto di vista gli è favorevole dopo il successo in Sardegna della sua lista apparentata con Berlusconi. Il Pd è in crisi e una parte dell’ala cattolica propugna da tempo un’alleanza con l’Udc non escludendo una possibile scissione.

Ma tra il dire e il fare ci sono tuttavia molti ostacoli. Il primo sta nel fatto che Casini non ha alcun interesse a stipulare un’alleanza nazionale col Pd, che è pur sempre un partito con un seguito molto più numeroso del suo. Alleanze locali laddove siano vincenti sì, ma un patto di unità d’azione nazionale certamente no.

L’obiettivo di Casini è di fare un grande partito centrista che assembli i moderati del Pd e i liberali del Pdl. Grande rispetto all’attuale Udc che ottiene il 10 per cento nei luoghi in cui si allea con Berlusconi ma ritorna al suo 5-6 quando va da sola. L’obiettivo di Casini dovrebbe portare il suo partito di centro verso un consenso a due cifre, oltre il 10 per cento, in una forchetta da lui auspicata tra il 12 e il 15. Il modello che ha in mente è quello di Kadima, il partito israeliano fondato da Sharon e ora guidato da Tzipi Livni, che ha frantumato il Labour ed ha ottenuto alle recentissime elezioni una discreta affermazione in un quadro che registra un massiccio spostamento verso la destra e l’estrema destra dell’opinione pubblica di quel paese, con alcune punte dichiaratamente razziste.

Il quadro politico italiano non è paragonabile a quello di Israele, tuttavia il riferimento a Kadima lo fanno esplicitamente Casini e Buttiglione. Qualche ragione ci sarà. Lo schema mentale di Casini è quello d’un partito di centro cattolico, moderato e liberale che alimenti il cosiddetto regime dei due forni e cioè tre partiti sulla scacchiera, uno a destra, l’altro a sinistra un terzo al centro e quest’ultimo come ago della bilancia che decida quando e con chi di volta in volta allearsi. Non a caso questo schema, quest’ipotesi di lavoro è sostenuta da gran parte dei “media” che danno voce a interessi forti la cui moneta è rappresentata dallo scambio dei favori e dalla reciproca protezione.

Nei mesi che ci stanno alle spalle abbiamo assistito ad una campagna di delegittimazione sistematica nei confronti di Veltroni e del Pd, rei di non piegarsi a sufficienza alla connivenza con il centro e con la destra. Veltroni ha commesso un errore e l’abbiamo già indicato, ma ha resistito a quella pressione che però ha infine raggiunto l’obiettivo che perseguiva ottenendo il suo ritiro. Non è tuttavia riuscita a far implodere il Partito democratico e personalmente mi auguro che non ci riuscirà.

La politica dei due forni d’altra parte è irrealizzabile per una decisiva ragione. Essa presuppone che i due forni, cioè i due piatti della bilancia, siano solidi e di forza equivalente. Quello di destra è in realtà fortissimo, almeno fino a quando il populismo di Berlusconi farà presa sulla maggioranza degli elettori. Quello di sinistra è fragile, alla ricerca di una identità nuova che superi le storie antiche e ormai inservibili. Senza una sinistra salda non esiste l’ago della bilancia perché non esiste la bilancia. Ci sarebbe soltanto un centro aggregabile alla destra o relegato al margine della scacchiera. La sinistra scomparirebbe in una palude di sabbie mobili lasciando senza rappresentanza politica una massa di ceti sociali privi di poteri di negoziazione e inchiodati ad un rapporto perverso tra padroni e servi. Con una regressione sempre più rapida della Chiesa verso un ruolo lobbistico colluso con un governo di atei devoti.

Con l’elezione del nuovo segretario del Pd comincia l’ultimo atto di un percorso accidentato ma forse più consapevole e più partecipato. È auspicabile per la democrazia italiana che da qui si riparta con nuova lena e intatte speranze.

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Riflessioni democratiche

Inserito da casoledelsa il 20 Febbraio 2009

 

 

 

Non è facile trovare le giuste parole per esprimere il rammarico, la delusione, la tristezza che le dimissioni di Walter Veltroni da segretario nazionale del Partito Democratico hanno suscitato dal pomeriggio di martedì 17 febbraio. Oggettivamente sono ore, giorni difficili da affrontare e da interpretare per tutti i democratici qualunque sia la loro provenienza geografica e qualunque il loro ruolo all’interno del nostro partito.

