OLTRE IL GIARDINO

Inserito da casoledelsa il 2 Dicembre 2008

l ministro di famiglia di casa Berlusconi e la pista da sci sul Lambro

DI ALBERTO STATERA

 

E’ sottosegretario in carica allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, ma non tutti sanno che è soprattutto assessore agli Affari di Famiglia (famiglia Berlusconi, of course). Si chiama Paolo Romani, si dichiara ex giornalista, fondatore di Telelivorno e di Telelombardia, e non ha remore nel confessare pubblicamente che ha accettato di fare l’assessore all’Urbanistica del Comune di Monza perché c’era “da risolvere un problema che è una spina nel fianco della famiglia Berlusconi”. Da bravo soldatino, si è applicato ed è riuscito ad imbastire un’operazione che ha già portato nelle tasche di Paolo Berlusconi, fratello del capo, 40 milioni, che stanno per salire a 90 o 100. La “spina nel fianco” della famiglia presidenziale si chiama Cascinazza, un’area di 500 mila metri quadrati agricoli nel Comune di Monza che i Berlusconi comprarono nel 1980 dalla famiglia Ramazzotti, quella dell’amaro, per 7 miliardi di lire. Il progetto era di costruirci sopra una sessantina di palazzi residenziali, una specie di Milano4. Ma tra alterne vicende il progetto non decollò mai, nonostante l’affettuoso sostegno offerto negli ultimi anni dal presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Anche perché, situata tra il Lambro e il Lambretto, la Cascinazza ogni tanto va sott’acqua. E’ vero che nel 2004 il Consiglio dei ministri approvò, in assenza del premier che si era correttamente ritirato nella sala accanto a sorbire il tè con Gianni Letta perché nessuno osasse sospettare conflitti d’interesse, la progettazione di un canale scolmatoio del costo di 168 milioni di euro. Ma la Cascinazza era diventata quasi un incubo per il premier, il cui fratello minore, come tutti sanno, non ne azzecca una. E poi perché costruire direttamente, se con gli opportuni interventi politici quei terreni si possono valorizzare clamorosamente?
Così, vinte le elezioni a Monza, Romani viene spedito a fare l’assessore comunale all’Urbanistica. Ruolo nel quale si fa onore, perché organizza la vendita della Cascinazza alla Brioschi dei Cabassi, che pagano a Paolo Berlusconi 40 milioni, ma sottoscrivono una clausola che prevede una “integrazione” del prezzo al doppio o forse al triplo, nel caso di “valorizzazione” di quei terreni. L’assessore, diventato nel frattempo sottosegretario nel IV governo Berlusconi, si mette perciò di buzzo buono e presenta nei giorni scorsi una variante generale al PGT, il Piano di Governo del Territorio per valorizzare quell’appezzamento fin qui di assoluta inedificabilità. Quale migliore occasione dell’Expò del 2015?
La variante Romani prevede infatti un “primo utilizzo” dell’area per l’Expò e poi un “riutilizzo dell’edificato con le seguenti destinazioni: direzionale, produttivo, residenza, edilizia residenziale convenzionata, artigianale espositivo, commerciale, intrattenimento, centro ricreativo bambini e ragazzi, centro anziani, centro per l’innovazione tecnologica nell’impresa, spazio espositivo per mostre continue, teatro, Spa e centro di medicina estetica, asilo nido, scuola materna, campo sportivo, sedi di Protezione Civile, Croce Rossa, Carabinieri, Banca d’Italia”. E chi più ne ha ne metta. Il sottosegretarioassessore è un tipo immaginifico e aggiunge che lui vede svettare tra il Lambro e il Lambretto cinque magnifici grattacieli, una pista di sci coperta, perché non tutti possono andare in montagna a sciare, e una monorotaia che corre sul Canale Villoresi.
Così, varata la variante, i Cabassi dovranno pagare a Paolo Berlusconi un altro pacco di milioni. E l’assessore agli Affari Familiari, a operazione compiuta, potrà dimettersi a Monza e andare a Roma a curare per il capo, dalla sua poltrona di sottosegretario alle Comunicazioni, il licenziamento di tutti quei comunisti nerovestiti (lodo Dell’Utri) che infestano la Rai.

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Documento sulla scuola del Gruppo PD in Consiglio Comunale - 28/11/2008

Inserito da casoledelsa il 2 Dicembre 2008

I recenti atti legislativi del Governo in materia di educazione e di istruzione (Legge 133, D.L. 137) e i provvedimenti attuativi che seguiranno, spingono le Amministrazioni locali ad un’attenta riflessione sulla scuola di questo Paese e sulle conseguenze che i suddetti interventi potranno avere sulle scuole del nostro territorio.