Con il suo gesto ed il suo accorato discorso di ieri, mercoledì 18 febbraio, Walter Veltroni ha dato a tutto il gruppo dirigente del Partito Democratico, che forse non l’ha sostenuto fino in fondo come lui si sarebbe auspicato, una grossa lezione di coraggio e umanità, assumendosi la responsabilità di un progetto di grande respiro ed innovazione, che non ce l’ha fatta a decollare e a darsi la giusta identità: a parlare alle masse ed ascoltarle, intercettando le vere aspirazioni e necessità dell’elettorato.

Il progetto del Partito Democratico, in cui Walter Veltroni ha dimostrato di credere come nessun altro, è ancora valido, è ancora il progetto politico di più ampio respiro di tutto lo scenario italiano, se non europeo: la creazione di un grande partito riformista con vocazione maggioritaria, che porti al suo interno la voglia e la cultura di governare questo Paese. Soprattutto un progetto politico PER qualcosa, non CONTRO qualcuno. PER cambiare l’Italia e rimetterla al passo con le grandi economie del mondo, PER una sinistra che ha bisogno di abbandonare gli schemi e i distinguo del passato, che deve voltare pagina rispetto al Novecento, PER la creazione della grande casa del riformismo italiano ed europeo.

Abbiamo avuto varie volte in questi anni ed in questi mesi la dimostrazione che la sinistra italiana deve avere una sua propria e moderna identità, non deve essere un agglomerato di liste CONTRO una destra palesemente inadeguata a governare questo Paese, ma deve dimostrare di esserne una forte e seria alternativa di governo. Ed in questo progetto il Partito Democratico non può essere il vinavil che tiene insieme una compagine variegata, non è così che ci si può aspettare di parlare all’Italia con la vocazione cui accennavamo sopra.

A questo punto quello che tutti, dai vertici nazionali, alla base, dobbiamo fare è non disperdere il grosso patrimonio politico, culturale ed umano che Veltroni ci lascia: dobbiamo andare avanti ed avere il cuore, il coraggio e la generosità per rompere gli schemi interni che frenano la nostra voglia di cambiamento e di innovazione.

Il tempo non è stato certo d’aiuto al nostro segretario uscente: 16 mesi sono oggettivamente pochi per la creazione e la realizzazione di un progetto di tali dimensioni ed aspirazioni. Il progetto del PD, nel quale abbiamo fortemente creduto non può fermarsi, non vogliamo tornare ai tempi in cui la sinistra era frammentata in tante piccole formazioni che hanno fallito con il governo Prodi. Ci sono stati momenti difficili, come le tornate elettorali andate male, che hanno oggettivamente rallentato la creazione e la strutturazione del PD, ma abbiamo vissuto momenti molto belli, con l’esperienza delle primarie ma anche con la manifestazione del 25 ottobre aprile che ci ha fatto sentire forti e uniti. In quelle occasioni è venuto fuori il vero Partito Democratico con la sua aspirazione e la sua essenza. Ed è questo l’immenso patrimonio da non disperdere.

Riprendendo le parole di Elisa Meloni, segretario provinciale del PD di Siena: “se vogliamo veramente che il Pd continui ad esistere, dobbiamo fare delle dimissioni di Veltroni un momento di crescita, per investire le nostre energie nel futuro e continuare sulla strada del riformismo e del progresso. Il Pd non finirà con la scelta di Veltroni, ma dovrà proseguire il cammino sulla strada da lui segnata. Abbiamo una necessità assoluta di liberarci da schemi vecchi e logori che tarpano le ali al futuro. Se vogliamo davvero essere una forza riformista dovremo avere il coraggio e la forza di rinnovare e dare spazio ad una classe dirigente che sia davvero espressione dei territori. Sono state ore di smarrimento, ma adesso e il momento di rimboccarsi le maniche e ripartire.”

Riflettiamo tutti sull’identità del PD e creiamola, smettiamola di distinguerci in base al proprio passato politico, smettiamola di essere un partito “di ex”, adesso facciamo tutti parte di un unico grande movimento da non interrompere e da irrobustire. Non certo distinguendosi sul passato che si gettano le basi per il futuro. E, come dice Soru, ripartiamo dai circoli, rafforziamoli creiamo una base forte su cui si poggi un forte e dinamico partito riformista italiano ed europeo.

(Claudio Fontanelli)

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UN GRANDE PROGETTO HA BISOGNO DI TEMPO

Inserito da casoledelsa il 18 Febbraio 2009


Walter Veltroni

di Matteo Tonelli  (da Repubblica)

ROMA - E’ la solitudine di un leader quella che salta agli occhi. Quello che doveva fare il Pd e che invece ha visto il Pd fare a meno di lui. Adesso che tutto è finito, che la poltrona da segretario è un ricordo, adesso Walter Veltroni può scrivere il suo “testamento” politico tra le colonne del Teatro di Pietra che l’avevano visto trionfatore alle primarie. Lo fa con garbo, con il consueto modo “caldo” di parlare di politica. Ma mandando alcuni precisi segnali. Al gruppo dirigente, anzitutto. Ma anche al popolo del Pd, quello del Circo Massimo e delle primarie.

“Il Pd è il sogno della mia vita ma non sono riuscito a farlo avanzare, mi scuso e per questo lascio” è l’inizio del monologo. Veltroni dunque lascia. Dice addio a quella poltrona di segretario che, in sedici mesi, gli ha regalato qualche gioia e molti dolori. Dice addio ringraziando lo staff, la scorta (che ha chiesto gli venga tolta), Dario Franceschini. E non citando gran parte del gruppo dirigente democratico.

Per il suo ultimo atto da segretario Veltroni sceglie il Teatro di Pietra. Una decisione non casuale. Tra quelle stesse colonne celebrò il trionfo delle primarie. Sembrano passati secoli. Oggi dice: “Il Pd è stato il sogno politico della mia vita, lascio in serenità senza sbattere la porta, adesso cerchero di dare una mano al partito”. In sala Soro si asciuga le lacrime, Fassino e la Finocchiaro sono terrei. Achille Serra gli chiede di ripensarci. Bersani, cappotto in mano, è immobile. Rutelli non c’è. D’Alema nemmeno. Dicono che non abbia neanche telefonato.

Veltroni parla per circa 40 minuti. Cita Romano Prodi e l’Ulivo, la vittoria del ‘96 e quel sogno interrotto. Parla del “sogno”, il suo sogno, di cambiare l’Italia. “Per questo è nato il Pd, per diventare il partito del destino del nostro Paese”. Cambiamento, certo. In questo sta “la vocazione maggioritaria” del Pd e non nell’essere un semplice vinavil, un mero collante. Riformismo, ci mancherebbe. Quello che serve per cambiare un sistema di valori che Berlusconi “ha sostituiti con i disvalori”. Lavorare a testa bassa, conquistando casamatta dopo casamatta, dice Veltroni, citando Gramsci. Ma per farlo serve “pazienza e fiducia”. Serve, continua Veltroni, un partito che non trituri il leader dopo ogni sconfitta: “Non accade da nessuna parte una cosa del genere, da noi è la regola” scandisce. E si capisce che parla di lui. Della sua solitudine. Di un gruppo dirigente da cui, in larga parte, non si è sentito appoggiato. Il suo Pd, invece, l’ex segretario l’ha visto più volte: al Lingotto, a Spello, in campagna elettorale, alla scuola di Cortona e al Circo Massimo. E durante le primarie. E anche nelle divisioni interne. Quelle chiare, però. “Abituiamoci al fatto che un grande partito non può essere una caserma - dice tra gli applausi - I partiti moderni sono così, ma alcuni di noi hanno l’imprinting dei partiti degli anni ‘70. Sogno un partito che si chieda non da dove si viene ma dove si va. Un partito che abbandoni una certa sinistra giustizialista, salottiera e conservatrice. Un partito che abbia dirigenti che facciano propria un’identità che gli elettori già hanno”. Un partito democratico, insomma. Come quello che si era materializzato tra le bandiere del Circo Massimo.

Il futuro, dunque. Quello che vedrà Veltroni in una posizione “riservata”. Quello che avrà bisogno di “più solidarietà”. Quella, si capisce, che Veltroni non ha sentito. Coperta da manovre di corridoio e veleni gettati ad arte. Eppoi le sconfitte. E i processi interni che si aprivano un minuto dopo. Sul banco degli imputati, sempre e solo il segretario.