La funzione della scuola

“La consapevolezza del ruolo strategico dell’istruzione per la crescita della persona, per la sua realizzazione e per lo sviluppo civile, democratico ed economico dell’Italia è cresciuta negli ultimi anni. Rafforzare la nostra dotazione di capitale materiale e immateriale è condizione indispensabile per tornare su un sentiero di sviluppo (“Quaderno bianco sulla scuola”, 2007). Insomma, spendere bene in istruzione potrà dare forti risultati su tutti i fronti dove l’Italia presenta oggi un ritardo.

Il Governo nazionale vede però queste voci di spesa come costi, non come investimenti, decidendo di rispondere a questa sfida con un intervento che passa attraverso classi sovraffollate, il ripristino dei voti alle elementari e alle medie inferiori, il cinque in condotta con bocciatura, il ritorno del maestro unico e la riduzione dell’orario delle lezioni.

In Italia il 25% della popolazione compresa tra i 15 e i 65 anni è in possesso della sola licenza elementare; nel 2004 solo il 48% delle persone tra i 25 e i 64 anni aveva un diploma di scuola superiore, contro una media dei Paesi più industrializzati del 67%. L’Italia è in serio ritardo sulle politiche di istruzione e formazione.

Sulla base di questi dati il ministro Gelmini emana una serie di provvedimenti che prefigurano il ritorno ad una scuola fortemente selettiva ed autoritaria.

Tutto ciò contrasta però col mandato della Costituzione della Repubblica, che assegna alla scuola il compito di includere (“La scuola è per tutti”, recita l’art. 34) e di emancipare e contrasta altresì con le strategie di sviluppo del nostro Paese.

Per competere a livello internazionale abbiamo bisogno di portare più avanti possibile le conoscenze di una sempre più vasta parte della popolazione. Pena il declino. Lo vediamo anche a livello locale: per la gestione di un agriturismo non sono più sufficienti un cipresso ed una piscina, ma servono le conoscenze delle lingue, ma anche del territorio, della sua storia, della sua cultura e del suo ambiente. Per rendere redditizia l’agricoltura c’è bisogno di ricerca sulle tecniche di coltura idonee, sui prodotti tipici, conoscere disciplinari, lavorare per ottenere certificazioni di qualità. Le industrie manifatturiere, rimanere competitive sul mercato hanno bisogno di investire continuamente in termini in tecnologie ed innovazione. Per fare tutto ciò c’è bisogno di persone competenti, di lavoratori consapevoli, di cittadini partecipi alle scelte della comunità.

Il nostro dissenso nei confronti dei provvedimenti del Governo non nasce quindi sulla base di una contrapposizione ideologica, ma dalla constatazione che la direzione intrapresa porta alla costruzione di un modello di scuola (e di riflesso di società), inadeguato a rispondere alle sfide che ci attendono nel futuro.

Quale modello, quale scuola

Il ministro Gelmini chiede di tornare ad una scuola antica per sanare i difetti di quella attuale. Le ragioni pedagogiche, più volte dichiarate, ma mai in modo esplicito dal ministro indicano direzioni opposte a quelle intraprese.

Non ci si può nascondere nemmeno dietro alle esigenze delle famiglie perché, nella scuola del D.lvo 59/2004, che ora si vorrebbe ripristinare, il modello “secco” delle 27 ore era scelto dal meno del 10% dei genitori, oltre il 50% optava per una settimana tra le 27 e le 30 ore. Allora perché tanto “accanimento” con i simili tagli? Non sarebbe forse meglio puntare all’eccellenza, investire per individuare e portare a regime le buone pratiche?

Perché dietro i tagli, le brutali operazioni di cassa richieste del ministro dell’Economia, si cela un modello di società che si vuole veicolare e costruire attraverso lo strumento della scuola. Il maestro unico e l’uso distorto della valutazione non servono solo a risparmiare, ma ripropongono una scuola in cui l’apprendimento era affare più o meno privato dell’allievo e contava il prodotto nell’indifferenza quasi totale del processo. Chi era bravo per doti naturali, oppure per ambiente più favorevole, andava avanti; chi aveva difficoltà era considerato uno scansafatiche, oppure gli veniva detto di non essere adatto allo studio, quindi gli si “consigliava” un lavoro manuale. Il voto rappresentava uno strumento sanzionatorio e di selezione, doveva premiare o ratificare il fallimento.

Da qui bocciature o abbandoni, evasioni, o, come si dice oggi, la dispersione (si diceva “selezione di classe”).

Ricordiamo un attimo la scuola del passato, quella a cui il Governo pare guardare con nostalgia:

Il diritto allo studio è uno dei diritti costituzionali più importanti; il successo e l’istruzione dei bambini di oggi sarà una risorsa per loro e per la società di questo Paese domani. A condizione che la società di oggi voglia investire su questo capitale umano.