E adesso che se ne va Veltroni chiede per chi lo sostituirà quello che lui non ha avuto: “Non chiedetegli di ottenere risultati con l’orologio in mano, gli sia concesso quello che non è stato concesso a me, il tempo. Perché per grande progetto riformista servono più di 16 mesi”. Veltroni si avvia a concludere. Ripone i fogli in tasca, guarda Franceschini (”un amico leale”) e conclude:”Non bisogna tornare indietro, oggi ci sono le condizioni perché questo partito possa farcela, amatelo di più, state uniti”. Lavorando casamatta per casamatta. Ma il compito toccherà ad altri. Lui, Walter, il suo “sogno” continuerà ad accarezzarlo. Ma, par di capire, da lontano.

(18 febbraio 2009)

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LA TRAPPOLA DEL PARTITO

Inserito da casoledelsa il 17 Febbraio 2009

dal Quotidiano L’Unità

La trappola del partito

(il filo rosso di oggi, 17 febbraio)

I due giorni che abbiamo appena trascorso sono stati i più bui nella breve storia del Partito democratico. Delle sue oligarchie, per l’esattezza: punite con severità assoluta da un elettorato stanco di lotte intestine e clandestine, dei giochi di potere sotterranei eppure così visibili, di mezze frasi dovute alla stampa e sorrisi di fratellanza esibiti ai fotografi da un residuo e sempre meno convinto obbligo di decenza. Dalla necessità di nascondere una lotta fratricida fatta di colpi bassi e bassissimi: una guerra che mai si cura del bene comune, dell’alleanza politica, dell’interesse pubblico, delle città e delle Regioni, delle persone che ci vivono, del Paese. Una politica dimentica di essere al servizio del Paese e dei cittadini, convinta che i cittadini siano al suo servizio: serbatoio di voti da usare alla bisogna come merce inerte. Gli oligarchi hanno ancora una volta giocato la loro partita a scacchi, fieri di escogitare ogni giorno nuovi trucchi, inedite strategie di offensiva reciproca. Gli elettori li hanno puniti: esausti, esasperati, nauseati fino al punto di farsi del male, pratica che del resto nel centrosinistra è consueta.

La bella e netta vittoria di Matteo Renzi alle primarie fiorentine segna il punto più basso della storia del partito che da solo fino all’altro ieri ha governato la città, che l’ha retta per decenni con maggioranze assolute e spesso “bulgare”, si diceva una volta. Gli eredi dei Ds hanno giocato ad ostacolarsi a vicenda in una trama che coinvolge ora anche gli epigoni della tradizione democristiana e che dunque vede sconfitto il cattolico Pistelli (candidato della segreteria), duramente sconfitto Michele Ventura (messo in campo all’ultimo minuto contro di lui dall’ala rivale), dignitosamente sconfitta l’unica donna che pure ha scontato l’impopolarità di un partito che il sindaco uscente ha più d’una volta apertamente criticato, per tacere del massacro che è stata la vicenda Cioni. Onore dunque alla vittoria di Renzi, trentenne presidente della Provincia gradito anche da un elettorato moderato e moderatissimo. Vince un giovane che si presenta come estraneo agli apparati, sebbene non esista Alice in un paese che ha perso ogni meraviglia. Renzi è il metro esatto della saturazione dei cittadini: un segnale definitivo di voglia di cambiare, l’ultimo.

Il tracollo catastrofico del centrosinistra sardo dentro il quale Renato Soru ha avuto successo personale molto alto (di 4 punti la sua distanza da Cappellacci, di 14 quella fra gli schieramenti nei dati provvisori della sera) racconta di un Pd che ha scelto di uccidersi piuttosto che provare a esistere. Soru è stato battuto dallo strapotere mediatico ed economico del premier, certo: un’offensiva senza precedenti che affonda nel burro di un’Italia indebolita allo stremo dalla lusinga perpetua della prepotenza del denaro e del disprezzo delle regole. Ma è rimasto vittima, Soru, anche della trappola del suo stesso partito. Quello che aveva apertamente sfidato e che nelle province rosse è arrivato ad esercitare il voto disgiunto contro di lui. Una vendetta. Uno sfregio che chi poteva non ha voluto o saputo evitare. Basta, ha detto il voto. A una sola cosa serve toccare il fondo quando non uccide. A risalire leggeri, sulla terra leggeri.

Concita De Gregorio

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Matteo Renzi candidato sindaco del Pd per Firenze

Inserito da Bruno il 17 Febbraio 2009

 Sono concluse anche a Firenze le primarie del Partito democratico per la poltrona di Sindaco. Il candidato dei democratici è l’attuale Presidente della Provincia, Matteo Renzi, 34, anni, ex Margherita, uno dei più giovani politici ad aver ricoperto l’incarico di presidente di provincia. Renzi ha ottenuto il 40,52% dei voti, con i quali ha ottenuto la candidatura al primo turno, 15.104 voti contro i 10.031 voti di Lapo Pistelli (26,91%), e ha battuto anche Daniela Lastri (14,59%), Michele Ventura (12,48%) e Eros Cruccolini.

Ancora una volta le Primarie del PD hanno dimostrato la loro valenza e democrazia. Quando i cittadini sono chiamati a decidere danno risultati non scontati come qualcuno pensa.

A Firenze molti pensavano che il Ministro del Governo ombra del PD Ventura vincesse a mani larghe, l’urna invece ha premiato il Presidente della Provincia Renzi.

Firenze e Siena hanno voltato pagina decidendo che saranno due giovani a guidare (elezioni permettendo)  importanti istituzioni cittadine e provinciali per i prossimi cinque anni.

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IL VUOTO INTORNO

Inserito da casoledelsa il 16 Febbraio 2009

dal quotidiano -  L’Unità
«Meno male che non hai figlie femmine», mi hanno detto ieri. Una frase come uno schiaffo. Non l’avevo mai sentita dire in tutta la mia vita. Avere figlie femmine era una disgrazia ai tempi della mia bisnonna: si racconta in famiglia di una prozia rimasta vedova con quattro figlie. Poveretta. Quattro femmine da crescere, da custodire, da maritare. Vedova della ‘15-’18. Un secolo fa. Cent’anni dopo la madre della ragazzina Irene, sedicenne compagna di classe di mio figlio, mi chiede con le lacrime agli occhi se dobbiamo impedire ai ragazzi di uscire il sabato pomeriggio «perché poi quando lei torna a casa è buio e credimi avere una femmina è una disgrazia: viviamo nel terrore». Ecco. La soluzione è tenerle a casa, in quanto femmine. Sottrarle all’inevitabile corso delle cose: la violenza maschile che, secondo natura, si esercita liberamente ai giardinetti sotto casa, al pomeriggio, in centro. Istruirle a difendersi, in quanto femmine. Spray al peperoncino, corsi di karate. Farle coprire e indurle a nascondersi, specie se graziose. Le figlie belle sono la disgrazia suprema. Le bruttine meno.

L’altro adagio corrente, di questi giorni, è la tesi dello scontro di civiltà. Dice più o meno così. Gli stranieri che abitano le nostre città sono portatori di una cultura della violenza sulle donne per loro «naturale». Le trattano così anche a casa. Le picchiano, le umiliano, le abbandonano incinte, le fanno prostituire. Gli africani, i romeni, gli slavi: sono così, non vedete? Non sono loro ad adattarsi ai nostri costumi, al nostro livello «evoluto»: siamo noi a subire la loro inciviltà. Regrediamo, nel contatto. Dobbiamo difenderci. È un argomento emotivo potentissimo contro il quale esercitare la ragione è un esercizio titanico. Dire che ci sono i romeni criminali e gli italiani criminali ma anche no - gli uni e gli altri - sembra un distinguo accademico davanti all’onda mediatica che dipinge le «nostre ragazze» come vittime di marocchini pregiudicati e di slavi accampati al buio sugli argini dei fiumi. È in molti casi anche vero, del resto. L’uomo di origine nordafricana che ha aggredito la ragazza a Bologna avrebbe dovuto essere in galera. Chi ha violentato la quindicenne al parco della Caffarella - non la periferia di Roma, il parco delle ville - era quasi certamente romeno. Molti sono italiani, anche, però. Bravi ragazzi di famiglie tranquille.