C’è bisogno di risposte capaci di valorizzare le esperienze positive accumulate (che pure sono presenti in ogni territorio) e di ridurre i molti squilibri che ancora caratterizzano il nostro sistema di istruzione. Puntare sulla qualità non è semplice e costa, ma non si tratta di un lusso. Non c’è altra strada che investire in questa direzione: investire sull’ignoranza è il vero lusso che non ci possiamo permettere; muoversi in questa direzione porterebbe solo problemi in futuro.

Veniamo a noi

La riduzione prevista del tempo scuola , il taglio ipotizzato degli organici nei prossimi dieci anni di 100000 docenti e 4300 di personali ATA, l’aumento graduale del numero degli alunni per classe, l’accorpamento delle istituzioni scolastiche ed il rischio di chiusura di scuole non metropolitane, mettono in discussione la qualità di una scuola pubblica come luogo di costruzione delle conoscenze, che deve favorire l’integrazione di tutte le diversità come sancito dalla Costituzione. Occorre saper vedere le specificità della scuola italiana e dei suoi 800 Comuni, la generalizzazione del diritto all’istruzione della Costituzione, l’intervento per i disabili, l’accoglienza per i bambini non italiani, il tempo disteso a supporto delle famiglie (e chiave di una buona didattica). I provvedimenti presi compromettono seriamente la possibilità di riuscire a garantire tutto ciò.

Le organizzazioni sindacali hanno provato ad elaborare proiezioni sugli effetti che avranno nel nostro territorio. L’operazione maestro unico e l’accorpamento delle classi porterebbe in Toscana ad un taglio di 3468 posti nella scuola primaria e 1989 posti nella scuola media inferiore (fonti CISL).

Anche nella realtà senese l’offerta formativa delle scuole rischia di non essere più garantita. So stima la soppressione di 247 posti nella scuola primaria e di 147 nella media inferiore (dati CISL, FLCCGIL). Senza contare gli effetti sulla scuola dell’infanzia, in cui si prevede l’eliminazione del tempo di compresenza degli insegnanti, l’aumento fino a 30 del numero di bambini per sezione e l’inserimento indiscriminato dei bambini di due anni e mezzo.

Tutto ciò avrà effetti non solo sull’organizzazione interna delle scuole. L’aumento del numero di bambini per sezione imporrà l’accorpamento delle classi nelle realtà più piccole, con pluriclassi improponibili, fino alla possibile chiusura definitiva di interi plessi scolastici come Radicondoli e Ulignano. La riduzione del tempo scuola a 24 ore settimanali col contestuale obbligo di accoglimento delle richieste di orari più lunghi da parte delle famiglie costringerà a trovare fondi per finanziare il pagamento di queste ore aggiuntive. Ma poiché il fondo delle istituzioni è assolutamente insufficiente a coprire un onere così gravoso, il risultato sarà la sospensione di qualunque progetto e la richiesta di aiuto agli enti locali. Così il tempo pieno, che nella nostra provincia funzione in 250 classi della scuola primaria, oltre ad essere snaturato, per essere garantito anche solo come semplice sorveglianza, dovrà essere sostenuto dei Comuni o dalle famiglie stesse, che potrebbero essere chiamate a contribuire.

Il nostro impegno

Il territorio della Valdelsa, e con Casole, è ricco di opportunità dal punto di vista formativo. Questa ricchezza è il frutto di un impegno serio e competente degli insegnanti che hanno contribuito col loro lavoro a costruire percorsi in grado di includere e di educare. Ha concorso al raggiungimento di questi risultati una stretta sinergia con gli enti locali, che negli anni hanno assicurato sostegno e servizi (mensa, trasporti, edilizia scolastica) e profuso il loro impegno diretto nell’offerta formativa. Tutto ciò è sicuramente migliorabile, ed i nostro impegno va verso standard sempre più elevati, secondo una strada battuta in questi anni anche dalla Regione Toscana.

La Legge Regionale 26 Luglio 2002 n°32 “… disciplina gli interventi che la Regione Toscana promuove per lo sviluppo dell’educazione, dell’istruzione, dell’orientamento, della formazione professionale e dell’integrazione sociale, nonché il diritto all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita quale fondamento necessario per il diritto allo studio ed il diritto al lavoro”.

Ed è a questo obiettivo che l’Amministrazione Comunale di Casole d’Elsa, insieme alle altre Amministrazioni valdelsane , guardano e vogliono continuare a guardare, in una logica di miglioramento e progressiva qualificazione del sistema per esser in grado di garantire a tutti no solo l’opportunità di andare a scuola, ma la sicurezza di andare in una buona scuola, capace di accompagnare tutti e ciascuno con attenzione competenza bella crescita all’interno di un mondo complesso e difficile.

Gruppo Consiliare del Partito Democratico

Casole d’Elsa

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