E poi ci sono le bande di italiani che fanno prostituire le bambine romene e russe. E poi ci sono i fidanzati che ammazzano di botte le ragazza per San Valentino, giusto ieri. È una consolazione dire che lo fanno tutti? Non lo è. La verità è che la violenza del più forte sul più debole è il metro esatto di questo tempo cupo, esito di un decennio almeno di immiserimento culturale. Un tempo in cui le leggi sono derise, i più forti e i più furbi la fanno sempre franca, unica difesa i gendarmi. Sono le vittime a doversi nascondere perché chi può ruba, rapina, violenta, soffoca e prevarica: va così. Guardatevi attorno: è l’ordine naturale delle cose: per strada, nelle pubblicità patinate, in tv, nei fumetti e nei reality, a palazzo. Si studiava a scuola: lo stato di natura e lo stato di diritto. Ecco cosa stiamo perdendo, dove stiamo tornando. Nessuno che si fermi per strada o si stupisca, del resto. La violenza di una guerra invisibile, e il vuoto intorno.

Concita De Gregorio

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NOTIZIE TOSCANA

Inserito da casoledelsa il 11 Febbraio 2009

Se perdi il lavoro, la Regione ti aiuta con 1650 euro. E per chi è disoccupato, in Cig e con un mutuo sulla casa, ulteriore bonus di 1650 euro

Se perdi il lavoro, la Regione ti aiuta con 1650 euro. E per chi è disoccupato, in Cig e con un mutuo sulla casa, ulteriore bonus di 1650 euro

10-02-2009 SUSSIDI LAVORATORI ATIPICI TOSCANA | La crisi non riguarda solo le aziende e coinvolge, com’è evidente, anche i bilanci delle famiglie. In maniera particolare quelle di chi ha perso il posto di lavoro. Se l’impresa chiude o licenzia, il lavoratore per qualche mese può contare sulla cassa integrazione (Cig): tre mesi di sussidio quella ordinaria, fino a 36 mesi in cinque anni quella straordinaria. Ma non tutti possono usufruire della Cig: fra questi i dipendenti di aziende con meno di 16 dipendenti, che in Toscana sono tanti, e soprattutto precari e atipici. E proprio a questi lavoratori, privi di qualsiasi ammortizzatore sociale, ha pensato la giunta regionale. Con 5 milioni di euro ritagliati nelle pieghe del bilancio (e che potrebbero diventare anche qualcosa in più alla fine dell’anno) garantirà infatti un sussidio una tantum di 1.650 euro ad atipici e lavoratori, anche a tempo determinato, che hanno perso l’impiego da almeno 3 mesi.

“Si tratta di un a misura straordinaria che varrà intanto per il 2009: la Regione non ha infatti competenze al riguardo, che sono invece del governo - spiega il presidente della Toscana Claudio Martini - ma la situazione è grave: la stima è che possano essere almeno 2 o 3mila i lavoratori privi di ammortizzatori sociali che rimarranno senza impiego da qui a dicembre. Ed abbiamo così voluto intervenire, con una soluzione che non potrà essere risolutiva, ma che è un aiuto, un segnale di attenzione per chi è in difficoltà e poco tutelato”.

Non solo. La giunta ha anche deciso che, grazie sempre al medesimo fondo da 5 milioni, chi ha perso il posto di lavoro (compreso ch i già usufruisce della cassa integrazione) e si ritrova sulle spalle un mutuo per la prima casa, potrà contare su un ulteriore aiuto di 1.650 euro per pagare le rate. La giunta ha programmato di varare questa proposta di legge nella riunione del 2 marzo, insieme alla variazione di bilancio. Ha chiesto inoltre alle banche di contribuire a loro volta con uno sconto sulle rate del 2009 ed ora attende una risposta.

1650 euro per chi ha perso il lavoro e senza cassa integrazione
La giunta, recependo le indicazioni del Consiglio regionale, ha definito una serie di interventi urgenti per i lavoratori che sono stati licenziati, che non si sono visti rinnovare il contratto o che hanno perso l’impiego dopo che l’azienda ha chiuso.
Sul piatto a dicembre erano stati messi 5 milioni di euro. Una parte importante servirà a garantire ammortizzatori sociali a chi ne è privo: un sostegno una tantum al reddito di 1.650 euro, equivalente a oltre due mesi di cassa integrazione. Ne potranno beneficiare i lavoratori, licenziati o rimasti senza impiego, di aziende in crisi, che hanno chiuso o che hanno ridotto il personale: compresi Co.co.co e precari. Tutti dovranno essere iscritti per almeno tre mesi nelle liste di disoccupazione. I requisiti e le procedure per accedervi saranno fissati dalla giunta con un regolamento che sarà definito nelle prossime settimane, dopo l’approvazione del provvedimento.

Mutuo prima casa: dalla Regione un contributo di 1.650 euro
I lavoratori rimasti senza impiego e privi di ammortizzatori sociali, ma anche chi è stato licenziato e beneficia della Cig, potranno avere dalla Regione un contributo fisso di 1.650 euro per pagare le rate del mutuo. Altri potrebbero aggiungerne le banche, riducendo l’ammontare degli interessi. La novità, rispetto all’ipotesi che circolava a dicembr e, è che l’aiuto non riguarderà più solo i casi in cui la banca accordi una sospensione del pagamento delle rate e non sarà calcolata in percentuale.

Ipotizzando un tasso (compreso lo spread) attorno al 4 per cento, 1650 euro sono grossomodo la metà degli interessi pagati in un anno su un mutuo con un capitale residuo di 85 mila euro e rate per ancora quindici anni, da 650 euro al mese. Naturalmente ci saranno requisiti e soglie di reddito da rispettare, che verranno fissati dalla giunta con un regolamento che sarà il frutto della discussione con le parti sociali e il Consiglio regionale.

Di sicuro saranno esclusi dal contributo quanti hanno stipulato un mutuo garantito da altri familiari: questo per concentrare gli aiuti su chi davvero ha bisogno. Il bonus inoltre non sarà concesso a chi godrà degli aiuti statali sui mutui, che potrebbero essere comunque limitati viste le risorse messe in campo dal governo non elevatissime (10 milioni per tutta Italia) e le procedure per rendere operativo il provvedimento ancora non avviate.

(da Valdelsa-net)

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INCONTRO DEI SEGRETARI COMUNALI E DEI COORDINATORI DI CIRCOLO CON WALTER VELTRONI.

Inserito da barbara il 6 Febbraio 2009

INTERVENTO DEL COORDINATORE DELL’UNIONE COMUNALE DI CASOLE D’ELSA CLAUDIO CAVICCHIOLI

Buon pomeriggio a tutti,

Porto il saluto del Partito Democratico di Casole d’Elsa a tutti gli intervenuti e al nostro segretario nazionale Walter Veltroni che ci onora di questa sua gradita visita.

Mi chiamo Claudio Cavicchioli e sono il coordinatore comunale del PD di Casole d’Elsa.

E’ un comune che distante circa 30 km da qui, con una popolazione di circa 3600 abitanti e un territorio tra i più vasti di questa provincia.

Un territorio caratterizzato da ampie zone rurali, da un capoluogo e diverse frazioni.

E’ una zona quindi di grande valore ambientale e paesaggistico.

Abbiamo anche una zona industriale concentrata nel piano confinante con il Comune di Colle di Val d’Elsa.
In merito a questo dobbiamo purtroppo registrare che la drammatica crisi economica mondiale sta affliggendo anche le nostre zone.
Mi riferisco ad esempio al caso della Florence SRL
una piccola realtà industriale che produceva statue artistiche e che da pochi mesi ha chiuso i battenti, mettendo in mobilità 150 lavoratori
di cui gran parte sono donne.
Ma penso anche al rallentamento di molti altri settori legati al turismo e all’edilizia, che in questo periodo segnano il passo anche nel nostro Comune.
Naturalmente, una realtà come la nostra profondamente legata alla Valdelsa, risente anche delle problematiche che affliggono l’intera area.
Molti cittadini di Casole si spostano ogni giorno per la loro attività lavorativa in aziende degli altri comuni valdelsani.
E siamo ben lieti che l’attenzione del nostro segretario nazionale, con un incontro a Poggibonsi successivo a questo, si rivolga anche a questa nostra realtà economica.

Pur rallegrati dal fatto, che le terre di Siena anche quest’anno, si sono aggiudicate il primo posto per la qualità della vita, noi dobbiamo essere consapevoli che questo primato va consolidato e mantenuto.
E per mantenere questo dobbiamo progettare un futuro nuovo che sappia coniugarsi con l’evoluzione e i cambiamenti dello scenario socio economico.

In questo senso và la Conferenza programmatica che è prevista a Siena per fine febbraio
e dalla quale usciranno le linee di indirizzo per il programma elettorale del presidente della Provincia.
Già da molti mesi sono nati dei forum tematici, su internet, che possono essere integrati dal contributo di ogni cittadino interessato.

Parliamo di noi:
dalla data di costituzione del partito, un anno e mezzo fa, abbiamo aperto
4 CIRCOLI
TERRITORIALI di cui uno nel capoluogo e gli altri 3 nelle frazioni, contiamo fino ad adesso circa 230 iscritti, ma confidiamo di raggiungere in tempi brevi numeri ben più consistenti.

Il nostro lavoro di radicamento sul territorio si accompagna in questo periodo alla campagna elettorale per le amministrative del 2009, come del resto in molti altri comuni della nostra provincia.

A Casole si preannuncia particolarmente aspra e difficile per la presenza di una lista civica affiancata alla destra tradizionale.

Ma noi riteniamo di essere all’altezza della sfida elettorale e proseguiamo il nostro lavoro sul territorio con forza e dedizione;
facciamo il porta a porta, distribuiamo questionari ai cittadini per la costruzione del programma, indiciamo assemblee con le categorie economiche.
Questa nostra forza propulsiva però si affievolisce,

quando assistiamo impotenti alle beghe nazionali, agli scontri interni al nostro partito,
alle lotte intestine per poltrone e le posizioni di potere.
E’ difficile avere credibilità politica e capacità di coinvolgimento quando
avviene questo,
il nostro lavoro diventa ancora più difficile e si perdono probabilmente anche molti consensi.
Su questo argomento penso che dobbiamo riflettere tutti.
Il percorso di costruzione del partito si preannuncia più difficile del previsto.
Ma noi non dobbiamo commettere l’errore di buttare tutti i problemi che abbiamo in un pentolone senza fare le opportune distinzioni.
C’è ad esempio la naturale competizione per diventare gruppo dirigente che è ammissibile,
purchè condotta con correttezza e trasparenza.
Senza utilizzare la strategia della denigrazione,
ma discutendo su contenuti e programmi.

Un altro aspetto da tenere presente nella costruzione di questo progetto politico è la necessità di un periodo più o meno lungo a seconda degli agenti che lo compongono.
Bisogna anche capire certe resistenze al cambiamento,
da parte di chi è nato e vissuto in steccati storici, tipici delle ideologie del 900.
Questo processo di unificazione va gestito
e concretizzato per ritrovare la motivazione primaria della nascita del PD.
Che non è quella di una federazione di partiti
ma è quella di una forza unita e coesa
che recupera le migliori tradizioni e i valori positivi delle varie componenti costitutive.

Ma il sentimento che mi pare di percepire nei nostri circoli è anche quello del bisogno di una politica nuova.
Con lo snellimento dei rapporti gerarchici tra le varie strutture del nostro partito
dove le opinioni possano circolare in maniera più rapida.
Dove ogni singolo aderente possa svolgere un ruolo di protagonista nelle scelte politiche.
A questo proposito voglio qui ringraziare il segretario Provinciale Elisa Meloni cha  ha ben interpretato questo nostro auspicio.
Mettendosi a disposizione, alcuni mesi fa, in un periodo molto delicato per il nostro Comune, e seguendo con la sua presenza, le procedure per l’individuazione del candidato a Sindaco.

Il messaggio che deve anche partire da questa nostra assemblea, è anche quello di costruire percorsi che possano portare alla candidatura di persone, capaci ed oneste
in grado di inserirsi nel tessuto socio economico dei luoghi di appartenenza,
che sappiano dialogare coi i cittadini,
che riescano a capire l’evoluzione di una società che sta cambiando sempre più in fretta.

Concludo questo mio intervento dicendo
che se riusciremo a fare questo
potremmo senz’altro essere certi del nostro successo
e sicuri di dare ai cittadini un futuro migliore.

Un saluto a tutti e un buon proseguimento dei lavori.

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